INDIGNATI: GLI SCONTRI PASSANO, I CONTENUTI RESTANO

di Redazione The Freak

INDIGNATI: GLI SCONTRI PASSANO, I CONTENUTI RESTANO

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INDIGNATI: GLI SCONTRI PASSANO, I CONTENUTI RESTANO

di Redazione The Freak
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È successo di nuovo: abbiamo guardato il dito e non la luna. Solo la violenza, niente più, sono due giorni che non vediamo altro. C’è stato un cortocircuito dei media nell’inseguire l’immagine più violenta, l’aggiornamento più recente, il danno più vistoso o sacrilego, con buona pace delle ragioni della protesta. Il 15 ottobre, nella giornata di mobilitazione internazionale degli indignati, l’Italia ha recitato il solito teatrino.

L’eccellente diretta di Rainews 24 ha mostrato le due differenti situazioni: emblematico lo schermo diviso tra gli scontri degli uni contro la marcia colorata degli altri. Giornalisticamente inattaccabile quanto fatto dal servizio pubblico, ma che di fatto mostra l’inadeguatezza dei media nel veicolare il messaggio positivo di molti quando contemporaneamente c’è l’azione violenta di pochi.

Ora è pronto a scattare il “contro cortocircuito”, cioè è il voler affermare necessariamente che la maggior parte della piazza è stata scippata della manifestazione, continuando però a non voler mettere in discussione le idee che il movimento di Democrazia Reale Ora ha posto in essere.  Non si parla quindi della questione della non violenza, del recupero della partecipazione attiva dei cittadini alla politica, della centralità dell’essere umano e della riconsiderazione dell’attuale modello di sviluppo lavorativo. Anche nel riferirsi alla piazza non violenta, ci si riferisce solo per via negativa, come se i ragazzi presenti al corteo avessero perso lealmente il confronto democratico con gli altri che hanno distrutto San Giovanni.

Andrea Galasso, uno dei ragazzi che la sera del 15 avrebbe dovuto portare in scena a San Giovanni i racconti della non violenza con il suo gruppo teatrale NO-VI, racconta: Verso le 15:30, nel cuore degli scontri di Porta San Giovanni,  abbiamo costruito un muro umano pacifico che ci distingueva dai violenti. Solamente le mani alzate al grido di “Non Violenza!”. Siamo riusciti a mantenerlo per più di un’ora fino a che l’uso dei lacrimogeni non lo ha reso impossibile. Avete visto immagini a sufficienza di quanto fatto da questi ragazzi?

Passati 50 minuti dalla mezzanotte del 15,  un gruppo spontaneo di ragazzi perlopiù formato dagli stessi che per mesi hanno discusso sotto la statua di San Francesco nel quartiere che ospita la basilica lateranense – ha deciso di accamparsi a Santa Croce in Gerusalemme. Di loro, nessuna traccia sui media, anche se erano più di un centinaio a fornire un’alternativa alla retorica dello scontro.

L’incapacità  delle manifestazioni nazionali a Roma è ormai evidente: la crisi è del mezzo, non dei contenuti. La non violenza attiva deve essere uno spunto su cui riflettere attentamente per il futuro della nostra democrazia. Gandhi, le donne di Rosenstrasse e Martin Luther King sono entrati nella storia per un motivo. E a chi propone scontri e violenza nelle strade, ricordate che V per Vendetta è solo un film.

 

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8 risposte

  1. non credo sia giusto parlare di “inadeguatezza dei media nel veicolare il messaggio positivo di molti quando contemporaneamente c’è l’azione violenta di pochi” perchè, per una volta, i media han fatto vedere both-sides-of-the-coin rendendo visibile agli occhi di tutti che l’indignazione c’è stata, ma c’è chi ha manifestato pacificamente e chi invece ha colto l’occasione per DEVASTARE LA CITTà, o comunque i luoghi limitrovi alla protesta -e non è certo la prima volta che accade, vedi G8 di Genova ed i più recenti scontri di Piazza Navona.
    è questa tipologia di persone, se persone possono essere chiamate, che rende -putroppo- vano il senso di qualsiasi dimostrazione/protesta/manifestazione di destra o di sinitra che siano, giuste o sbagliate.
    le “rivolte” non vengono però certo dai libri, nè dalla mente di nessun professore -o politico che sia- ed è proprio per questo che non bisogna delegare le proprie responsabilità ad altri ma farsi carico della propria idea e portarla avanti.
    resta comunque il fatto che distruggere una statua della Madonna e un crocifisso, non porterà nessuno da nessuna parte.

    1. Ho definito i media inadeguati perché c’è stata letteralmente “un’ orgia” di immagini inerenti la devastazione, mentre quelle dei ragazzi attivamente nonviolenti sono state di meno. La sproporzione è evidente, tanto che il dibattito politico di ora è incentrato solamente sulla sicurezza nei cortei. Cosa si deve fare per parlare pubblicamente di centralità dell’essere umano, del lavoro, dei trasporti o della banda larga? I giornalisti hanno fatto il loro dovere, non nascondendo gli scontri, ma bisogna anche fare il conto sul valore dell’immagine in una società violenta. Non solo quantitativamente ma anche per intensità e qualità! Si parla ancora dei pacifici come di persone a cui è stata scippata la manifestazione, ma non stiamo ancora parlando di contenuti, né tanto meno siamo in piazza S.Croce in Gerusalemme a seguire le assemblee pubbliche(solo L’Infedele lo ha fatto)

      1. Dovremmo cominciare proprio da quella Piazza per discutere e promuovere l’idea di un cambiamento sano e riformista.
        Purtroppo la manifestazione partiva già senza alcune garanzia e cautele.
        Neanche un palco era stato montato a Piazza San Giovanni, rendendo gli scontri quasi l’esito inevitabile del corteo.
        Il punto è che il messaggio non è arrivato. Lo scopo di chi dai palazzi guarda è stato raggiunto. “L’orgia della violenza al posto della determinatezze delle idee”.
        I black bloc vanno individuati, schedati e processati. Soggetti organizzati, armati e predisposti alla violenza. Cambiamento non è caos, ma visione del futuro, di un futuro costruttivo.
        Mi chiedo cosa stanno facendo le autorità per scovarli e metterli al bando, così come accaduto a Londra dopo gli scontri di questa estate.
        Ma siamo ormai un Paese in balia di noi stessi.
        Distruggere Roma, statue sacre, muri centenari è inconcepibile.
        Nel merito, credo, che ancora gli italiani non siano sufficientemente “indignati”.

        1. Pietro, iniziamo ora, facciamolo su the Freak, su Facebook, su Twitter, in piazza, in metro, ma parliamo dei punti cardine di questa indignazione: LAVORO, ESSERI UMANI, NONVIOLENZA, TRASPORTI, SVILUPPO SOSTENIBILE, RICERCA, COMUNICAZIONE! Non blocchiamoci sugli scontri!

          1. Lavoro e sviluppo sostenibile in primo luogo.
            Ma serve energia, coesione, vera voglia di non arrendersi.
            In Italia manca da troppo tempo l’idea del bene comune, l’idea che un passo indietro del singolo può far fare avanti un passo a tutti.

            L’antipolitica è l’errore più grande. Ci vuole fiducia e rinnovamento.
            Cominciamo con il credere in noi stessi e nel saperci fare avanti con sacrificio.

  2. “il desiderio di falicità libera un’energia che può assumere la forma di forza centripeta o centrifuga. Entrambe le definizioni parlano di “centro”: il centro da cui ha origine ed emana forza – che “se ne allontana” nella versione centrifuga e “tende verso” di esso nella versione centripeta – è il soggetto che desidera felicità. ovvero ciascuno di noi, in quanto tutti consideriamo la ricerca della felicità nostra sfida e nostro compito, e facciamo della ricerca della felicità la nostra strategia di vista.
    Le alternative che si pongono a ciascuno di noi si possono condensare in poche, semplici parole: la mia ricerca della felicità può concentrarsi sulla cura del mio benessere, oppure del benessere altrui. Russel Jacoby, in base alla sua esperienza con varie generazioni di studenti, ha riassunto così la scelta: “una volta gli studenti sognavano di curare i mali della società; se guardo ora ai miei studenti, essi sognano di frequentare una buona facoltà di legge”. – cit. Zygmunt Bauman
    Forse le fazioni più estremiste dominano in questi movimenti perché al centro non siamo abbastanza e, la maggior parte di noi, vede come unica materia manipolabile e mutabile se stesso, invece che la società.

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