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Imane Jalmous ha ventotto anni. Ha lasciato il Marocco quando ancora la parola “arrivo” non era preannunciata dal verbo “bloccare”.

In Italia è arrivata per restare. Per questo racconta di un’accoglienza, non di una emigrazione. E di persone.

L’Italia dimostra che l’unico sistema di accoglienza che è capace di garantire è quello che deriva dalla solidarietà di forme spontanee di ospitalità. Cosa ha consentito la creazione di questo contesto solidale così lontano dai commenti xenofobi che dilagano nei bar e in tv?

Purtroppo tutto ciò che riguarda il sociale, in Italia dagli anni ‘90 a questa parte riceve sempre meno attenzione e sostegno da parte dello Stato. Una piccola ripresa si è avuta con i fondi strutturali europei, spesso rimandati indietro per pessima organizzazione, o grazie ai finanziamenti stanziati dall’Unione alle associazioni in grado di proporre progetti validi. Eppure sono tutte attività e proposte che vengono dal basso.

Lo Stato Italiano vive l’accoglienza come un peso, un compito che rimanda in continuazione, come se non fosse urgente ed importante.

Ciò che è ancora più grave è la strumentalizzazione politica e mediatica che avvelena l’animo degli italiani e che ha criminalizzato la figura dello straniero.

Fino a quando l’italiano medio poteva considerarsi benestante, lo straniero veniva visto con maggiore tenerezza ed affetto nonostante la diffidenza iniziale. Questo anche grazie alla memoria recente dei parenti partiti per la Germania, Francia o Stati Uniti per cercare fortuna.

Io posso reputarmi fortunata perché sono venuta in Italia proprio nel 1992, gli anni d’oro per l’immigrazione.

A scuola le uniche bambine straniere eravamo io e mia sorella. Siamo state quello che verrebbe chiamato progetto pilota o, come dico io spesso ironizzando, topini da laboratorio.

La scuola, i centri ricreativi della chiesa, le attività organizzate dalle realtà locali ci hanno sempre integrato ed inserito nelle varie attività.

Nonostante io sia di fede islamica non ho mai avuto problemi con amici, insegnanti e soprattutto con le associazioni cattoliche presenti sul territorio. Una in particolare è stata una seconda famiglia per me, Casa di Accoglienza. Era un dopo scuola, un punto di ritrovo per la comunità. La Casa di Accoglienza è un progetto nato dalla mente e dal cuore di un grande prete, Don Andrea Coccia. Lui ha sempre detto che i principi universali non conoscono razza, religione, sesso o classe sociale.

Fortunatamente, i casi di xenofobia rimangono una minoranza o, per lo meno, frutto di un malessere generale e non di un diretto sentimento razzista.

Ci racconti un’esperienza positiva di integrazione ed una negativa che hai vissuto personalmente?

In linea di massima, la mia vita in Italia è stata bella, ricca di incontri che mi hanno lasciato sempre molto. Devo ringraziare i miei genitori che hanno fatto da filtro e barriera quasi in ogni situazione.

Per quanto riguarda un’esperienza negativa, devo ammettere che l’ambiente scolastico è stato quello più difficile, dove ho costruito i primi veri rapporti da sola, senza il sostegno dei miei genitori.

I piccoli “traumi” li ho vissuti con i compagni della scuola elementare, all’inizio i dispetti, atteggiamenti di esclusione o offensivi non mancavano.

Raccontare i vari episodi, oggi, ovviamente, mi fa sorridere anche se quella piccola bambina ricciolina con il sorriso perenne ha dovuto incassare troppo presto ed iniziare a soli sei anni a capire che la vita non è semplice e che l’inclusione va guadagnata giorno per giorno.

Ci vuole molta più tolleranza da parte dello straniero verso l’Italiano che il contrario.

Noi sappiamo sempre come ci dovremmo comportare nel Paese che ci ospita, parliamo la lingua, conosciamo gli usi e i costumi ma per quello che riguarda la nostra cultura il massimo che possiamo sperare è in un massimo di curiosità da parte di amici, colleghi e vicini. Le scuole e le istituzioni non favoriscono l’integrazione bilaterale per una migliore coesistenza.

Di esperienze positive ne ho vissute molte: la vicina di casa che appena arrivati in Italia ti viene ad insegnare l’italiano a gesti, la pasticcera che come benvenuto ti porta un vassoio di pasticcini la domenica mattina fino alla porta di casa o l’anziano che porta la carriola di legna a casa della figlia il pomeriggio d’inverno e la porta anche a casa nostra. Noi non eravamo una famiglia povera, ma abbiamo sempre apprezzato gesti come questi perché ci facevano capire che eravamo benvoluti.

Quanto l’integrazione è ostacolata dalla mancanza di politiche sociali e quanto da una “immaturità culturale”?

Io credo che ci vorrebbe un lavoro di responsabilità, che resti nelle mani dei dirigenti che vivono quotidianamente le realtà locali e che dovrebbero poter gestire in totale autonomia l’integrazione. Non deve restare una questione prevalentemente nelle mani della politica, che la usa a suo piacimento, soprattutto nelle varie campagne elettorali. Creano malumori, paure e terrore infondato tra le persone che, in questo periodo storico, a causa della infinita crisi economica, sono alla continua ricerca di un capro espiatorio, che i politici offrono loro su un vassoio d’argento per distrarli dalle loro responsabilità.

Cosa ti ha dimostrato il lavoro svolto dall’UNHCR rispetto alle soluzioni apprestate dai singoli Stati per accogliere i rifugiati?

L’esperienza lavorativa presso UNHCR mi ha dato un feedback su quello che i cittadini Italiani percepiscono in merito all’accoglienza. È vero che l’Italia non può risolvere la questione accoglienze da sola, ma è anche vero che non lo sta facendo sola, nonostante quello che i media lasciano trasparire. Vero che gli Stati altri dell’Unione, oltre ad inviare aiuti nelle coste Italiane, non fanno molto di più. Fortunatamente restano sempre i diritti di asilo ed umanitari a tutelare le vittime di questi esodi, nonché l’operato delle ONG, sia pur nel limite delle loro possibilità economiche.

Sui barconi verso il Mediterraneo, quale speranza faresti salire?

Tanto senso di umanità, uguaglianza e altruismo da donare a chi è ancora spaventato da esseri umani che hanno la disperazione dipinta negli occhi a causa dei troppi affetti persi, della morte alla quale si è scampati e alla devastazione che si è lasciata dietro le spalle e che si spera di non dover più rivivere.

Imane si dice fortunata.

Io dico che un Paese, che con i passi stranieri ha percorso la storia, non dovrebbe affidare alla buona sorte l’esercizio di un diritto.

di Sabrina Cicala

Incontri d’estate: Immigrazione e integrazione – la storia di Imane Jalmous ultima modifica: 2015-08-01T15:06:03+00:00 da Sabrina Cicala

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