L’importanza di vestirsi bene

L’importanza di vestirsi bene
(anche a scuola)

Educazione e abbigliamento in classe. Gli ultimi episodi ripropongono
un evergreen: a scuola tutto è lecito?

di Cristina de Palma

L’importanza di vestirsi bene

L’importanza di vestirsi bene
(anche a scuola)

L’importanza di vestirsi bene
(anche a scuola)

di Cristina de Palma
Scuola

L’importanza di vestirsi bene

L’importanza di vestirsi bene
(anche a scuola)

Educazione e abbigliamento in classe. Gli ultimi episodi ripropongono
un evergreen: a scuola tutto è lecito?

di Cristina de Palma
5 minuti di lettura

Dopo il “Mica stai sulla Salaria?” – affermazione che una prof di una scuola romana qualche mese fa rivolse a una sua alunna 15enne -, esplodono altri due casi che ripropongono un evergreen degli ultimi anni: educazione e abbigliamento in classe. Il primo episodio al liceo Pio Albertelli di Roma, dove una ragazza è stata ripresa dalla sua insegnante per il modo di vestirsi non consone al regolamento. La ragazza ha avuto da ridire sui modi dell’insegnante ed entrambe sono finite in presidenza. Il tutto si è concluso con un nulla di fatto. Ma intanto grande polemiche da parte degli studenti che si sono subito uniti alla ragazza. 

Il secondo invece ha coinvolto uno studente di Cosenza, “colpevole” di aver indossato jeans strappati che hanno fatto infuriare la preside: la dirigente ha rimediato coprendo i buchi con dello scotch.

A scuola tutto è lecito?

Ancora una volta siamo davanti al solito quesito: qual è il limite che si può superare a scuola in tema di dress code? Canotta, short, jeans strappati: tutto è lecito? E’ un richiamo legittimo quello dei professori o si tratta solo di ingerenza moralistica?

L’estate avanza, così come l’afa. La morsa del caldo inizia a farsi sentire e la mascherina obbligatoria in classe non aiuta certamente gli studenti. E quindi torna in auge il problema di come bisogna vestirsi dentro le mura scolastiche. 

Oggi non esistono nei documenti ministeriali norme di decoro scritte nero su bianco, esistono solo circolari interne ai singoli istituti. Questo significa che la scelta di indossare canottiere, abiti smanicati, short o gonne corte è a discrezione di ogni singolo studente, così come i docenti possono ritenere più o meno adeguato l’abbigliamento dei propri alunni. 

Non è meglio la divisa?

Io ho frequentato un liceo privato dove il problema di come vestirsi non esisteva, indossavamo tutti la divisa. Espressione massima di rigore, ma anche di uguaglianza. Gonna o pantalone blu, camicia o polo bianca, il nostro abbigliamento scolastico era regolamentato da un severo controllo da parte dei docenti prima dell’inizio delle lezioni. E vi assicuro che nessuno di noi si sarebbe mai sognato di mettere in discussione l’autorità scolastica o i suggerimenti di un docente che reputava una gonna troppo corta per gli standard della scuola. 

Quello che noto invece oggi, è la facilità con la quale gli studenti scendono in piazza o scioperano per ogni piccola difficoltà. Un docente riprende un alunno troppo ribelle, tutti iniziano a criticare. Un docente chiede ordine in classe, tutti in direzione a protestare per una soi-disant mancanza di spazio per gli studenti.  

Fare il docente oggi è diventato infernale. I telefonini, i social, essere connessi ore e ore non facilita la loro vita e il loro lavoro. Come è successo al liceo Righi di Roma, a febbraio di quest’anno, quando una studentessa ha fatto un TikTok in classe e una professoressa, vedendola, l’ha rimproverata per l’abbigliamento. Apriti cielo, tutto il liceo sul piede di guerra gridando allo scandalo.  

Per la precisione, la ragazza in questione aveva alzato la maglietta lasciando scoperta la pancia per fare un ballo provocante davanti al cellulare. Come spiegato dalla docente, il suo rimprovero non era unicamente per il top alzato, quanto per l’uso di quel video sui social, durante le ore scolastiche. Era a tutela della ragazza. Ma cosa è successo invece? Il giorno dopo tutti gli studenti del liceo si sono presentati in pantaloncini, gonna e magliette corte. Ragazzi, se queste sono le cose importanti per le quali proteste, siamo messi male

Mi si dirà che i tempi sono cambiati e che i rigidi standard imposti ai nostri genitori sono ormai obsoleti, come fa notare Tommaso Biancuzzi, coordinatore della Rete nazionale degli studenti medi, che in un’intervista a La Repubblica afferma: ”Canottiera e pantaloncini, con questo caldo, significano sopravvivenza, non è una questione di decoro. Non ha senso parlare di dress code nel 2022, specialmente se questo diventa uno strumento di esclusione e stigmatizzazione. Sarebbe giunta l’ora di abolire i regolamenti interni agli istituti che obbligano all’omologazione, perché un ragazzo deve sentirsi libero di mettere lo smalto, così come una ragazza deve essere libera di potersi tingere i capelli d’arancione”.  

E allora voglio lanciare una provocazione: se a scuola, lo studente deve vestirsi come meglio crede, a questo punto io in ufficio mi presento in pigiama, sempre in nome della mia libertà individuale. E se poi il mio responsabile mi dovesse far notare che il pigiama non è un abbigliamento consono al luogo di lavoro, potrei anche iniziare a scioperare, gridando in stile Braveheart, il mio diritto a vestirmi come mi pare per mettere in evidenza la mia personalità. 

La ricerca della propria identità

Perché in nome di una presunta ricerca della mia identità, spesso si calpesta quella di altre persone. E onestamente i vari outfit sfoggiati con così tanta insistenza sui vari social, prima di entrare in classe, fanno capire come i giovani siano ossessionati dal loro look. Imporre un abbigliamento unico, almeno a scuola, potrebbe essere utile per placare questa ansia di esibizione e permettere loro di concentrarsi su cose ben più importanti.

Perché io sono della vecchia scuola sicuramente, ma rimango fermamente convinta che short, canottiere o gonne corte siano abbigliamenti da usare esclusivamente al mare o in luoghi di villeggiatura. Non di certo in un contesto scolastico. Imparare a rispettare il prossimo non vuole dire solo farlo tra studenti o amici, ma anche con chi cerca ogni mese di insegnarti un po’ del suo sapere. E la scuola è il primo ambiente di scambio dove bisogna imparare le regole di una società dove non tutto è sempre permesso. 

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