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SPAZIO E TEMPO SENZA TITOLO: IL TEATRO DELLE ESPOSIZIONI #7 A VILLA MEDICI.

Immaginate un luogo conosciuto e frequentato per molto tempo, ad esempio una scuola. Nel figurarlo ammettete che la dimensione spaziale si sovrapponga a un tempo preciso e il luogo si trasformi in una coincidenza tra lo spazio fisico e ciò che in esso è accaduto. Quando il luogo in questione è l’Accademia di Francia a Roma in un caldo pomeriggio estivo e a esplorarla è una mente estranea, l’esperienza assume i connotati di un sogno conturbante e ineffabile in cui entrano in scena i protagonisti di un raffinato spettacolo estetico. Tutto questo è il Teatro delle esposizioni #7.
La manifestazione, ospitata dal 1 luglio al 14 agosto nell’incantevole cornice di Villa Medici, è una mostra multidisciplinare fatta di parole, immagini, oggetti e suoni, riconducibili ognuno alla ricerca e al lavoro svolto dagli studenti dell’Accademia durante la loro permanenza nella città di Roma. Lo spazio della scuola, strutturato in sezioni dinamiche, è ridefinito e animato dall’incontro tra gli artisti e la realtà cittadina che è allo stesso tempo fonte d’ispirazione e punto di arrivo.

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L’opera che fa da apertura all’esposizione è un disegno di Anne Margot Ramstein che ricorda un frontespizio classico privo di qualunque riferimento tipografico. Così come il lettore che, apprestandosi a leggere un libro incontra la prima pagina, il quadro rappresenta una porta, accesso simbolico a un luogo sconosciuto e quindi inizio dell’esperienza artistica. Varcata la soglia, emergono poi, disseminati lungo il tragitto come indizi di un ricordo vissuto, frammenti di testi ed esistenze che costituiscono l’opera di Julie Cheminaud, la quale incentra la sua ricerca sugli effetti della Sindrome di Stendhal e la conseguente contaminazione che avviene tra lo spettatore e l’opera d’arte.
Il passaggio successivo avviene nella penombra, l’udito è turbato dal suono di quattro casse disposte agli angoli di una stanza del tutto spoglia.

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Jonction, Sebastien Roux

Sebastien Roux traspone in un’istallazione sonora il suo esperimento di traduzione degli oggetti attraverso il canale musicale. Chiudendo gli occhi si ha la percezione di essere attraversati dal fantasma del visivo, intrappolato tra le pareti e incapace di uscire. A trasportarci fuori è una scritta al neon “ I love you as food loves salt”: si tratta di un’intuizione di Adina Mocanu e Alexandra Sand. L’insegna posizionata sulla parete a mo’ di ingresso in un locale è direttamente legata ad una vera e propria performance delle due artiste che per tre mesi hanno aperto il loro atelier offrendo cibi e bevande agli avventori romani. Una serie di cartoline e polaroid inoltre, scattate durante l’happening, documentano le azioni realizzate e sottolineano la sovrapposizione tra la dimensione sociale dei rituali e quella individuale.
Come in un percorso a ostacoli, il viaggio prosegue lungo una rampa di scale, spazio scelto dagli artisti Lek & Sowat che propongono un’opera fatta di scomposizioni visive. Le scale che spesso sono un luogo privo d’identità precisa, assumono in questo caso caratteristiche riconoscibili attraverso forme geometriche che si snodano lungo la dimensione transitoria dei gradini e che accompagnano il visitatore verso il progetto artistico successivo.

_Lek & Sowat @ Villa Medici - Pic by Cristobal Diaz_2

Lek & Sowat, Scale Villa Medici

In cima alla salita s’intravede, infatti, la stanza buia ideata da Jackson che simula l’atmosfera della caverna di un oracolo. Il fumo bianco si mescola ai suoni distorti dell’informazione contemporanea permettendo all’artista di creare una situazione di “misticismo tecnologico”.
Lo scrittore Oscar Coop-phane, invece, riunisce in un dittico una serie di appunti manoscritti e una fotografia di grande formato legati alla sua ultima opera letteraria che racconta il grottesco processo a un maiale accusato di infanticidio: l’opera propone una riflessione sulle forme di manipolazione imposte dal potere. L’animale, in questa circostanza, assume le caratteristiche dell’imputato senza parola e invita a riflettere sulla sottomissione impossibile che nella grande letteratura era racchiusa nell’affermazione “i would prefer not to” di Bartleby lo scrivano. Con lo street artist Popay, ritorna in auge una vecchia tradizione dei borsisti che fino al 1937 erano soliti ritrarre i loro compagni come esercizio pittorico. In questo modo Popay insieme al performer Fantazio, riattualizza la retorica del passato, affermando con energia il grande ruolo di quest’ultima del mondo contemporaneo.
A mettere in discussione, invece, tutta la percezione del reale è l’istallazione dell’artista Laurent Bazin, che propone un’incredibile esperienza sensoriale: attraverso l’uso di dispositivi visivi come il black box e l’oculus rift, l’artista indaga le interconnessioni tra l’atto del vedere e del definire. Il dispositivo, infatti, propone la visione di un paziente che disteso nella sala operatoria, si prepara a donare i suoi occhi. In questo modo, manteniamo la nostra individualità ma entriamo nello sguardo di qualcun altro, siamo immersi nell’istante esatto che precede il buio, in cui vorremmo trattenere con lo sguardo tutto ciò che è ancora possibile vedere.
A completare l’esperienza visiva della mostra sono i lavori degli artisti più strettamente connessi al cinema. Philippe Petit proietta gli appunti cinematografici della sua nuova produzione su pellicola, focalizzata sulle dinamiche socio-culturali di Roma, Anne-Violaine Houcke presenta invece i documenti filmici provenienti dalla sua ricerca su Cecilia Mangini, documentarista e fotografa italiana che esplorò negli anni Sessanta la situazione dei ragazzi di borgata, a seguito della politica fascista.

_SAUNA BOSCO STRUTTURA -® Johan Brunel

Sauna nel Bosco, Johan Brunel

La canta delle Marane, proiettata sulle pareti dell’antica cisterna di Villa Medici, sposta l’attenzione sull’elemento naturale dell’acqua. Da quella stagnante delle marane, rianimate dal gioco dei bambini, si passa all’acqua come mezzo di socializzazione e affermazione: nel video sull’istallazione di Johan Brunel, le debordanti fontane de “La Dolce vita” si spostano, infatti, in un contesto mondiale privo di risorse idriche in cui avviene l’incontro tra la cultura nomade e i privilegi offerti da una sauna della Roma antica.

Il Teatro delle esposizioni #7, non è solo il punto di arrivo di una ricerca ma contiene anche l’insieme di strade e deviazioni che l’hanno attraversata. Ogni artista offre la sua personale visione dell’esperienza di soggiorno a Roma che è soprattutto esplorazione di un continuo confronto con il reale. L’incontro tra culture differenti porta ancora una volta il grande pubblico a contatto con uno spazio fisico e immaginario in cui approfondire e conoscere la contingenza, riconoscerne il valore, i limiti e le tensioni, predisponendoci sempre a nuove letture.

 

di Maddalena Crovellaall right reserved

IL TEATRO DELLE ESPOSIZIONI #7 A VILLA MEDICI. ultima modifica: 2016-07-04T11:53:48+00:00 da Maddalena Crovella
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