Il sovranismo alla prova del Coronavirus

di Mauro Mongiello

Il sovranismo alla prova del Coronavirus

di Mauro Mongiello

Il sovranismo alla prova del Coronavirus

di Mauro Mongiello
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La pandemia provocata dal Covid-19 sta sconvolgendo tutto: routine giornaliera, mondo del lavoro, socialità, stili di vita ormai acquisiti in un Occidente riscopertosi improvvisamente molto più fragile di quanto credesse.

A questa tempesta perfetta, tuttavia, sembra restare immune quello che è -sperando, dopo la fine dell’emergenza sanitaria, di poter utilizzare l’imperfetto- l’elemento caratterizzante gli ultimi lustri della vita politica dei Paesi occidentali: il sovranismo.

Donald Trump da un lato dell’Atlantico, Boris Johnson dall’altro, si sono fatti alfieri di una strategia di contrasto al coronavirus completamente agli antipodi rispetto a quanto, ad esempio, ha predisposto Giuseppe Conte nel nostro Paese: alla sensibilizzazione costante, preventiva fino al punto di contingentare non solo il virus, ma anche alcuni diritti costituzionalmente riconosciuti, si contrappone il darwinismo sociale, la convinzione che, di fronte al totem del mercato, si possa ben sopportare qualche sacrificio, umano e non.

Risuona, nelle cancellerie e nei palazzi di governo di mezza Europa, la sinistra frase “i cittadini inglesi dovranno accettare di poter perdere i propri cari”, con cui BoJo ha di fatto annunciato il piano di contrasto britannico all’epidemia: una vera e propria scommessa, soprattutto dal punto di vista scientifico, sulla creazione di un’immunità di gregge allo scoccare della fatidica soglia di contagiati utile a svilupparla.

Fino a qualche giorno fa, l’omologo americano sembrava dello stesso avviso: nelle ultime ore, complice l’aumentare del numero delle vittime sul suolo USA e, molto probabilmente, l’umana paura di ritrovarsi a propria volta infettato, a seguito della positività di un membro dello staff del presidente brasiliano Jair Bolsonaro (altro sovranista minimizzatore dei rischi del coronavirus), con cui Trump ha avuto degli incontri nelle scorse settimane, hanno spinto il POTUS prima a sottoporsi al tampone -da cui è risultata la negatività di The Donald- e, successivamente, al varo di un vero e proprio New Deal 2.0 per sostenere l’impatto della pandemia sull’economia a stelle e strisce.

Vi è da domandarsi, al netto dell’opinione di ciascuno sul tema della globalizzazione, se le solite risposte isolazionistiche e muscolari, spesso produttive sul piano elettorale, rappresentino una modalità corretta per affrontare la più grande crisi degli ultimi anni: a ben vedere, prese di posizione di questo tipo assomigliano agli ultimi colpi di coda di una stagione politica già vecchia, incapace di muoversi in maniera coordinata con le istituzioni preposte ad affrontare l’emergenza. In Italia, sono completamente spariti dai radar Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i quali fino all’anno scorso erano i pupari dello stesso Giuseppe Conte che oggi si erge a statista e figura di riferimento della crisi. La differenza? Il premier pugliese si fa forte, in un’azione comunque non priva di scivolamenti ed errori, dei numeri e dei pareri degli esperti, gli agitatori di folle utilizzano strumenti comunicativi pre-coronavirus, obsoleti nella forma e nella sostanza.

Un nuovo modo di intendere e gestire il mondo ci attende, dopo la fine dell’emergenza, con alcuni punti fermi da cui ripartire. In un momento cupo, difficile e probabilmente ancora lungo, questa è una delle poche speranze a cui potersi aggrappare.

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