Il sangue innocente si lava solo con le mani pulite. Ricordando Giovanni Falcone

di Vittoria Favaron

Il sangue innocente si lava solo con le mani pulite. Ricordando Giovanni Falcone

di Vittoria Favaron

Il sangue innocente si lava solo con le mani pulite. Ricordando Giovanni Falcone

di Vittoria Favaron
10 minuti di lettura

Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali 
che possa contemplare il cielo e i fiori, 
che non si parli più di dittature 
se avremo ancora un po’ da vivere… 
La primavera intanto tarda ad arrivare. (Povera patria – Franco Battiato)

 

20 anni fa, il 23 maggio del 1992, moriva il giudice Giovanni Falcone, ucciso a seguito di un attentato devastante svoltosi sull’autostrada A29 per Palermo, altezza Capaci, da 600 tonnellate di esplosivo fatte scorrere con uno skateboard attraverso un foro fatto nel cemento.600 tonnellate di esplosivo che tolsero la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo, agli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Il mafioso Giovanni Brusca, mafioso perché facente parte dell’associazione mafiosa dal nome Cosa Nostra, associazione cui Giovanni Falcone e il suo pull di magistrati riuscì a dare nome e volti, e a cui inflisse un colpo durissimo che sfociò con il maxi processo del 1985-1986, si dichiarò colpevole perché esecutore concreto dell’attentato.Ma tuttora, a distanza di 20 anni, la verità effettiva sui veri mandanti della Strage non è stata rivelata.

Perché anche a seguito dell’ulteriore e terribile attentato stragista che si verificò 57 giorni dopo, l’attentato al giudice Paolo Borsellino, il 19 luglio del 1992, la verità sui veri mandanti che decretarono la fine dei due uomini che con il loro lavoro e il loro sangue hanno concorso all’attacco e alla provvisoria, perché di provvisoria si tratta, sconfitta alla Mafia siciliana, quella verità non è del tutto chiara, non è stata completamente raccontata.

A seguito della riapertura delle indagini della strage di via D’Amelio, quella che ha ucciso Borsellino, da parte delle procure di Caltanissetta e Firenze, a seguito delle deposizioni di ulteriori pentiti mafiosi e collaboratori di giustizia, a seguito di una teoria che negli anni sembra assumere il ruolo di pista certa, almeno nella mia personale valutazione di cui mi prendo ogni responsabilità, l’uccisione di Falcone e Borsellino rispondeva e risponde tuttora alla necessità di togliere di mezzo due personaggi da sempre scomodi per la sopravvivenza della Mafia ma soprattutto scomodi in un periodo in cui pezzi dello Stato erano entrati in trattativa con l’organizzazione di Cosa Nostra stessa.

Giovanni Falcone nell’arco di tutto il suo lavoro di magistrato anti-mafia, ha sempre voluto scoperchiare la collusione, o come le chiamava spesso lui, la “complicità politica” dei potenti di Roma con la mafia siciliana, quello che lui chiamava anche “terzo livello”.

Da Salvo Lima a Vito Ciancimino a Giulio Andreotti, e non vado oltre perchè sarebbe pressapochista proseguire senza sfociare in un’ analisi accurata dei fatti, ma solo per citare i più noti, per i quali la storia come le carte processuali parlano da sé, gli intrecci tra pezzi deviati dello Stato e Cosa Nostra vanno ad aggiungere rabbia e sdegno a fronte di litri di sangue sgorgato innocente e carne fatta a brandelli di tutti coloro che hanno lottato per un senso profondo di Giustizia, di dovere civile ma soprattutto di senso dello Stato, quel senso dello Stato che ha mosso il giudice Costa, il giudice Chinnici, Il Generale Dalla Chiesa, Il Giudice Falcone e il Giudice Borsellino, e stretti con loro tutte le forze dell’ordine, gli uomini della scorta, le persone innocenti compromesse per sempre perché vittime della Mafia e del suo piano criminale e indegno.

Ma oggi cadono i 20 anni dalla morte di Giovanni Falcone, di un uomo straordinario, di un professionista della giustizia che ha rivoluzionato un modo di agire e di combattere le organizzazioni criminali e mafiose, una persona buona, ironica, con un sorriso sornione sotto i baffi, una persona che non si è mai chiesta ad alta voce se ne valesse la pena continuare a lottare di fronte a tutta quell’infamia che girava intorno a lui, di fronte a tutte quelle vite spezzate, e a tutta quella verità che faticava a chiudere il suo cerchio.

Era rimasto solo Falcone, negli ultimi anni prima della tragedia che gli ha tolto la vita.

Era stato aspramente criticato quando decise di andare Roma a ricoprire un ruolo agli Affari Penali chiamato dall’allora Ministro della Giustizia Claudio Martelli, fu ostacolato nella sua carriera all’interno delle cariche della magistratura, subiva una violenza mediatica fortissima e una diffidenza da parte di alcune falangi della magistratura che non accettavano più il metodo sperimentato nel pull antimafia fondato da lui da Borsellino e coordinato da quel grand’uomo del giudice Caponnetto.

A distanza di 20 anni il suo immenso sacrificio continua a sgorgare nelle vene di coloro che non possono dimenticare la sua opera, di coloro che sentono l’eredità e la responsabilità che Falcone, insieme a Borsellino, hanno lasciato ai posteri, consapevoli che i risultati del loro lavoro sarebbero stati visti e compresi solo dopo la loro morte.

Continuare a lavorare, a lottare per la giustizia, con la consapevolezza di avere sulla testa una condanna a morte firmata da Cosa Nostra è qualcosa che va al di là dell’eroismo, e francamente la parola eroe è stridente e inopportuna, a mio avviso, accostata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Perché L’Eroe strettamente inteso nella mitologia greca è colui che non ha scelta, che ha una storia scritta e quella segue, mentre i due magistrati potevano scegliere, potevano scegliere di restare nell’anonimato e nell’indifferenza e compiere il loro ordinario lavoro previsto per un incarico pubblico, oppure tentare di andare oltre, di compiere un passo ulteriore e grandioso, compiere uno strappo alla consuetudine omertosa e criminale che stava distruggendo la Sicilia come L’Italia tutta, e hanno deciso di lavorare per quel progetto, quel sogno, o semplicemente per quel dovere giusto.

E sono morti non da eroi, ma da Uomini veri, con la U maiuscola, con la U che non tutti gli esseri umani possono godere nel loro quotidiano vivere.

Ci si vergogna quasi a parlare di Giovanni Falcone seduti comodamente su una sedia, perché consapevoli troppo pocoa volte, e in questo caso solo per 24 ore, dello spessore indescrivibile e delle gesta immense di un  grande uomo.

Ci vuole molta umiltà e molto pudore anche e soprattutto a ricordarlo.

Cosa certa è che non è possibile dimenticare, è necessario continuare a Ricordare.

Il ricordo, da tenere forte e vigile nella mente e nelle vene di ognuno di noi, è il fiore più puro e più bello che si possa posare sulla tomba di uomini per bene come Giovanni Falcone. Lo dico senza retorica ma con la forte convinzione che solo il nostro esempio, perpetuo e costante e supportato dal ricordo vivo della loro tempra morale e della loro incorruttibilità, nella vita quotidiana come nelle nostre piccole scelte, possa rendere vero merito al sacrificio di Falcone e degli uomini suoi affini.

Il sangue innocente si lava solo con le mani pulite.

E nella giornata del Suo ricordo, è cosa buona e giusta raccogliere le parole di alcuni ragazzi di The Freak che hanno avuto il merito di superare quella cortina di vergogna e pudore e parlare con il cuore, con la rabbia, con l’emozione che questa storia suscita.

 

La parola a loro. Per ricordare Giovanni Falcone.

Maricia

Quando tre anni fa mi accorsi di dover effettivamente scegliere cosa fare della mia vita dopo la maturità mi resi conto che non poteva essere un’altra decisione da farmi scivolare addosso ma che avrei dovuto pensarci, pensarci davvero. La mia famiglia, i miei amici, tutti hanno sempre creduto e, anche se nessuno ha mai voluto influenzarmi, saputo, che avrei scelto la legge, era una di quelle scelte fatte perché nel tempo si sono imposte da sole, come se a tavola a colazione oramai vostra madre sapesse che volete il caffè senza latte. Intimamente ero già riuscita con sofferenza ad allontanare il pensiero della facoltà di restauro, ma c’era qualcosa che mi tormentava, e continuavo a fare sogni ridicoli i cui protagonisti erano Freud, Bentano, Wundt, Jung, io però, scettica, non mi ponevo nemmeno la questione ma era un pensiero fisso, costante, che mi tormentava. Una mattina, per caso, mi trovavo a Palermo, e decisi di passare davanti al tribunale, ci ero già stata parecchie volte ma sentivo che quella volta il mio sguardo sarebbe stato diverso. Dopo una lunga passeggiata, il caldo cocente mi aveva sfinita, e ora che ricordo mi pare quasi di sentire i sandali che mi tagliano i piedi, arrivai lì di fronte, e me lo immaginai uscire da quel portone, e fu lì che capii. Capii che non c’era niente di più importante che valesse la pena studiare, a cui dedicare la vita, niente di più psicologico che studiare i pensieri e gli atteggiamenti del nostro popolo, capii che la legge è nata su misura ed esigenza della persona, ed imperfetta perché creata dall’uomo è una sorta di vestito da adattare all’occasione, e purtroppo, tra i nostri aranceti quel vestito è troppo spesso di colore nero. Sentii forte che lo studio di quelle formule articolate non si limitava ad un involucro senza spirito, ma andava aldilà della capacità umana, e che non c’era cammino più nobile da percorrere se non quello della giustizia, niente di più analitico dello studio di un pensiero. La mia scelta è nel sorriso di Giovanni Falcone, il sorriso della Sicilia più bella, quella di Maggio, quando il sole non è ancora troppo forte e si può andare a guardare il mare.

 

Stefy

Ero troppo piccola per capire, avevo solo 6 anni. Però ricordo mia madre che disse: “Hanno ucciso Giovanni Falcone.” E poi ricordo il silenzio di quella giornata. Chi era Giovanni Falcone e chi l’ha ucciso?
Oggi con la consapevolezza di una donna, ancora non so dare una spiegazione alla Mafia ma so distinguere tra il bene e il male e so che il male non è invincibile, questo anche grazie a persone come Falcone e Borsellino.

 

Adriana 

La Rabbia.Nel 1992, ero ancora troppo piccola per capire.

Crescendo, le immagini del manto stradale esploso e di quella carcassa d’auto mi apparivano così lontane.
Negli ultimi anni, da quando non vivo più in Sicilia, quando torno a casa passo sempre davanti a quel pezzo di manto stradale, a metà tra l’aeroporto e casa mia.
Oggi, con maggiore coscienza, penso che qualcuno ha posto in cima alle sue priorità un unico valore: l’ONESTA’. In realtà, la mia coscienza non è così nobile. Quando penso a Falcone, lo ammiro, ma riconosco di non essere così coraggiosa, di non avere quella stessa volontà e abnegazione.
La mia coscienza dopotutto non è cresciuta nei circoli culturali, è cresciuta lontana dalle manifestazioni politiche e dai proclami di legalità.
Qualcuno la definirebbe una coscienza tipicamente siciliana, tipicamente omertosa.
Mi piace pensare che la mia coscienza non si è formata con i fatti di cronaca. Mi piace pensare che la mia coscienza si è formata nella realtà.
Nasce dagli occhi di una siciliana, anzi di un’italiana, che – in quanto tale – ha visto e vede la mafia intorno a sé, ha visto e vede l’ingiustizia sopra di sé, ha visto e vede la disonestà accanto a sé e che ha incontrato e incontra il compromesso davanti a sé.
Oggi, ho coscienza dell’atto di Falcone, non perché penso al suo sacrificio, ma perché penso a quanto coraggio ci voglia a dover scegliere davanti a quel compromesso.
Un compromesso seducente. La promessa di felicità. L’alternativa è il silenzio.
Oggi, ho la coscienza della difficoltà di questo continuo aut aut.
Oggi, ho la coscienza di cosa si dovrebbe o non si dovrebbe scegliere, ma non consiglio cosa scegliere.
Oggi ho la coscienza di ciò che è avvenuto il 23 maggio 1992.
Io scelgo. Scelgo ogni giorno. Niente retorica. Solo rabbia.

 

Eve

Venne con la voce di mia madre. “Hanno ucciso Falcone”. La sua voce, la più dolce per una bambina, portó questa notizia.
“Hanno ucciso Falcone.” Parlava con mio padre.
Io avevo 5 anni. Pensai ad un falco. Ad un rapace maestoso, abbattuto ingiustamente.
Allora chiesi. “Perchè?”.
La domanda più semplice.
Quel giorno pronunciai per la prima volta il termine “mafia”. Ricordo che mio padre lo associó a “sconfitta”, rendendo quelle parole gemelle nella mia testa.
Sconfitta. Sconfitta perché per il nostro Paese la sua esistenza lo era.
Sconfitta. Perchè un uomo che aveva a che fare con un falco era morto, pur di opporsi a lei.
E pensai che l’avrei voluto ricordare a tutti i costi, quando fossi divenuta grande, quell’uomo sacrificatosi per sconfiggere la Sconfitta.
Era il 23 maggio 1992.

 

 

Povera Patria – Franco Battiato

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Una risposta

  1. Essere, tutti insieme, il cambiamento

    Violenza, criminalità, sangue.
    Parole nel silenzio, la crisi e l’etica, idee che sopravvivono.
    Dignità, condivisione, responsabilità, legalità, coraggio, forza di scegliere.
    Valori condivisi, forza di lottare, volontà di cambiamento.
    Essere, tutti insieme, il cambiamento.
    Non avere paura di avere paura.
    Vivere la vita fino in fondo, non sprecare neppure un momento.

    Andrea ha diciotto anni, spera di diventare giornalista, e ha il coraggio di scrivere.
    Sara ha dodici anni, vuole fare la cameriera, e non ha mai avuto paura.
    Melissa aveva sedici anni, andava a scuola, e aveva voglia di vivere.
    Giovanni aveva cinquantatre anni, faceva il magistrato, ed aveva, come tutti gli uomini, paura.

    23 maggio 1992. Capaci. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Dicillo, Rocco Montinaro.
    23 Maggio 2012. Palermo. Migliaia di persone, insieme, per non dimenticare.

    “Gli uomini passano, le idee restano.
    Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”.
    -Giovanni Falcone-

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