Il ritorno alle origini di Cosa Nostra

di Rita Santaniello

Il ritorno alle origini di Cosa Nostra

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Il ritorno alle origini di Cosa Nostra

di Rita Santaniello
5 minuti di lettura

La ricostituita cupola sgominata dal blitz della DDA di Palermo

Era il 17 novembre 2017 quando, alle 3,37 nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, moriva Totò Riina, il “capo dei capi”, l’ultimo grande boss dell’organizzazione criminale conosciuta come Cosa Nostra, si pensava.
Eppure ieri l’Italia si sveglia con una notizia allo stesso tempo inquietante ma rassicurante: la DDA di Palermo effettua nella mattinata 46 arresti per mafia (tra i capi di imputazione si ricordano associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni consumate e tentate, con l’aggravante di avere favorito Cosa Nostra, fittizia intestazione di beni aggravata, porto abusivo di armi comuni da sparo, danneggiamento a mezzo incendio, concorso esterno in associazione mafiosa), risultati dal coordinamento di quattro distinti procedimenti penali.
Dalle indagini emerge che proprio nei mesi scorsi per la prima volta dopo anni (nel 1993 l’ultima volta) si ricostituiva la cupola.
L’incontro tra i capi mandamento, stando alle indagini svolte, è avvenuto il 29 maggio scorso.
La commissione provinciale di Palermo si ricostituiva per eleggere il nuovo padrino, tornando a ricompattare le famiglie che, dopo la morte di Riina lo scorso anno, si erano trovate “senza guida”, tornando a quella struttura atomistica che aveva depotenziato l’organizzazione.
Negli ultimi anni (soprattutto nel periodo successivo alle stragi) Cosa Nostra ha subito pensanti colpi, e proprio dopo la morte del suo esponente più noto stava provando a riorganizzarsi. Erano 25 anni che l’organismo “di rappresentanza” dei mandamenti palermitani non si riuniva: solo il capo dei capi in carica avrebbe potuto richiederne una convocazione, circostanza mai concretizzatasi fintanto che Riina aveva mantenuto salde le redini dell’organizzazione.
È allora dallo scorso anno che la mafia palermitana tenta di ritornare alle origini, per ricompattarsi e ritrovare vecchi e nuovi personaggi.
È quello che emerge dalle intercettazioni che hanno portato ieri mattina all’arresto da parte della DDA di Palermo di personaggi per lo più noti (alcuni erano stati appena scarcerati dopo aver scontato altrettante condanne per mafia). Dalle conversazioni nelle mani dagli investigatori trasuda un certo orgoglio dei cosiddetti “uomini d’onore” per la ricostituita Cupola 2.0 come è stata definita nel nome dell’inchiesta.
Se resta ancora sconosciuto il luogo in cui è avvenuta la riunione, lo stesso non si può dire delle “idee riformatrici” dei nuovi boss.
Emerge chiaro l’intento di ricostruire un’organizzazione forte, per certi versi internamente democratica in cui “i contatti tra i mandamenti possono essere tenuti solo dai reggenti”: una regola aurea, la prima regola della rinata Cosa Nostra, in cui riacquista centralità l’organizzazione, il gruppo, all’interno del quale il singolo, il padrino, è solo un rappresentante.
Questo almeno nelle intenzioni, fintanto che la DDA non ha disposto il fermo di indiziato di delitto in seguito all’inchiesta condotta dal Procuratore Francesco Lo Voi e gli aggiunti Agnello, Brucoli, De Luca, Luise, Mazzocco, Scaletta e Spedale, che nell’ambito di quattro differenti filoni di indagine sono giunti a ricostruire i nuovi assetti della commissione palermitana.
Un lavoro di coordinamento investigativo che ha consentito di evitare la resurrezione di uno dei fenomeni più pericolosi degli ultimi tempi, un’operazione resa possibile proprio grazie alle Direzioni Distrettuali Antimafia (di cui lo stesso Procuratore Lo Voi ricorda l’importanza) attraverso le quali, implementando la collaborazione e il coordinamento, si è giunti ad abbandonare l’approccio atomistico nella lotta alla mafia e ad approdare finalmente alla convinzione che si tratta di un fenomeno unitario.
Quello di ieri mattina è stato l’ultimo atto di un’opera che da anni vede lo Stato particolarmente attento al tema della lotta alla criminalità organizzata. Una guerra che però non può ancora dirsi vinta, una guerra che passa anche e soprattutto attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
Se da un lato non può negarsi l’importanza degli strumenti nelle mani della magistratura per arginare il fenomeno e consegnare alla giustizia i responsabili di azioni efferate, dall’altro non si può non considerare che il fenomeno mafioso ha radici ben più profonde.
La mafia è un’organizzazione capillare che si insinua tra le maglie più strette della società civile fornendo un’alternativa allo Stato.
Lo scopo allora di questa lotta deve essere non solo quello di debellarla, ma quello di fornire una valida alternativa a quella stessa società.
Il dato più importante che emerge dai fatti dell’indagine è la pericolosità della “nuova mafia”. Dopo la stagione delle stragi, l’organizzazione aveva mantenuto un basso profilo, aveva capito che facendo meno rumore avrebbe avuto un maggiore spazio di manovra. È la pace che le assicura il profitto. Farsi la guerra per la “successione” avrebbe solo attirato l’attenzione. Meglio riorganizzarsi allora, creare una struttura stabile, solida, pacifica, dotata di un proprio codice e di proprie regole.
Una vera e propria struttura parastatale che ha trovato il suo punto debole proprio nelle attività tipiche dello Stato: sanzionare chi non rispetta le regole autoimposte. I fatti che hanno portato agli arresti vengono alla luce nell’ambito di un’operazione atta a sventare l’omicidio di un pregiudicato colpevole di fronte alla cupola di estorsioni non autorizzate dall’organizzazione.
È una struttura che non può e non deve esistere. L’unico modo che conosciamo allora per debellarla è riporre fiducia nella magistratura e soprattutto consentirle la massima libertà di azione attraverso il potenziamento degli strumenti di cui la stessa può disporre. Se molto si è fatto attraverso la nascita delle Direzioni Distrettuali Antimafia, molto resta ancora da fare affinché l’intervento dello Stato possa sempre dirsi tempestivo come in questo caso.


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