“Il Premio Strega?
Contano solo i soldi”

"Il Premio Strega?
Contano solo i soldi"

Intervista a Davide Brullo
Dal Premio Strega al futuro dell'Intellettuale Dissidente

di Flaminia Camilletti

“Il Premio Strega?
Contano solo i soldi”

"Il Premio Strega?
Contano solo i soldi"

"Il Premio Strega?
Contano solo i soldi"

di Flaminia Camilletti
Premio Strega

“Il Premio Strega?
Contano solo i soldi”

"Il Premio Strega?
Contano solo i soldi"

Intervista a Davide Brullo
Dal Premio Strega al futuro dell'Intellettuale Dissidente

di Flaminia Camilletti
4 minuti di lettura

Davide Brullo è uno degli scrittori più irriverenti e talentuosi del nostro panorama artistico, direttore dell’Intellettuale Dissidente e autore per Il Giornale. Con lui, dalla foce di un vulcano a Quito, abbiamo deciso di fare due chiacchiere su tutto. Dal Premio Strega che come gli altri “conta solo per i soldi” ai vip della nostra letteratura, dalle sue fantastiche “stroncature” al futuro della nostra bellissima lingua e a quello dell’Intellettuale Dissidente. 

Davide Brullo

Ciao Davide, accanto al tuo lavoro di scrittore e poeta di talento, da anni ti occupi anche di leggere e recensire libri. Sono famose le tue “stroncature”, da cui hai tratto anche un libro edito da Gog. Hai sparato a zero su quasi tutta l’élite letteraria italiana. Hai subito ritorsioni per questo?

“Scrivere stroncature non è come andare in guerra, arruolarsi nella Legione Straniera, conquistare una città. È un gioco, un divertimento, una pernacchia: il folle che va dove non è invitato, gioca a fare il prestigiatore coi pomodori poi li butta in faccia agli astanti. Dunque nessuna ritorsione, se non le cose ovvie: editori che ti danno le spalle, scrittori che ti mandano affanculo, avvocati che tentano di citarti in giudizio”. 

Ci vuoi raccontare come è andata?

“Di solito vince il più forte, cioè il potere che decapita il clown, il potente che invita il folle a tornare dove sta, tra il deserto e la latitanza. Ergo: non è successo niente. Eppure, Alessandro D’Avenia ha preteso, tramite stuoli di avvocati, che la sua stroncatura fosse cestinata. Così è andato. Ma io l’ho recuperata, pubblicandola, nel libro che hai citato in cima”. 

Lo rifaresti?

“Per carità, le cose non si rifanno – se ne fanno di nuove, se possibile più violente, più ardite, anonime”. 

Bisogna far parte di questa cricca di intellettuali per avere successo nel panorama?

“Beh, è ovvio. Se vuoi fare il politico, devi frequentare i politici; se vuoi fare il giornalista idem; se vuoi fare lo scrittore pure. Non appartengo a nessuna di queste categorie, ho la fortuna di essere ricco di famiglia – i miei posseggono, in Amazzonia, appezzamenti grandi quanto il Lazio, vi alleviamo giaguari, coccodrilli e bimbi selvaggi – dunque di essere infrequentabile”. 

Cosa succede quando una come Teresa Ciabatti, regina incontrastata di questo mondo viene esclusa di nuovo dall’ambitissimo Premio Strega?

“…che tutti gli amici del quartiere piangono, in pubblico, sui giornali, sulla sua spalle, due palle così. Sono, in effetti, queste, questioni di quartiere, vili, prive, perfino, di natura narrativa. Meglio andare a cercare Shangri-la, oppure, come faceva André Malraux – uno di vaste frequentazioni, che domesticava – sfidare la Sfinge, lo stuolo di enigmi”.

Pensi che la sua reazione sia sembrata un po’ come quella della volpe che non arriva all’uva?

“La vanità e il vaniloquio sono la cosa più bella in un grande scrittore; la cosa più becera in uno scrittore modesto”. 

Hai letto qualcuno dei libri dei finalisti? Ti aspettavi questo vincitore?

“Leggo solo per mestiere, ciò che voglio. Spesso, poeti morti più di mille anni fa. Dello Strega potrei dire come di un effetto morgana, lungo il Tevere”. 

Per l’ennesima volta, conta davvero qualcosa questo premio, o in generale i premi letterari?

“I premi contano per una cosa sola: i soldi. Quelli italiani sono roba da pezzenti. Per questo, come si sa, io lavoro da Quito, in Ecuador, alla foce di un vulcano”. 

Da poco meno di un anno ti occupi della direzione dell’Intellettuale Dissidente, come sta andando?

“Mi sveglio la mattina, mi bagno nel rio delle Amazzoni, faccio la redazione con tre specchi di fronte. Di solito, litigo con me stesso. Per questo, con audacia bacchica, ho deciso insieme al direttore autentico, Sebastiano Caputo, di uccidere l’Intellettuale Dissidente. Dal suo cadavere, come le api intorno all’agnello sacrificale, nascerà qualcosa di potente, tra sangue e miele”. 

Esiste un’alternativa alle tue stroncature? 

“La critica. Quella che fanno gli intellettuali veri, che hanno studiato, mica me, che ho a mala pena la seconda media. Oppure, mettersi a novanta e attendere il proprio turno di gloria. L’alternativa è la Legione Straniera”. 

Che futuro immagini per la letteratura italiana?

“Radioso. La lingua italiana morirà, non sapremo più leggere la Divina Commedia senza traduttore. Ma un ragazzo, nei recessi del Vietnam, sta già scrivendo il capolavoro del prossimo postatomico futuro”.  

Hai un consiglio per un giovane scrittore poco raccomandato?

“Per scrivere non serve raccomandazione né comandamenti. Basta vivere, stare dissennati, divinare le nuvole, ascoltare il fischio del falco, afferrare una penna. L’urgenza trionfa. Il resto è secondario”.  

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