Il nemico alle porte

di Simone Pasquini

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Il nemico alle porte

di Simone Pasquini
6 minuti di lettura

Mentre il Coronavirus imperversa per le strade e ci costringe (o perlomeno dovrebbe) ad una seria riflessione su cosa significhi “responsabilità”, alle porte d’Europa si sta consumando l’ultimo atto di una tragedia che si trascina da ormai 9 anni, a causa di una terribile guerra civile. Dall’ inizio delle ostilità nel suo Paese, la popolazione siriana ha dovuto sopportare privazioni e sofferenze di ogni genere: mancanza di cibo ed acqua, bombardamenti, caldo insostenibile d’estate ed ipotermia durante l’inverno. Secondo i dati dell’UNHCR, la più importante agenzia ONU preposta alla tutela dei rifugiati, si stima in più di 5 milioni il numero dei profughi siriani. Questo significa che più di un quarto della popolazione siriana ha dovuto lasciare la propria abitazione, prendere con sé il poco che aveva (o che era rimasto dopo i bombardamenti, le rapine e le violenze) ed incamminarsi su strade assolate e polverose verso i confini del proprio Paese. L’UNHCR e le ONG che si trovano in Siria fin dal 2012 per cercare di alleviare, per quanto possibile, le sofferenze di questi poveri disperati denunciano da anni la scarsità dei mezzi e del personale per poter far fronte alla oceanica massa di persone che cercano di riversarsi al di fuori di un Paese che ormai è da tempo divenuto un unico enorme campo di battaglia. Paesi come il Libano e la Giordania sono stati fin da subito in prima linea per cercare di accogliere al meglio delle loro possibilità questa massa di profughi, benché la loro situazione economica e le ridotte dimensioni rendessero questo compito estremamente difficile. Il Libano ospita ormai da anni un numero di rifugiati pari a quello della popolazione autoctona, e i campi allestiti in Giordania sono quasi al collasso.

L’unica nazione che sembra aver trovato un modo per volgere questa situazione a proprio vantaggio sembra essere la Turchia. Qualcuno pensa che la parola “vantaggio” possa urtare la sensibilità di qualcuno, che possa essere un po’ troppo provocatoria? Al sottoscritto questo sembra l’unico modo per poter definire quella che da emergenza umanitaria è stata trasformata in arma di ricatto internazionale. L’ Europa civile, l’Europa della democrazia e dei diritti umani, destinazione ultima di molti di questi profughi, è sempre stata felice di, letteralmente, pagare la Turchia per risolvere il problema al posto suo. Dopotutto la Turchia è alla distanza giusta per non dover sentire le loro urla. Il famoso accordo UE-Turchia del 2016 prevedeva un totale di 6 miliardi alla Repubblica turca per tenere fermo in Anatolia chiunque avesse varcato il confine. Ma ora il Sultano Erdogan, deluso dall’atteggiamento occidentale nei suoi confronti e deciso a portare avanti i suoi progetti di influenza neo-ottomana in medio-oriente, ha capito l’estrema utilità della bomba ad orologeria siriana, che può essere usata come strumento di pressione in politica estera.

E per quelle “poche” migliaia di persone che sono riuscite con mezzi di fortuna a raggiungere le isole greche dell’Egeo orientale, passando attraverso le maglie dei controlli costieri sia turchi che greci, l’Europa ha creato una terra di nessuno attrezzata in maniera assolutamente insufficiente alle esigenze di tutti questi uomini, donne e bambini stremati da settimane di viaggio in condizioni durissime. Le foto di campi come quello di Moria, tragicamente inadatti ad un simile flusso di persone e le cui strazianti immagini si impongono con sempre maggior frequenza sul web, sono ormai il simbolo di questa perenne emergenza. I fondi europei stanziati per aiutare la Repubblica ellenica a far fronte alla crisi sono assolutamente insufficienti, e non possiamo non riconoscere il lavoro di tuti quei volontari ed ONG cha da tutto il Mondo accorrono con supporto e fondi per cercare di alleviare le sofferenze di tante persone in balia degli eventi. Ma nelle ultime settimane stiamo assistendo anche ad un altro tipo di solidarietà trans-nazionale, di cui avremmo volentieri fatto a meno.

Ci sono forze politiche nella nostra cara e civile Europa che hanno l’aspetto di creature uscite dal passato. Nel nome della tolleranza e dell’astratto principio di libertà di espressione, siamo stati quasi costretti dalla società ad imparare a convivere con degli sparuti ma agguerriti gruppi di radicale estremismo. Quando ancora tutto andava per il meglio, pima della crisi economica e dell’acuirsi del fenomeno del terrorismo, nessuno si sentiva minacciato dalla ciò non di meno immensa massa di disperati sulla cui schiena si poggia il nostro sistema di vita. Ma ora che gli argini si sono rotti, e che è facile vedere l’Europa come una bellissima roccaforte di marmo bianco assediata da ogni parte da orde di stranieri, queste forze hanno preso a crescere in maniera esponenziale. Peggio ancora, hanno capito di poter operare con la tacita indifferenza (non connivenza, perché si tratta di qualcosa di molto più subdolo) delle autorità cui la società ha autorizzato l’uso esclusivo della forza. Dico questo perché sono ormai noti i gravissimi fatti che stanno avvenendo nelle isole greche, dove gruppi di uomini di Alba Dorata si sono organizzati in ronde che battono il territorio alla ricerca di profughi. Peggio ancora, giornali greci ed europei denunciano aggressioni sistematiche ai danni di operatori di ONG e dei loro stessi inviati (ai piedi dell’articolo troverete rimando ad almeno un paio di testate che hanno denunciato questa vergogna). Questo clima di “caccia all’uomo” ha riscosso talmente tanto successo che perfino altre formazioni affini ai nazisti greci hanno voluto partecipare a questa gloriosa lotta per la civiltà: da Italia, Ungheria, Germania e tanti altri paesi stanno giungendo volgarissimi picchiatori sulle isole per aiutare i loro camerati in questa mitica epopea dove i rappresentanti dell’occidente bianco lottano con sprezzo del pericolo contro le orde che ci minacciano con i loro corpi deperiti.

Di fronte a fatti come questi mi chiedo come possa la comunità europea rimanere indifferente. La lenta costruzione e progressiva integrazione degli Stati nell’Unione trovava la sua forza nella solida convinzione che i diritti umani e il multiculturalismo fossero una risorsa e non un limite, uno strumento e non uno ostacolo. Con quale ipocrisia possiamo cantare l’Inno alla gioia a Bruxelles, Parigi o Berlino e poi lasciare che quegli stessi individui che non avrebbero diritto di sedere nei parlamenti nazionali vadano impunemente ad infierire su donne e bambini in fuga dalla guerra, senza che le autorità preposte si sentano in dovere di intervenire (vasta sta diventando la polemica circa il contegno tenuto dalla polizia e dalla marina greca proprio in questi giorni). Il fallimento dell’Europa non si sta consumando nel cuore delle istituzioni, ma proprio ai suoi estremi confini: Lampedusa e Lesbo rappresentano l’incapacità di questa società di mantenere e rispettare le fondamenta su cui si dovrebbe reggere, che ci dovrebbe distinguere dal resto del Mondo e farci camminare in quanto occidentali ed europei a testa alta nel consesso delle nazioni dicendo “Io sono un Cittadino”. La triste verità è che non siamo riusciti neppure a far finta di credere alle stesse favole che ci andavamo raccontando.

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