Il meglio di Marzo: Coez E’ sempre bello

di Stefano Frisenna

Il meglio di Marzo: Coez E’ sempre bello

di Stefano Frisenna

Il meglio di Marzo: Coez E’ sempre bello

di Stefano Frisenna
13 minuti di lettura

Rivivere i propri ricordi personali e parlare di una generazione.

A primo impatto sembra qualcosa di impossibile, che richiede dei testi costruiti su metafore sociali, come insegna la tradizione del cantautorato italiano.

In realtà la vita di tutti i giorni è fatta di semplici avvenimenti, emozioni contrastanti e un continuo alone di malinconia per quello che non si ha/non si può più avere.

Coez è un “cantautorapper” che sceglie proprio questa via più facile, una sorta di “scorciatoia” per toccare le corde emotive degli ascoltatori con argomenti già cantati in ogni loro sfumatura, argomenti che riempiono le radio e le playlist musicali.

Silvano Albanese (35 anni), in arte Coez

Quest’opera si inserisce perfettamente nella scena mainstream, non differenziandosi per temi trattati, ma anzi, seguendo perfettamente i binari impostati come uno scolaro diligente. Ma alla fine non ci insegnano da sempre che non conta quello che si fa ma come lo si fa?

Silvano l’ha capito eccome, dandoci un album che consapevolmente “E’ sempre bello” a partire dal titolo.

Lo so già, volete il confronto. Effettivamente non si può non parlare di quest’opera senza specchiarla con “Faccio un Casino”, una delle scosse più forti del terremoto indie.

“Faccio un casino”, brano che ha dato inizio al sodalizio con Niccolò Contessa

Ovvio, Coez era già sulle scene da anni ma questo può essere considerato il suo primo “secondo album”, dato il successo critico e commerciale ottenuto grazie al cambio di stile di 2 anni fa.

E lo sa benissimo lo stesso cantante che cita la canzone in “Catene” con la frase: “Ho alzato un gran casino, dopo tutto sto casino come mai non sto bene”.
Coez è ben consapevole dell’hype generato, ha vissuto in prima persona  appunto il “casino” causato sulla scena e su sè stesso dal suo ultimo sforzo.

Come si può quindi replicare un successo del genere? L’artista ha provato a riprodurre la formula, con una grande sostituzione nell’equazione: – singoli, + omogeneità.

Va sottolineato come questa omogeneità sia qualcosa di positivo, avendo consegnato un prodotto più uniforme musicalmente e qualitativamente a differenza del pur sempre splendido mixtape precedente.

In poche parole Coez ha scritto due album che riproducono i due estremi della musica odierna.

Da un lato una “playlist” con pezzi da riascoltare singolarmente allo sfinimento, dall’altro un opera in cui forse non si raggiungono gli stessi picchi qualitativi, ma in cui sicuramente il tasto skip non viene quasi mai premuto.

La differenza è stata raggiunta sopratutto dietro le quinte, passando da coproduzioni differenti pezzo per pezzo alle mani del Re Mida dell’Indie Italiano: Niccolò Contessa. Bisognerebbe scrivere una trilogia sull’evoluzione recente del desaparecido, ma ci limiteremo a constatare l’impatto che ha avuto su quest’album.

Alcune delle scritte comparse in giro per Roma e Milano prima dell’annuncio dell’uscita del disco

Un impatto paragonabile a quello di un meteorite. I 10 pezzi infatti lasciano le orecchie  con una forte sensazione di aver sentito Coez-che canta-I Cani di Aurora-che suonano-Faccio un casino.
Ovviamente può salire il dubbio che, essendo due musicisti con background differenti, generino un mix macchinoso e freddo.

E invece no, i due artisti stanno bene insieme come il gin con la tonica. Sembra quasi come se si siano divisi i compiti perfettamente, come due universitari occupati a sbobinare una lunghissima lezione. Da un lato Contessa si è preso il lato musicale, portando una fronte impronta “alla Vasco” a tutto il disco.

Come dichiarato in diverse interviste dal rapper, infatti, c’è l’eco del suo stile in tutto il disco, con picchi in “Domenica”, ovviamente privata delle sue sonorità più rock.
Un’altra influenza forte è quella, come già nei suoni di “Aurora”, degli 80s con sintetizzatori di sottofondo, ma anche anche la presenza di chitarre seguendo lo stile degli ultimi grandi autori dell’hip hop americano.
In poche parole Contessa come un buon cuoco prende ingredienti da vari generi e li mischia insieme, dando nuova freschezza ai suoni ma conferendo sempre omogeneità tra di loro, evitando quindi l’effetto mixtape.

Dall’altro lato dell’album abbiamo i testi di Coez, come detto semplici, ma che sembrano parlare di ogni italiano nei suoi 20s.

“E’ sempre bello” è fuori ovunque da Venerdì 29 Marzo

Il tema principale è la fine. Fine innanzitutto di una relazione amorosa, che a questa età però coincide con la rinascita, con la possibilità di andare avanti portandosi indietro un bagaglio del sale della vita: le emozioni.

Allo stesso tempo, sembra quasi che la malinconia di una relazione finita sia per Coez anche una rappresentazione della fine della sua gioventù artistica.

Dopo “Faccio un casino” la sua vita è cambiata, e a lui mancano quei tempi “facili” vissuti in precedenza, ma allo stesso tempo non li scambierebbe mai con il presente, così come pochi tornerebbero ad una relazione passata valutandola a distanza di mesi/anni.

Questo parallelismo si può notare, per esempio, già in “Mal di gola” , che sembra quasi narrare la vita in perenne tour da una parte, e una relazione finita che lascia una sensazione paragonabile a quella di un mal di gola dall’altra. Ma riflettendoci, spesso il mal di gola viene causato proprio da momenti di baldoria e felicità, o no?

Successivamente si continua con “E’ sempre bello” , singolo d’apertura e pezzo più Coeziano dell’album, una canzone positiva, di rinascita, dopo la fine di una relazione. Perché appunto “Capisci i sentimenti quando te li fanno a pezzi , è bello rimettere insieme i pezzi”: solo una volta che qualcosa è finito possiamo valutarlo oggettivamente. Coez è un ottimista, che cerca il bello in ogni momento, il lato positivo della medaglia anche quando il mare è in tempesta, perché proprio dietro quella tempesta si nasconde una malinconica bellezza, del tipo che ci fa pensare che “a volte è bello avere diciott’anni”, con tutti i pro e i contro dell’età della spensieratezza.

Il video di “E’ sempre bello”, unico singolo che ha anticipato l’uscita del disco

Con  “Catene” Coez trova la formula per parlare a/di tutti i ventenni, fondendo perfettamente hip hop e cantautorato. Apparentemente I ventenni a cui parla sono quelli che odiano un pò la polizia o che ormai non sanno più che bere. In realtà per lui sono molto di più, son coloro che  non vogliono catene, che vogliono essere liberi di cambiare, muoversi, provare sentimenti ed esperienze. Ancor di più oggi, con la facilità nel viaggiare, nel conoscere nuove persone tramite social o nel trovare lavoro altrove. La sua bravura sta però nel vedere anche il lato negativo di questa mobilità, nel toccare davvero la realtà, perché questi ventenni sono talmente flessibili  nelle relazioni che “non basta un elastico per tenerci insieme”.

Ed eccoci a “Domenica”, uno dei pezzi più belli/vaschiani dell’album (citando “T’immagini” del cantate con la figura della madre nevrotica e la voce di Contessa di sottofondo). La sensazione lasciata è ancora di malinconia, ricordo di una domenica in cui “ripenso alla mia vita senza te”, ai momenti belli evocati dalla giornata con le gite fuori porta felici “come se fossimo bambini”.
Meraviglioso il parallelismo tra la loro relazione e la domenica, entrambe belle proprio perché destinate a finire: “Vorrei fosse domenica, e stringi la giornata tra le dita che tra poco è già finita”.

Quinto giro, quinto bel pezzo. Riprendendo quanto detto dallo stesso Coez, “Fuori di me” è la descrizione di uno “dei momenti in cui i nodi arrivano al pettine, giorni in cui magari ti va tutto male” e tu inizi a camminare per placarti. Chi non ha mai vissuto una situazione del genere? Ancora una volta è proprio qui la sua bravura, nel far specchiare l’ascoltatore nelle parole, nel dare la sensazione che “la canzone sia stata scritta per me”, a migliaia di persone. A differenza di noi, però, Coez si rifugia non solo nella camminata, ma anche nell’istinto irrefrenabile di scrivere una canzone “perchè un’emozione forte io la devo raccontare”. Questa sorta di obbligo credo sia il manifesto del modo di scrivere di Silvano, una poetica dettata dalle emozioni nude e crude con tutti i loro alti e bassi.

Se “Domenica” era uno dei pezzi più belli, “La tua canzone” è IL pezzo più bello.
Qui abbiamo il riassunto di tutto ciò di cui parla quest’album. Da un lato suoni usciti da Contessa, dall’altro un ritornello che potrebbe essere parte di “Faccio un casino”, il tutto con il cantato trascinato di Coez.
Sui temi invece, potrebbe tranquillamente essere la storia di ogni ventenne, cantata dalla prospettiva di un ventenne maturo. Da un lato abbiamo ancora l’odio verso la polizia, (andrebbero scritte tesi sull’immagine delle forze dell’ordine per i giovani d’oggi), dall’altro una relazione d’amore intensa ma ancora una volta già destinata a finir male, portando Coez a scrivere prematuramente una canzone “per quando m’odierai”.
Il cantante sa già che tutto finirà, e proprio in questa “scadenza” sta la bellezza della relazione intensa. La scadenza è principalmente dovuta alla mobilità del cantante, perché “amare me è difficile come amare chi se ne va via”. Coez sa che non può chiedere di essere seguito, di essere aspettato o anche amato incondizionatamente quando lui continua a cercare nuove esperienze, a muoversi come una trottola senza la capacità di essere stabile.
Per questo si rifugia in una canzone, consegnata come un mazzo di fiori o un abbraccio a distanza, perché “la tua canzone di scalderà per quando lo vorrai” e sopratutto resterà  come unico ricordo eterno dopo la fine della relazione, perché “sai, le canzoni non vanno mai via. Questa è la tua , sarà sempre qua, per quando lo vorrai”.
Ecco come in  3 minuti si può riassumere una generazione.

Gratis” è la canzone più rap/spensierata dell’album, che rispecchia proprio quel lato festaiolo dei ventenni, una sorta di raggio di sole tra le nuvole degli altri pezzi. Probabilmente descrive un incontro ad un “all you can drink” e le allucinazioni causate da qualche bottiglia di troppo.
Nonostante questo, però, i sentimenti restano sempre in sottofondo, perché “com’è che ogni nuvola che vedo sembra il tuo cuscino?”. I ricordi affiorano comunque, nonostante la volontà di affogarli in una festa, e infatti ancora una volta vengo usati come trampolino per lanciarsi nel futuro rendendosi conto che “forse cerco qualche cosa, senza guardare qui vicino”. In altre parole, vuole smettere di ancorarsi al ricordo del passato quando probabilmente la vera felicità è nel presente.

Ninna Nanna” è al primo ascolto l’unico punto debole dell’album, ma che poi assume prospettive migliori in ascolti successivi. Sicuramente ha meno sfumature concettuali degli altri pezzi, ma comunque segue il file rouge della fine di una relazione ed, ancora una volta, dell’attimo in cui ci si rende conto che ormai ci si stava solo accontentando dello status quo per paura di cambiare. “L’amore come va? Rispondo: tutto bene. Ma con te non ci sto bene. No, non ci sto bene più”.
La Ninna Nanna può quindi essere vista come una buonanotte alla coppia, un modo per cercare di chiudere dolcemente qualcosa che sta andando avanti solo per inerzia.

Siamo a “Vai con Dio“, la penultima, a detta dello stesso Coez la “più Vaschiana”.
Ricorda molto infatti i pezzi a sfondo sensuale, quasi erotico, degli anni 80-90 di Vasco Rossi o anche il testo di “Disperato Erotico Stomp” di Dalla (“Se t’hanno visto bere a una fontana, ero io“).
L’allusione forte per tutto il pezzo è alla masturbazione, come si può anche udire nel finale in cui si passa dall’immaginarsi con l’altra persona ad avere  un reale contatto fisico, perché “non ti serve più di pensarmi con le mani. Le tue mani , Oh vai con Dio, Oh vengo anch’io”.
Ancora una volta il cantante centra il momento esatto del cambiamento (in questo caso tra fantasia e realtà), che è poi il verbo quotidiana della vita dei giovani.

Chiudere un album così bello è difficilissimo, ma Coez ha dimostrato di meritare questi livelli ed “Aeroplani” non delude.
Qui si torna più all’adolescenza che ai 20s, in una riflessione al passato a quando si era spensierati come gli aeroplani con cui giocavamo, convinti che non c’era motivo di essere cattivi.
Una volta invecchiati invece l’aeroplano non è più un mezzo per giocare, ma uno per fuggire o sognare una vita diversa, in cui ci si può perdere nel cielo e staccarsi da se stessi.
Il viaggio diventa quindi un mezzo di sfogo come racconta lo stesso autore: “Sono un amante dei viaggi e alla fine questo disco è un viaggio”, un viaggio nei 20s di ognuno di noi, ma anche nel successo di “Faccio un Casino”.

Dopo 33 minuti finisce anche il viaggio dell’album, un percorso attraverso i conflitti emotivi di ogni giovane, un aereo che all’arrivo lascia un senso di malinconia per ciò che si è lasciato indietro ma anche la voglia positiva di scoprire quali relazioni ci riserverà il futuro. In altre parole Coez scrive su come sia ormai in una nuova fase artistica della sua vita, cantando allo stesso tempo della bellezza dei vent’anni, con gli occhi oggettivi di chi li ha ormai superati.

E fa tutto questo regalandoci un album che “E’ sempre bello”.

di Stefano Frisenna, all rights reserved

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