Il meglio degli anni ’10. La nostra top 10

di Stefano Frisenna

Il meglio degli anni ’10. La nostra top 10

di Stefano Frisenna
Il meglio degli anni '10. La nostra top ten

Il meglio degli anni ’10. La nostra top 10

di Stefano Frisenna
17 minuti di lettura

Gli anni ’10 in Italia: l’ascesa del populismo, l’uscita dal periodo nero della crisi ed il dominio della Juventus in Serie A.
Se questi sono stati gli avvenimenti principali, sembrerebbe essere stato quasi un decennio “prevedibile”, senza meritare di vedersi dedicato un capitolo nei libri di storia. In realtà proprio in questi anni abbiamo vissuto inconsapevolmente una delle più grandi rivoluzioni recenti del belpaese: l’avvento della scena cosiddetta “indie”.
Artisti che anni prima sarebbero stati destinati soltanto ad essere ascoltati da ragazzini che si divertivano a fare gli alternativi al liceo, si sono trovati ora sulla cresta dell’onda degli ascolti e della critica.
Alcuni di loro sono persino riusciti a riempire palazzetti ed elevarsi ad una sorta di status di culto.

Giunti ormai a Dicembre 2019, è d’obbligo provare a rivivere in 10 dischi le tappe che hanno caratterizzato questa scena.
Prima di iniziare a leggere la classifica è però doveroso fare una premessa: ci saranno degli esclusi eccellenti (10 posti si sono rivelati sfortunatamente pochi, ci dispiace Liberato) e si è deciso di concedere un solo slot per artista (con una piccola eccezione).

10. Thegiornalisti – Completamente Sold out (2016)

Provate a chiedere in giro: “Tre-quattro canzoni, secondo te, possono cambiarti la vita?”. Qualche temerario risponderà di sì, altri invece si rifugeranno dietro un diplomatico “non esagerare”.
Prendete in mano il telefono di questi ultimi, aprite YouTube e scrivete in ordine le lettere c-o-m-p-l-e-t-a-m-e-n-t-e. 210 secondi dopo la loro risposta probabilmente non cambierà, ma avrete appena ascoltato il più importante pezzo dell’indie italiano. Una canzone che sì, ha cambiato la vita di qualcuno.
Tommaso Paradiso e co. sono al quarto album e, con una svolta da molti inaspettata, tireranno fuori 4 tracce che li trasformeranno nella band più di successo in Italia.
Un successo che eleverà il frontman a quello status di culto concesso a pochi, diventando per alcuni la caricatura di se stesso, per altri un nuovo membro dell’olimpo del pop nostrano. Allo stesso tempo, quasi per magia, gli universitari cresciuti con musica da “depressi” si ritroveranno improvvisamente ad essere i nuovi fighetti. Stretti in un palazzetto, limonando la ex regina della scuola, sudando ed urlando contro un soffitto umido: “Ti lascio il mio inno, dentro il mare profondo, per quando corri in macchina alle due di notte”.
Un album destinato a fare completamente sold-out  e a riempire le notti di chi, in fondo, vorrebbe morire brillo.


9. Lo Stato Sociale – Turisti della Democrazia (2012)

Si sta svegli finché non muore la speranza, maledetta stronza che non muore mai mentre io vorrei dormire”.
Il gruppo più divisivo di questa Top 10 è tutto in questa frase, o lo si ama o lo si odia.
“Cantano male, suonano fuori tempo” vs “dal vivo sono i migliori, gli unici che riescono a farti riflettere ridendo”; Lo Stato Sociale scrive diversamente, in modo encomiabile per alcuni , pessimo per altri. O meglio, Turisti della democrazia era scritto diversamente.
Già dal titolo si capisce che la politica è il nucleo degli 11 pezzi che compongono l’esordio della prima band della new wave “indie” salita sul palco dell’Ariston. E’ un album scritto da ragazzi che si erano “rotti il cazzo” della crisi economica, dell’immobilismo e sopratutto dell’epoca Berlusconiana; senza entrare in faziosità politiche, sono stati così la voce di tanti under 30. Ed in quanto tale, come colonna sonora del tramonto di un’epoca, escludendo le qualità oggettive dell’album, Turisti della democrazia non può non essere nella top 10 dei più importanti album del decennio. Perchè Guenzi e soci sono riusciti ad esprimere ciò che molti sentivano, diventando il megafono alla testa dello sciopero di un generazione. Un album che è coinciso il canto del cigno di un periodo italiano divisivo, in cui ciò che conta alla fine è chiudere un occhio e riderci su.


8. Brunori Sas – Vol.3 Il Cammino di Santiago in taxi (2014)

Vivere è come sognare, ci si può riuscire spegnendo la luce e tornando a dormire”.
Brunori è un uomo, un cantautore, un sognatore. Il suo Vol.3 è forse l’album indie che più di tutti suscita emozioni. E’ un opera viva e passionale, triste e scanzonata allo stesso tempo. Sicuramente poche righe non bastano ad analizzarlo attentamente, sarebbe come provare a “leggere” un libro su Wikipedia. L’unico modo per capirlo davvero è di mettersi le cuffie e farsi raccontare delle storie da questo giovane vecchio calabrese.
Storie che non si fermano alle orecchie, ma che vanno dritte al cuore, come pochi cantanti, anzi, come pochi scrittori, sono ormai in grado di fare. L’album che più di tutti può piacere a coloro che l’Università l’hanno già finita da tempo, e forse hanno già tra le braccia la propria prole.
Un album che  farà sentire a questi giovani vecchi, per un ultima volta, la bellezza di chiudersi da soli in una stanza.
E cliccare sul tasto play
.

7. Baustelle – L’amore e la violenza pt.1/pt.2 (2017/2018)

Come detto in apertura, ci sarebbe stata una “licenza poetica”. E chi può meritarsela se non un poeta come Bianconi, pacificamente riconosciuto come una delle migliori penne contemporanee?
L’amore e la violenza è un progetto “spudoratamente pop” per gli standard a cui ci hanno abituato i Baustelle. Romanticamente potrebbe anche essere immaginato come un canto del cigno di una delle band che più hanno segnato l’immaginario indie. L’album più cinematografico e ricercato dell’intera top 10, una raccolta di pezzi uscita direttamente da un ibrido tra Battiato ed Edgar Allan Poe. Un’opera dedicata agli ultimi inguaribili dandy.
Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera. Voglio sparire nel mistero del colore delle cose quando il sole se ne va”.

6. Cosmo – Cosmotronic (2018)

Ciao a tutti, il mio nome è Cosmo e sarò la vostra guida per i prossimi 73 minuti. Prossima fermata: il futuro”.
Questa potrebbe essere tranquillamente la frase di apertura dell’album più innovativo ed internazionale di questa top 10 degli anni ’10. Due CD, due mondi che si incontrano. Da un lato i suoni a cui sono abituati i giovani italiani: musica in cui la melodia e il testo giocano un ruolo centrale, perchè una canzone senza parole è sicuramente tamarra o noiosa. Dall’altra parte abbiamo il mondo al di fuori dello stivale (sopratutto Francia, Germania e Inghilterra), quello in cui “l’indie” è sempre più strumentale ed elettronico. In cui la musica parla un linguaggio un diverso. Usa un vocabolario in cui ogni singola nota assume importanza, ricordando in parte i compositori classici.
La prima metà  parla così al pubblico nostrano, la seconda alle avanguardie del resto d’Europa.Un album tradizionalmente innovativo, un passo verso il futuro ed il passato.
Perchè Cosmo sembra proprio dirci: cosa cambia alla fine tra una Boiler room e le danze primordiali attorno al fuoco?

5. CARL BRAVE x FRANCO 126 – Polaroid (2016)

Il primo ed ultimo progetto del duo perfetto.
Carl Brave sta a Franco 126 come Buzz lightyear sta a Woody. Entrambi sono due personaggi fantastici, ma raggiungono un altro livello solo quando sono insieme. Un disco o per meglio dire “una collezione di istantanee”, che descrive Roma come mai era stato fatto prima. Testi che sono un mix di strafottenza, amore per la propria donna e rapporto controverso con la capitale.
Polaroid è essenzialmente l’album  che ha fatto piacere il rap a chi ascoltava solo artisti indipendenti. O viceversa ha avvicinato all’indie chi ascoltava solo rap.
Facendoci sentire tutti fratelli romani.

4. COEZ – Faccio un Casino (2017)

Faccio un Casino non è forse un concept album ai livelli di “E’ sempre bello” , ma è sicuramente una playlist di singoli perfetti. Anzi, per meglio dire, LA playlist  perfetta degli anni ’10.
Amami o faccio un casino” ha fatto compagnia a molte docce degli under 30 italiani. “E balla che la musica non c’è” è stato cantata intorno a più falò che “le bionde trecce gli occhi azzurri e poi”. “E yo mamma” è quello che molti di noi avrebbero voluto dire alla donna più importante della nostra vita. Silvano è riuscito a creare dei veri e propri inni da stadio che allo stesso tempo sono canzoni da ascoltare da soli in una stanza.
Lo ying e lo yang che si incontrano grazie alla penna di un ex-rapper che si incastra con un produttore come Contessa. Creando un album destinato a restare lì, così in alto che “l’altra musica non c’è”.
Sulla vetta di un monte con le poche opere che davvero definiscono una scena.

3. Calcutta – Evergreen (2018)

Non avrà mai successo con una canzone in cui parla del Frosinone in Serie A” – Mainstream.
Il secondo album è sempre più difficile, non ripeterà mai i numeri del primo”. – Evergreen.
Sembra che Calcutta sia un robot creato per ribaltare le aspettative, con l’impatto di un bolscevico russo esattamente un secolo dopo la rivoluzione.
Da un lato i suoni  vengono riportati indietro alle origini della musica italiano: piano, voce e arrangiamenti relativamente semplici ma efficaci. Dall’altro i testi sono veri e propri uragani che scuotono tutto ciò che era ritenuto standard nella scena italiana. Quante canzoni nella vostra vita vi hanno fatto cantare “Uè deficiente” in un ritornello? Calcutta si diverte nello scrivere suoi testi, “canta tanto per cantare” come tutte le leggende della nostra cultura pop, da Modugno a Celentano. Probabilmente ridendo quando  rende per la prima volta consapevole il pubblico che due Tachipirine 500 equivalgono ad una dose da mille.
Allo stesso tempo il suo progetto non andrebbe sminuito come un semplice divertissement. I testi, una volta ben ascoltati, nascondono dietro la pura essenza della scena indipendente: il velo di malinconia che avvolge la vita sentimentale. Un pezzo come Kiwi, per esempio, nasconde dietro un titolo “innocuo” una frase che descrive perfettamente la fine della passione (“Metti le scarpe più brutte Che ti porto a ballare Fammi vedere i calci sui denti Che non mi riesci più a dare Che non mi riesci più a dare“).
Evergreen è così un’opera rivoluzionaria e reazionaria allo stesso tempo. L’ispirazione proviene sia da gesti semplici, come in Paracetamolo, che da ricordi romantici ed evergreen come quelli legati a Dario Hubner, seguendo la scia del cantautorato anni 70/80. Calcutta sembra dirci: “si può fare musica contemporanea suonando vecchi”.
Proprio questo spiega il titolo Evergreen, molti pezzi di quest’album saranno cantati nei karaoke tra vent’anni come veri e propri classici degli anni ’10. In altre parole, il terzo miglior album della nostra classifica sarà quello che probabilmente verrà valutato come il migliore del decennio nelle prossime decadi.
Almeno 5/6 pezzi di quest’opera saranno rivissuti con una lacrima all’occhio da questa generazione: saranno quei pezzi da far ascoltare ai figli per dire “guarda quanto era bella la musica degli anni ’10”. Quei pezzi che forse loro da piccoli non capiranno o perfino odieranno, finché non cresceranno e vivranno la vita con la stessa piacevole malinconia della nostra epoca. E allora saranno pronti a trasmetterli a loro volta ai loro figli, entrando per sempre nella storia della musica italiana.
Perché sono canzoni destinate, dalla nascita, a diventare Evergreen.

2. Le luci della centrale elettrica – Costellazioni (2014)

Vasco Brondi era già ritenuto, dopo soli due album, uno dei padri fondatori dell’indie italiano. Una sorta di narratore delle insicurezze, emozioni contrastanti e forti passioni degli adolescenti di “questi cazzo di anni zero”. Qualcuno che riusciva a parlare di qualcosa di semplice, quotidiano, usando  allo stesso tempo un immaginario simbolico e poetico, dando la possibilità a molti ragazzi di identificarsi in una proposta opposta alla musica mainstream, con strumenti ridotti all’osso e testi al limite dell’ermetismo, quasi inscrutabili. O per meglio dire, pronti a evocare uniche, diverse immagini, nel subconscio di ogni ascoltatore.
Nel 2014 però il pubblico di Vasco è cresciuto. Ad ascoltarlo ora ci sono anche trentenni radical chic interessati da questo nuovo cantautore di cui tutti parlano, o perfino i ragazzini che riempivano i suoi concerti e che ora non vanno più al liceo, non vivono più solo di notti insonni causate dall’alcol e innamoramenti non ricambiati. Adesso iniziano a pensare al futuro, al lavoro, al conoscere il più possibile le diverse sfaccettature del mondo finché si ha tempo per farlo. Le ragazze non sono più quel romantico “rumore in lontananza, perché solo tu ascoltavi i Sonic Youth in quel paesino del sud”. Ora che la realtà le prende a secchiate d’acqua gelida sono diventate “luminosa natura morta con ragazza al computer”, piegate alle fredde leggi della vita adulta. Sono tante le sfide che gli ascoltatori devono fronteggiare da ventenni, molto diverse le emozioni che stanno vivendo, scombussolati da una miriade di eventi in una disperata ricerca di “un centro di gravità almeno momentanea”.
Emozioni ed eventi totalmente nuovi come il primo lavoro, la prima volta che si lascia casa pieni di speranze, seguiti dalle prime vere incertezze su cosa fare della propria vita quando si scopre che “a Milano non va”.
Sensazioni  che sono infinite come le stelle, ognuna apparentemente piccola e distante dalle altre. Ma che in realtà sono connesse come Costellazioni, uniche come la vita di ognuno di noi.
Si spiega cosi il titolo di un album in cui ancora una volta Vasco riesce a catalizzare  tutto lo stress accumulato dal periodo più difficile della vita di ognuno di noi. Arrivando come quell’amico “felice da fare schifo e libererò tutti i tuoi pianti trattenuti”. Un album che è sicuramente  dedicato a coloro che “si mettono a ballare fuori dai bar, come certi posti dell’ex Jugoslavia” e a tutti quelli “che sono morti come sono vissuti, felicemente, felicemente al di sopra dei loro mezzi”. Perché alla  fine nella vita “si tratta di fabbricare quello che verrà con materiali fragili e preziosi, senza sapere come si fa”.

1. I Cani – Glamour (2013)

Niccolò Contessa: ovvero l’artista più imprevedibile, eclettico e rivoluzionario del nostro paese. Nonché unico componente de I Cani, autore di tre album che potrebbero tranquillamente essere tutti nella Top 10 di questi anni ’10.
Ma Glamour suona unicamente come Glamour. Non c’è niente e probabilmente non ci sarà mai niente di musicalmente assimilabile a questo prodotto nel panorama italiano.
I Cani sono riusciti a “raffinare” il suono del loro sorprendente album d’esordio e allo stesso tempo a spostare la loro lente d’ingrandimento da Roma al resto d’Italia. Da tematiche intime come i ricordi degli anni crescendo nella capitale, a testi universali, perfino più vicini ai milanesi usati come simbolo della vita Glamour nello stivale.
L’idea di Contessa non è di narrare di amore, di sentimenti o esprimere pareri politici. Ciò che rende Glamour speciale è semplicemente il voler  raccontare ciò che l’autore  vede intorno a se, la vita prosaica con tutti i suoi alti (pochi) e bassi (tanti). Rendere glamour ciò che non è mai stato glamour. Undici tracce per dimostrare che “l’esistente è anch’esso pane per i nostri denti, non si può correre soltanto dietro ai sentimenti”.
Abbiamo dei sintetizzatori usciti da San junipero prima che gli anni ’80 ritornassero l’epoca pop per eccellenza, suoni elettrici che potrebbero tranquillamente essere presenti in un afterhour, prima che “passar mesi a ballar la techno” (Carl brave x Franco 126) diventasse una cosa da veri hipster.
Il tutto con un cantato malinconico e trascinato, quasi svogliato. C’è bisogno di dirlo? Ok, prima del boom della scena romana.
In questi 41 minuti e 56 secondi Contessa mette tutto se stesso, e facendolo mette dentro una parte di ognuno di noi. Da un lato quelli che hanno bisogno di una Come Vera Nabokov, perché “io da solo non ci riesco più”, dall’altro quelli che si rifugiano in felicità artificiali, in traguardi momentanei per “poi scoprire di non stare meglio per niente”.
Ascoltatori non in grado di reggere la vera vita , quella quotidiana in cui i veri problemi non sono gli esami di maturità da preparare, ma il dover cercare un lavoro per pagare l’affitto. In cui non si è in ansia per la risposta ad un sms di mezzanotte, ma più per cosa leggeremo una volta aperta la bolletta. O in cui non si aspetta il sabato sera come se fosse l’ultima notte del mondo, ma solo come una occasione per riposarsi di più.
Ascoltatori che vivono ancora di ricordi di un periodo in cui tutto era infinitamente grande e stupido allo stesso tempo. Un periodo della vita in cui si aveva davvero tempo per essere travolti dalle emozioni, un periodo che quando lo si vive lo si odia, in cui ci si sente degli “sfigati” senza macchina. Ma che poi una volta cresciuti ricorderemo con una lacrima. Perché, tornando a piedi per Corso Trieste, “ricordo solo che avevo la stessa faccia da cazzo dei pischelli che ora vedo in giro. Da vero duro con problemi seri, ti giuro è l’unica davvero l’unica.. L’unica vera nostalgia che ho”.
Gli ascoltatori realizzano cosi che forse anche nell’adolescenza c’era del Glamour. Sono così spinti, nel tentativo di sentirsi ancora vivi, a  cadere di nuovo in un circolo vizioso di felicità provenienti da medicine, psicofarmaci e Lexotan. Per poi rendersi conto, insieme a Contessa, che anche nel grigio quotidiano “nonostante tutto c’è, la nostra stupida improbabile felicità”.

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