“Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” – I Malavoglia.

di Isabella Inguscio

“Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” – I Malavoglia.

di Isabella Inguscio

“Il mare non ha paese nemmen lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.” – I Malavoglia.

di Isabella Inguscio
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Il patrimonio più prezioso, lo scrigno che custodisce il maggior numero di meraviglie che vivono su questo pianeta è in grosso pericolo. Se ne parla da tempo e negli ultimi mesi si corre al riparo con provvedimenti che hanno tanto fatto discutere. Per usare un clichè, “si piange sul latte versato!”. Desiderosi di dominarlo, siamo arrivati al punto di snaturarlo, lederlo, facendo poi del male a noi stessi.

Si dice che l’uomo sia l’animale più intelligente sulla faccia della terra, eppure dell’intelligenza, piegata ad interessi per lo più economici, spesso si perde ogni traccia.

Dopo anni di scempi, oggi raccogliamo i “frutti velenosi” che, fortunatamente, non soddisfano ed anzi disgustano tanti giovani come me, che si impegnano ogni giorno per portare alla luce gli innumerevoli tesori che il mare ancora oggi gelosamente custodisce. Michele Onorato è uno di loro. Da sempre amante dell’acqua e dei suoi “abitanti”, agisce con costanza per aumentare la conoscenza e la sensibilità verso quello che potremmo definire il mondo delle infinite meraviglie.

Ti ricordo da sempre con la testa sott’acqua, fin da quando il tuo faccino da bambino era tanto piccolo da venir interamente coperto dalle grandi maschere che rubavi al tuo papà. Una passione innata dunque, della quale hai fatto il tuo mestiere. Di cosa ti occupi esattamente?

Proprio così, amo il mare da sempre. La mia è una grande passione “ereditata geneticamente” da mio padre, uno spleosub che mi ha sempre accompagnato alla scoperta dei fondali, insegnandomi fin da piccolo tutte le tecniche necessarie, e che mi ha incoraggiato per fare di questo hobby la mia vita. Mi piace quindi definirmi un vero e proprio “figlio d’arte” e non un “figlio di papà”. La mia passione, che è cresciuta fino a diventare parte preponderante della mia vita, si è alimentata giorno dopo giorno andando al mare; amo, infatti, il mare aperto ed i suoi fondali ed in questo mi differenzio un po’ da mio padre, che invece predilige le grotte. Tutto ciò per dire che dopo la prima immersione fatta con le bombole all’età di 12anni, ho iniziato a vedere chiaramente la strada che mi si apriva davanti e così, in balia delle onde, ho letteralmente seguito il mare. Oggi, infatti, sono uno studente magistrale di biologia marina preso l’Università del Salento, dove frequento un corso interamente in inglese di biologia ed ecologia costiera e marina. Nel tempo libero faccio l’istruttore subacqueo. La mia passione è quindi compenetrata nei miei studi e nel mio lavoro. Come tutti i giovani non so cosa il futuro abbia in serbo per me, sono solo certo di una cosa: ovunque la vita mi porterà, io sarò sott’acqua.

Michele Onorato, 23 anni, studente magistrale di Biologia Marina presso l’Università del Salento.

La tua passione, mista alla voglia di ricerca e conoscenza, ti ha spinto in numerosi mari. Hai visto i fondali più belli, alcuni proprio “sotto casa”. Cosa ti ha insegnato il mare in questi anni? E cosa hai potuto scoprire?

 Pratico l’attività subacquea con l’autorespiratore oramai da 12 anni e le mie esperienze principali sono state nel Mar Ionio che bagna le coste Salentine. Inutile dire che il mare è pieno di meraviglie, colori e forme uniche che catturerebbero ed affascinerebbero chiunque. Nel corso di questi anni, la mia curiosità mi ha spinto in numerosi angoli nascosti di paradiso. E l’interesse nella conoscenza mi ha portato ad osservare accuratamente questo mondo fino ad arrivare anche alla scoperta di nuove specie animali che arricchiscono le fila della biodiversità dei nostri mari. La biodiversità davanti alla quale ci si trova è meravigliosa, non certo paragonabile a quella molto più vasta che ho potuto ammirare immergendomi nel Mar Rosso nel 2010, ma ha il suo gran perché. Il fatto che la popolazione presente nei nostri mari sia inferiore a quella di altri, non deve certo spaventare perché è un aspetto naturale e legato soprattutto alle caratteristiche climatiche proprie di un determinato luogo. Ovviamente un ruolo importante svolge l’impatto antropico che di anno in anno ha determinato delle conseguenze, alle volte aberranti. Possiamo ad esempio riscontrate una notevole variazione delle specie animali e vegetali presenti nei nostri mari, ove oggi risiedono anche tante specie che non possiamo definire autoctone. Molte sono le specie “non indigene” o “aliene” che si possono ritrovare nei nostri mari. Questo apparentemente non sembrerebbe dover sorprendere in quanto si tratta di fenomeni sempre avvenuti in natura. Certo è che, tuttavia, in molti casi non si può imputare tutto ciò alla natura. Quelli che sono fenomeni da sempre registrati, ad esempio con il susseguirsi delle ere, sono oggi notevolmente accelerati dall’attività umana. Per esempio, nel mar Mediterraneo, ha sicuramente inciso su tutto ciò l’apertura del canale di Suez, così come hanno giocato un ruolo determinante le acque di zavorra delle navi che trasportano uova se non proprio organismi interi. L’antropizzazione dei mari e delle coste, soprattutto nei periodi estivi, dunque non può non avere conseguenze. Si tratta di circostanze che inevitabilmente danneggiano e deteriorano la vita nel mare con conseguenze che non possono non riverberarsi anche sulla nostra vita.

In che senso?

L’impatto umano sulla vita della terra in generale ha dimensioni colossali. Se paragonassimo la vita della terra alle ore di un giorno, potremmo dire che l’uomo è comparso su di essa sullo scoccare della mezzanotte, “a fine giornata”, ma quel poco tempo di permanenza gli è stato più che sufficienze per stravolgere lo scenario ed i suoi equilibri. Questo non senza ripercussioni sulla sua stessa esistenza. Ogni danno che arrechiamo alla terra ed al mare, per quel che a noi riguarda più da vicino, torna indietro come un boomerang. Vi faccio un esempio: i detergenti che usiamo ogni giorno per lavarci contengono particelle di micro plastica che, tramite gli scarichi dei nostri lavandini, frequentemente finiscono in mare; i pesci piccoli si nutrono delle stesse ed a loro volta diventano il pasto di pesci via via sempre più grandi, i quali arrivano ad un certo punto sulle nostre belle tavole imbandite. Si verifica il c.d. fenomeno delle reti trofiche, ossia quei flussi di materia ed energia tra i componenti di un ecosistema, in parole più semplici: indica “chi mangia chi” all’interno di un ecosistema. Una serie di nodi, che corrispondono ai componenti dell’ecosistema, collegati tra loro da relazioni trofiche (ad esempio, una preda e un predatore sono nodi collegati da un rapporto di predazione), fanno si che tutto ciò che sta alla base della piramide arrivi, in forma diversa rispetto a quella di origine, fino all’estremità finale di questa catena (si parla in termini scientifici di bioaccumulo di sostanze dannose per l’organismo). Non sorprende quindi, stando a quanto detto, l’elevato livello di malattie che colpiscono l’uomo al giorno d’oggi. L’inquinamento non è solo quello che visivamente percepiamo e dal quale cerchiamo di “scappare”, in quanto risiede anche nel piatto che portiamo a tavola e del quale non abbiamo contezza tangibile.

Cosa comportano livelli così elevati di inquinamento?

Livelli così elevati di inquinamento, oltre che avere delle conseguenze non facilmente percepibili da chi non studia questi fenomeni, ha effetti macroscopici e tangibili. Perfino un bambino, indossando una maschera, è in grado di notare “spazzatura” in ogni angolo del mare. Non vi nego che ho vissuto in prima persona esperienze che potremmo definire singolari e che potrebbero far sorridere ma che, in realtà, devono sconvolgere ed indignare. In una delle mie tante immersioni nei fondali del Mediterraneo (che essendo un mare “confinato” e con grandi flussi commerciali è uno dei mari più inquinati al mondo), ho avuto modo di “pescare” un telaio di un motorino Ciao Piaggio e di una macchina, un frigorifero e svariati segnali stradali. Oltre allo svariato numero di bottiglie di birra che ritrovo in ogni immersione, e non mi risulta che gli organismi marini soffrano di problemi di alcolismo! Un mondo parallelo a quello della superficie, insomma. Ed anche ciò che può sembrare un problema di poco valore, come una busta di plastica che vola in mare, ha invece conseguenze deleterie. Parlo delle buste perché mi consentono un esempio che rende chiaramente l’idea del tenore dei problemi cui mi riferisco. Come sappiamo, le tartarughe si nutrono di meduse, ebbene le buste buttate in mare aperto vengono spesso confuse per forma e colore ad un succulento pranzetto che, però, determina soffocamento e morte per quei poveri animali che cadono nel tranello e le ingeriscono.

Il Parlamento Europeo ha approvato una legge che vieta l’uso della plastica monouso, sostenendo che per tale via il danno ambientale verrà ridotto di 22 miliardi di euro fino al 2030. Pensi che ciò potrà bastare?

È vero, la plastica rappresenta un grosso problema, particolarmente evidente. Pensate che esistono oggi nel Pacifico delle vere e proprie isole di plastica. Il Pacific Trash Vortex, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico, altro non è che un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, di estensioni colossali, che contiene l’ammontare complessivo di 3 milioni di tonnellate di plastica. La plastica, però, non può essere considerata l’unico inquinante di cui ci si deve preoccupare ed occupare. Altri sono presenti e sono altrettanto, se non più, allarmanti delle plastiche: scarichi fognari, scarichi industriali, ingenti quantità di mercurio che, da analisi condotte su numerose specie animali che abitano i fondali, vengono ingerite in quantitativi copiosi dalle stesse, tornado infine sulle nostre tavole sempre in forza della catena alimentare di cui abbiamo fatto in precedenza menzione. Anzi: FATE ATTENZIONE SOPRATTUTTO AI PESCI DI GRANDE TAGLIA! Molti specialisti evidenziano, ad esempio rispetto ai tonni, che quanto più grandi sono, più mercurio contengono. Quindi, per quanta gola possano farci, dobbiamo tenere presente la loro grande pericolosità per la nostra salute.

Siamo nell’era in cui i danni son fatti. Ciò che ci resta è impegnarci al massimo per rimettere insieme i cocci di un vaso frantumato, per prevenire conseguenze ancora peggiori nelle quali rischiamo di incombere. La direttiva, quindi, è un ottimo punto di partenza, forse anche dettato da interessi economici più che prettamente prevenzionistici e naturali. Ma questo non basta.

 Cosa si può fare quindi?

Tutto passa inevitabilmente dalla cultura e dal senso di civiltà di ognuno di noi. Fintanto che continueremo a vedere il mare come un confine marginale della terra, senza renderci conto della sua vastità, difficilmente le cose cambieranno. Il mare non è una piccola parte di questo Pianeta, è anzi la sua componente principale, quella in cui risiede la maggior parte della vita animale e vegetale. Abbiamo chiamato il Pianeta “Terra”, ma sarebbe molto più coerente parlare di “Pianeta Acqua”. Spesso guardiamo il mare, comodamente stesi su una sdraio, senza capire la vastità di ciò dianzi al quale ci troviamo e rispetto alla quale siamo noi gli esseri marginali e di confine. Rispettare il mare e la sua integrità, quindi, è il primo passo e deve partire da ognuno di noi. Anche solo evitare di lasciare la nostra spazzatura sulla spiaggia alla fine di una giornata estiva significherebbe tanto.

di Isabella Inguscio, all rights reserved

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