Il futuro della Cina: le mille profezie d’Oriente.

di Adriana Bonomo

Il futuro della Cina: le mille profezie d’Oriente.

di Adriana Bonomo

Il futuro della Cina: le mille profezie d’Oriente.

di Adriana Bonomo
4 minuti di lettura

A distanza di secoli, malgrado la modernizzazione dell’industria e la razionalizzazione del lavoro, la Cina continua a essere ancora oggi luogo di mistero agli occhi del mondo. Oggi però, scenario di leggende e profezie non sono più le grandi dinastie imperiali, il mandarinato o il mistero degli eremi tibetani, bensì la sua economia e il suo futuro.

La Cina appare oggi come un Paese che sfida tutti i freddi calcoli degli economisti del mondo. Un paese che, dopo la morte di Mao, è riuscito nell’impossibile impresa di convertire velocemente l’arretrata industria pesante in una moderna produzione di beni di consumo. Da Paese a economia socialista a economia emergente sulla cresta dell’onda del mercato mondiale.

Al di qua della muraglia, economisti, storici, sociologi tentano di predire il futuro di questo grande, misterioso Paese.

Le profezie vanno dalle più ottimiste, come quelle di chi guarda a Pechino come Capitale in un mondo multipolare, alle meno rosee.

Fra i pessimisti, si ipotizza invece un rallentamento, se non un arresto, della corsa cinese. Da un lato, c’è chi crede nell’immediata rivoluzione culturale dei cinesi; dall’altro, chi vede la crisi economica.

I primi sostengono che il rallentamento dell’economia cinese a causa della recessione euroamericana e del crollo nei consumi porterà a quella che qualcuno, forse preso dalla frenesia trasognata dei tempi, ha denominato primavera cinese.

Anni fa, Deng Xiaoping, fautore dell’apertura della Cina dopo la morte di Mao, aveva stretto un pericoloso Patto faustiano con i cinesi: supporto in cambio di una crescita costante a ritmo sostenuto. Alla luce dell’attuale situazione globale, però il Governo potrebbe non tener fede all’impegno preso e i cinesi potrebbero decidere di non fornite più quel tacito supporto che finora ha reso i movimenti per i diritti umani solo note fuori dal coro e di scendere nelle piazze.

Dall’altro lato, in contrapposizione allo storicismo lineare di Fukuyama, c’èchi crede che la storia, lungi dall’essere un inarrestabile cammino verso la democrazia, sia fatta di numeri, di economie in espansione e recessione. Non è possibile mantenere livelli di crescita costanti. Anzi. La storia dell’economia ci mostra come l’andamento sia sempre a tendenze alterne.

A fronte di un tasso di inflazione in crescita (+5% nel 2011), il Governo di Wen Jiabao ha provveduto a periodici adeguamenti dei salari al carovita degli ultimi anni. Il risultato? Il costo del lavoro è cresciuto del 15-20% all’anno. Le multinazionali che hanno localizzato la loro produzione in Cina, allettate da manodopera a basso costo e legislazione permissiva in materia ambientale e giuslavorista, hanno iniziato a valutare la possibilità di delocalizzazione in nuovi paesi in via di sviluppo.

In particolare, candidato ideale sembrerebbe il Bangladesh. Il salario di un lavoratore a Dhaka rappresenta solo il 40% di un salario cinese. Inoltre, in Bangladesh è possibile lavorare fino a 48 ore a settimana – contro le sole 40 in Cina, e il Governo ha varato una esenzione fiscale decennale per le imprese che investono nel Paese.

Un’offerta seducente, ma non abbastanza. Il problema nei paesi in via di sviluppo che ancora non possano fregiarsi dell’onorificenza di “economie emergenti” è la mancanza di know how e di supporti logistici adeguati. Tale esodo è oggi un’opzione solo potenziale.

In realtà il piano economico cinese per i prossimi 5 anni prevede non un semplice aumento, bensì il raddoppio del salario minimo cinese (da 1500 dollari attuali a 3000 dollari). Un suicidio? No, se si tiene conto dell’obiettivo del Governo cinese. Wen Jiabao starebbe infatti tentando di convertire l’economia di produzione cinese in un’economia di consumo. Aumentare i salari dei lavoratori significherebbe aumentare il consumo interno e, di conseguenza, attirare investimenti non più finalizzati allo sfruttamento della manodopera a basso costo, bensì volti ad affacciarsi in nuovi mercati finali.

Nel breve termine, sembra che Pechino non debba temere l’esodo dei capitali stranieri in quanto la Cina si distingue dai paesi in via di sviluppo per know how e dotazione logistica, dai paesi occidentali per i bassi costi di produzione. Ad oggi, non esiste un’altra Cina. E come Dong Tao, economista presso Credit Suisse, ha dichiarato:

There is no developing country that can match half the efficiency China offers.

Il futuro della Cina, e insieme a esso, quello dell’economia mondiale resta imprevedibile. Le profezie sull’Oriente restano ineguagliabili per numero e fantasia. Se i Maya hanno calcolato la fine del mondo, i Cinesi sono andati ben oltre: hanno reso il futuro imprevedibile.

Al lettore dunque la scelta. Ogni economia dopotutto, come ogni profezia, è una questione di “fede”.

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4 risposte

  1. Buon articolo, che coglie abbastanza bene le contraddizioni dei “sinofobi”. E’ impreciso però dire che la Cina ha abbandonato l’economia socialista, visto che in fondo all’articolo si cita proprio il piano quinquennale, strumento di programmazione economica di cui non gode alcun paese capitalista. Inoltre 9 delle 10 più grandi imprese cinesi quotate sono di proprietà statale, così come lo è la proprietà della terra, concessa solo in usufrutto alle cooperative agricole e industriali, con divieto quindi di rivendita a privati accentratori. Il fatto che il paese sia governato dal partito comunista e che, nonostante tutte le aperture fatte al capitalismo sia autoctono sia internazionale negli ultimi trent’anni, ponga ancora strette limitazioni alle multinazionali e ai movimenti di capitale, è il motivo principale per cui negli ultimi anni il paese è rimasto pressoché indenne dalla crisi che ha colpito i paesi occidentali, e anzi ha approfittato per investire massicciamente e reindirizzare l’orientamento economico dalle esportazioni al sostegno della domanda interna, uscendone così rafforzato (soprattutto sul piano geopolitico).

  2. Inoltre quando si parla di “rallentamento” è bene ricordare che nel 2011 il tasso di crescita si è assestato su un 9,3%, il reddito per abitante nei centri urbani è cresciuto dell’8,4%, mentre nelle zone rurali dell’11,4%. L’aumento dei prezzi dei beni di consumo è stato del 5,4%, sopra quindi la previsione del 4% fissata dal governo all’inizio del 2011.
    Sono cifre che fanno impallidire l’Europa in recessione e gli USA che, come al solito, per riprendersi scatenano guerre in giro per il mondo e attaccano chiunque metta in discussione la supremazia del dollaro come valuta obbligatoria per gli scambi internazionali

  3. Caro Andrea, ti ringrazio e vedo con piacere che hai colto proprio ciò che intendevo sottolineare: le contraddizioni.
    Correttamente ti riferisci alla Cina come a un’economia pianificata. Non è un caso se ho taciuto sul riferirmi a questa “economia emergente” come socialista o come liberale, proprio perché l’apertura è controllata e i soggetti agenti nel mercato, malgrado interagiscano con gli altri operatori globali secondo le regole dell’economia di mercarto, de facto hanno forti vincoli/supporti interni (come in un’economia fortemente protezionista e, all’estremo, pianificata).
    Dall’altro lato non paragonerei Europa/Stati Uniti alla Cina. Non esistono criteri comuni sulla base della quale paragonare le due economie, alla luce del fatto che tutti gli indici convenzionalmente usati nelle nostre economie (tasso di inflazione, tasso di disocuppazione, PIL, reddito, reddito pro capite) hanno un valore determinato a monte e pianificato. Parlo di rallentamento (e non di recesso) perché proprio di rallentamento si tratta. Tuttavia, come enunciato nell’articolo, non dimenticherei quelle tesi secondo cui la Cina non potrebbe fronteggiare un rallentamento o un malcontento popolare diffuso (analogo a quello presente oggi giorno in Europa per esempio) in quanto il Governo cinese di regge oggi su equilibri sociali troppo delicati. Basti riportare due dati:
    – in Cina vivono 56 diversi gruppi etnici (almeno 56 sono quelli riconosciuti dallo Stato cinese) e, fra questi, quasi tutti non godono di diritti civili e politi e due in particolare (tibetani e uiguri) non sono graditi (e non gradiscono la presenza/invasione cinese);
    Рil livello di benessere del singolo cittadino cinese non ̬ calcolabile ed ̬ dubbiamente ottimale. perch̬? perch̬ la Cina non lascia rilevare alcuna statistica in merito, salvo le statistiche rilasciate dalla Cina.
    Possiamo paragonare?!

  4. errata corrige: naturalmente quando mi riferivo agli indici economici controllati, mi riferivo alla Cina. Dunque indici che da noi sono in parte determinati dalla “mano invisibile”, in parte intaccati dagli strumenti economici degli Stati (o della UE), in Cina sono totalmente controllati e pianificati. Non possono confrontarsi risultati se i fattori sono così diversi e soprattutto se tali fattori non riflettono la realtà della Cina.

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