“Il fu Patrimonio Artistico Italiano”

di Ludovica Tripodi

“Il fu Patrimonio Artistico Italiano”

di Ludovica Tripodi

“Il fu Patrimonio Artistico Italiano”

di Ludovica Tripodi
6 minuti di lettura

Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare il nome di Antonio Canova. Alzi la mano chi non si è emozionato guardando i corpi di Amore e Psiche cercarsi, desiderarsi in quel modo così classico e ordinato o ammirando l’incredibile armonia che caratterizza il corpo di Paolina Bonaparte.

Ma di Antonio Canova c’è un aspetto, una sfumatura, sorprendentemente attuale, che molti ignorano o trascurano: a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo egli è stato non solo il maggiore conoscitore dell’arte classica, ma anche colui che ha elaborato i principi che avrebbero dato origine a quella che oggi è chiamata tutela dei beni culturali.  

Il Canova infatti partecipò nel 1802 alla stesura dell’editto di Pio VII sulla conservazione delle opere d’arte e dei monumenti e nel 1815 riuscì a riportare a Roma i capolavori che Napoleone aveva in modo fulmineo razziato nella campagna d’Italia del 1796-1797.

È sempre merito del Canova, durante la sua permanenza londinese, l’aver compreso l’eccelsa qualità dei marmi che Lord Elgin aveva asportato dal Partenone, a lungo rimasti nell’ombra. Il suo giudizio fu talmente determinante che il Governo inglese decise di acquistarli ed esporli all’interno del British Museum.

Un altro nome, un secolo dopo: Rodolfo Siviero, agente segreto e storico dell’arte il quale strappò ai nazisti opere come l’ “Annunciazione” del Beato Angelico, la “Danae” di Tiziano o l’ “Hermes” di Lisippo. Ma non solo. Opere di Rubens e Tintoretto e il famoso Discobolo detto “Lancellotti” (copia dell’originale greco attribuito a Mirone, già di proprietà del principe Lancellotti).

Un altro secolo ed ancora opere rivendicate dal nostro Paese: opere esposte nei musei di tutto il mondo, opere giunte in altri Paesi a causa di saccheggi nel corso dei secoli o per colpa di vendite concluse in modo più o meno chiaro o in modo più o meno legale.

Emblematico l’esempio del lisippeo Atleta di Fano.

“Atleta Vittorioso”, attribuito a Lisippo, IV secolo a.C.

L’Atleta di Fano, conosciuto anche come l’Atleta Vittorioso, è una scultura in bronzo, del quarto secolo a.C., attribuita all’artista greco Lisippo. Essa venne ripescata nel 1964 da un peschereccio al largo di Fano, città della provincia di Pesaro e Urbino e, successivamente, venduta illegalmente al Getty Museum di Malibù, California. Per anni l’Italia ha chiesto la sua restituzione ed ora, dopo tante battaglie legali, la situazione è cambiata. Il Gip di Pesaro ha disposto, nel giugno 2018, il sequestro immediato della statua. La magistratura italiana ha infatti riconosciuto che l’alienazione dell’Atleta di Fano non possa essere considerata una vendita ma una vera e propria azione di contrabbando. La Fondazione Getty , la quale aveva acquistato la scultura nel 1977 per 4 milioni di dollari, era conscia del fatto che l’opera, essendo stata pescata in acque territoriali italiane e da un peschereccio italiano, fosse, quindi, di proprietà italiana e per questo inalienabile, stante la legge Bottai n° 1089/1939, all’epoca ancora in vigore, che disciplinava la tutela dei beni d’interesse artistico o storico.

Il museo statunitense, come era prevedibile, non ha condiviso le decisioni della magistratura italiana, ricorrendo in Cassazione. Il portavoce del Getty Museum, Ron Hartwig, ha sostenuto infatti che non vi siano i presupposti per la restituzione dell’opera all’Italia. Il Ministro dei beni culturali, Alberto Bonisoli, ha auspicato la negoziazione di un accordo con il museo californiano attraverso canali diplomatici che facciano riconoscere la proprietà italiana dell’opera e prevederne il rientro nel nostro Paese con modi e tempi vantaggiosi per entrambi gli Stati.

La strada legale, però, è sembrata da subito preferibile a quella diplomatica; nonostante l’annuncio del ricorso in Cassazione, infatti, la Procura di Pesaro si è mostrata fin da subito e, a posteriori a ragione, fiduciosa.  

Nel Dicembre 2018 la Cassazione ha infatti respinto integralmente il ricorso presentato dai legali del museo Getty rendendo quindi definitiva la confisca della statua “ovunque essa si trovi”, dando seguito all’ordinanza di sequestro disposta dal Gip pesarese. Il prossimo step sarà la rogatoria internazionale; al Getty Museum, invece, non resta che ricorrere alla Corte EDU (Corte Europea dei diritti dell’uomo).

Proprio dell’Atleta di Fano e della visionaria sentenza della Cassazione si è parlato in occasione della riunione del Comitato dei beni culturali, convocato il mese scorso dal Ministro dei beni e delle attività culturali Bonisoli; in questa occasione, infatti, è stato deciso di chiedere una mappatura di tutte le attività di collaborazione con il Getty Museum “in modo da avere”, come ha dichiarato Bonisoli, “il quadro completo e in base a questo poi decidere come ragionare soluzioni che possano essere accettabili da entrambe le parti.

Nel corso dell’incontro si è anche fatto il punto sulle altre opere alienate dal nostro Paese in modo improprio o illecito, adesso conservate all’ estero e si è provato a redigere un bilancio delle attività svolte finora dal comitato ed a stilare un elenco degli obiettivi da raggiungere nel prossimo futuro. Per far ciò però sarà necessario attivare forme di collaborazione con altre amministrazioni dello Stato, tra le quali il ruolo da protagonista sarà ricoperto dal Ministero degli Esteri: esso dovrà infatti attivare la c.d. diplomazia culturale, la quale avrà il compito di occuparsi delle negoziazioni per la restituzione dei beni culturali illecitamente conservati in altri Paesi.

Ma non è finita qui.

Nel corso del comitato si è parlato anche del “Vaso di Fiori”, opera di Jan van Huysum, sottratto durante l’occupazione nazista dalla pinacoteca di Palazzo Pitti, oggi, ahimè, diventata appendice degli Uffizi. Proprio il direttore del più grande museo fiorentino Eike Schmidt ha rivendicato strenuamente e in modo fortemente provocatorio la proprietà del quadro, esponendo all’interno del museo una copia in bianco e nero dell’originale fiammingo, sui cui campeggia in tre lingue la parola “Rubato”.

Eike Schmidt mentre espone la copia in bianco e nero del “Vaso di Fiori” di
Jan van Huysum.

Il MiBAC fornirà alla Farnesina il quadro completo della situazione, sia dal punto di vista normativo che dal punto di vista giuridico, ed il Ministero degli Esteri farà sì che, assieme alle controparti tedesche, venga trovata una soluzione.

Quale il modo per far sì che il nostro patrimonio torni integro?  Quali le strategie per far sì che le rivendicazioni non siano vane e le opere acquisite e talvolta trattenute illegalmente tornino in Italia?

Mi associo alla risposta provocatoria data dallo storico dell’arte Tomaso Montanari (da “Il Fatto Quotidiano”, 02/01/2019): cosa succederebbe se il MiBAC vietasse a tutti i nostri musei di prestare opere d’arte? Cosa succederebbe se, nel caso specifico, Eike Schmidt non prestasse più alcuna opera, conservata nei musei fiorentini posti sotto la sua direzione, alla Germania fino alla restituzione del “Vaso dei Fiori”?

La risposta è semplice: senza i prestiti italiani il mercato mondiale delle mostre subirebbe inevitabilmente un repentino arresto seguito da danni economici inestimabili.

Quale miglior modo per far valere le proprie ragioni?

di Ludovica Tripodi, all rights reserved

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