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The Freak su Il falso nemico, di Corrado Formigli

Leggo su un quotidiano: “Gorino, barricate contro profughi.” Un autobus con dodici donne. Sui social leggo invece: se la comunità fosse stata avvisata per tempo, se ci avessero detto che si trattava soltanto di donne – qualcuno ha aggiunto: si sa che fine fanno, sfruttate per strada dagli stessi connazionali – insomma se dall’alto non avessero fatto e sfatto a loro piacimento come se questa terra fosse la loro, allora forse avremmo accolto. Mi permetto di dissentire. Il principio dell’accoglienza non è: “ti accolgo se”. L’accoglienza, nel messaggio evangelico e cristiano, si esprime nell’espressione: “io ti accolgo”. E si traduce in sinonimi laici quali “asilo” e “ospitalità”, concetti a loro volta figli della Grecia Antica. Un paio di giorni fa in Sicilia c’è stato un altro sbarco, 4000 profughi; la giungla di Calais è stata smantellata; il califfo ha subito una prima sconfitta a Mosul, in Iraq, e dovrà forse ripiegare verso Raqqa, in Siria. Aleppo intanto è rasa al suolo. Il falso nemico, copertina

Non stiamo alla parola “profugo” – dal latino “pro-fugere”, ovvero colui che “cerca scampo”, costretto a causa di guerre o persecuzioni ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria – accostiamo anche “guerra”, “donne”, “bambini”. Ho letto Il falso nemico in un paio di giorni. Una lunga, coraggiosa inchiesta di cui si aveva bisogno. Corrado Formigli ricostruisce le vicende mediorientali degli ultimi anni senza mai dimenticare l’Europa. Un giornalista di razza, Formigli, un inviato di guerra, un padre. «La fogna è a cielo aperto, rigagnoli di liquami inzuppano la terra e i piedi nudi dei bambini.» Cominciamo dai luoghi. “Rimandateli a casa loro”, si chiede spesso; allora Formigli è andato a vedere cos’è rimasto della Siria e dell’Iraq: palazzi grigi, sventrati, adoperati spesso dai cecchini o abitati da spettri chiamati uomini. «Donne, bambini, vecchi abbarbicati lassù, dove il cemento fa ombra alla calura bestiale dell’estate.» Nessuna forma di vita, se non la paura. Nessun colore se non il grigio, dei fumi, delle ceneri, delle esplosioni, dei calcinacci, del cielo. Mi vergogno un po’ di un’Italia assai lontana dal volto di Bebe Vio e dalla generosità di Giusi Nicolini ed è assai difficile spiegare al ragazzo dai tratti asiatici che mi sta di fronte o alla ragazza russa che sferruzza due tavoli più in là, per quale ragione in Italia non li vogliamo. Per quale ragione se – prendo in prestito le parole del cantautore David Crosby durante la presentazione qui a New York del suo ultimo album – sono degli esseri umani? “They are human beings”, dice riferendosi ai profughi. Vengo dal sud e tengo ben strette le mie origini. Il sud è terra che accoglie, la Sicilia accoglie e ha forse da insegnare da questo versante. In mare non ci si può voltare dall’altra parte quando una barca è alla deriva, rosa dal sole e dalla salsedine. Non fosse altro che per umanità.

Guerra è anche armi e finanziamenti, ricorda il giornalista di La7. «Che i finanziamenti esteri allo stato islamico provengano soprattutto dalle monarchie del Golfo non è soltanto convinzione del nemico curdo. Delle raccolte fondi organizzate sui social network da fantomatiche ONG con sede in Qatar, Kuwait e Arabia Saudita, in una rete internazionale di filantropi del terrore, si parla anche nei rapporti dell’amministrazione Usa. Gli sponsor sono gli stessi che foraggiano, dal 2003, i combattenti di Al Quaeda in Iraq (Aqi), il gruppo di Abu Musab al Zarqawi dalle cui ceneri nascerà l’Is.» E ancora: «Queste armi sono state oggetto di accordo tra il pentagono e la difesa irachena o frutto di donazioni da parte della Nato.» Aggiungiamo armi sovietiche e un aiuto considerevole da parte della Turchia. Riporto un ulteriore passaggio: «Allora lui si fa prudente e abbassa la voce: “Alcuni materiali sono facilmente reperibili ovunque. Altri arrivano dalla Turchia. Per acquistarli, non è un mistero che l’Is abbia ricevuto finanziamenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar. Ma questo è meglio non dirlo, non mi faccia fare politica…” Arabia Saudita, Turchia, Qatar. Sempre loro.» Fermiamoci un istante: la Turchia, porta d’Oriente verso Occidente. Il paese governato da Erdogan ha ricevuto dall’Europa tre miliardi per gestire e ospitare i migranti. Abbiamo messo nelle loro mani migliaia di vite. Il risultato? Lo sfruttamento, il lavoro nero e minorile nell’industria tessile. Come accadeva a Napoli, nei famosi scantinati narrati da Saviano in Gomorra, in Turchia le multinazionali sfruttano manodopera a basso costo per riempire i grandi centri commerciali d’Europa. «Gaziantep, un milione e mezzo di abitanti. Trecentocinquantamila profughi, moltissimi minori. Quarantamila scarpe cucite al giorno. […] A Gaziantep si lavora senza sosta sia per il mercato delle grandi etichette, sia per quello dei marchi contraffatti. Tessile e abbigliamento rappresentano il 7 per cento del pil della Turchia. Il crocevia fondamentale di questo traffico illegale è Istanbul: le strade di Zeytinburnu, popoloso quartiere della parte europea, pullulano di tir pieni di scarpe e vestiti fatti dai piccoli schiavi e pronti a partire verso i nostri mercati. Alla domanda sulla destinazione finale di quei carichi, parecchi autisti rispondono: Italia. Ci siamo anche noi dentro questo business.» Un’inchiesta che tuona come una denuncia. In queste pagine ho conosciuto Hasan. Ha nove anni, viene da Aleppo, «la sua faccia – scrive Formigli – non me la scordo più.» Gestisce una sartoria, guadagna un dollaro e mezzo al giorno per dodici ore di fatica. È malato di cuore. Sono pagine struggenti, che mi piacerebbe tutti leggessero e portassero nel cuore come ho fatto io. «Un tempo – racconta il giornalista di PiazzaPulita – lui (Hasan, ndr) e i suoi fratelli sapevano leggere e scrivere. Ora hanno dimenticato tutto. In Siria, prima della guerra, il 99 per cento dei bambini andava alla scuola primaria, l’82 per cento a quella secondaria. Oggi i piccoli profughi siriani sono analfabeti costretti a lavorare per vivere. Nessuno di loro va in classe.» Non vi scuote tutto questo? Corrado Formigli

Dopo Srebrenica, proprio in Siria si consuma il più orribile massacro di questi tempi: quello degli Yazidi, una comunità religiosa che intreccia elementi di cristianesimo, giudaismo, zoroastrismo e misticismo islamico. «I formicai sono pieni zeppi di famiglie di profughi sfuggite allo sterminio.» Il nostro vocabolario riguardo i profughi si arricchisce di due parole: “famiglia” e “sterminio”. «Uccisi, violentati, rapiti o ridotti in schiavitù, gli yazidi sono i nuovi ebrei di questa guerra.» Abbiamo tante volte detto che la Storia insegna: ne siamo certi? «E’ una calca umana in preda al dolore e al terrore, fatta di donne sfinite dalla fuga e bambini mangiati dalla scabbia.» L’Europa ne è complice, non ascolta, finge di combattere “un falso nemico”; intanto l’Isis mette su una vera e propria tratta: gli uomini yazidi vengono uccisi, come le donne più in là negli anni, i bambini e le giovani vengono invece venduti. Leggo riga per riga con l’orrore negli occhi. Ho il privilegio di vivere in un luogo in cui le donne svolgono qualsiasi professione. Qui, a New York, le donne possono essere di tutto. Lì no. «è il 3 agosto. Arrivano a casa  nostra la sera. Sparano alla testa di mio marito Alì e di suo fratello e ci portano via, me e mio figlio. Separano gli uomini dalle donne. Noi donne ci portano a Mosul, schiacciate come sardine sul cassone del pickup. Il rituale prevede a questo punto il festeggiamento per il bottino di guerra con grida e spari, nella grande sala di una casa dove avviene il commercio delle schiave. I terroristi espongono la loro merce, le palpano, stabiliscono il prezzo. A seconda dell’età si va dai 15 dollari ai 700.» La memoria richiama le pagine di Saramago dedicate agli stupri in Cecità: non mi pare vi sia alcuna differenza. Forse soltanto indifferenza. Il racconto prosegue: «Mi portano in un’altra casa e vengo violentata ogni giorno. Ci danno pasticche per perdere coscienza, ci drogano. Hanno stuprato davanti a me bambine di dieci anni.» Schiave o combattenti, le donne in Siria. E una di queste potrebbe bussare alle porte di uno dei nostri piccoli e spaventati paesi italiani ed essere respinta. L’inchiesta continua sulla tratta delle ragazzine, «bambine, giovanissime con gli occhi azzurri.» Accanto a me ha preso posto una bella famiglia francese. Quando stavo per alzarmi e cedere il mio posto perché non si separassero e nessuno restasse in piedi, il papà mi ha detto che non era necessario; così mi sono seduta e ho continuato a scrivere. Un bambino delizioso, nel suo accento francese, dolce e raffinato, due giovani genitori. Perché separarli? Qui non corrono il rischio che qualcuno li divida o uccida. La memoria salta fino al Bataclan, perché le guerre hanno conseguenze devastanti anche a chilometri di distanza e il giornalista ce lo ricorda. Formigli intercetta una bambina yazida rapita. Undici anni, prigioniera a Mosul. Tengono una breve comunicazione telefonica, ma la linea si interrompe quando la piccola dice: «Sono arrivati.» Il buio. I bambini sono le prime vittime della guerra. Secondo i dati riportati da Gino Strada, rappresentano una percentuale del 30/35% delle vittime. Vengono catturati per essere educati alla jihad. Recitano versetti, imbracciano kalashnikov. Idris, uno dei papà dei bimbi in ostaggio dell’Isis, ha pagato fior di quattrini per riscattare i suoi e salvarli dalla follia del califfato. Con questo trucco, pur rimpinguando le casse degli uomini neri, ne ha liberati 2200. Ma un solo dollaro, ancora per molti, non vale quanto una vita umana. Quando uomini, donne e bambini scappano, scappano da tutto questo. Non possono fermarsi. Se restano, muoiono di bombe, di fame, di sete, di schiavitù, di botte, di stupri, per il caldo terribile e asfissiante, perché tutto questo è la guerra. Se Formigli ha avuto il coraggio di raccontare, noi dobbiamo averne per ascoltare e accogliere senza paura. Il falso nemico, Formigli

«La politica la fanno il dollaro e il petrolio. E il califfo per loro è il falso nemico.» La verità si compone di molte storie e i passaggi che ho qui riportato sono soltanto una parte del puzzle. In questa inchiesta intensa e importante, che ferma su carta le preziose puntate di Piazzapulita, Corrado Formigli mette sul campo tutti gli argomenti necessari per comprendere le guerre in Medio Oriente e spiega per quale ragione per l’Occidente, che pure ne paga le conseguenze, lo Stato islamico è un falso nemico. Come lo sono i profughi che sognano, e se fortunati raggiungono, le coste dell’Europa. Gli abitanti di Goro e Gorino sono vittime di una strumentalizzazione che ha inizio a Calais e finisce proprio con la vicenda che li riguarda. I due paesi sul Delta del Po’ hanno palesato un sentimento che serpeggiava lungo lo Stivale ormai da tempo: quel farsi giustizia da sé eludendo le leggi di uno Stato e di una comunità che riguarda una nazione intera. Ne sanno poco, di Boko Haram, di Isis, di guerra, per loro fortuna. E ne sappiamo poco anche noi, che l’ultima guerra fatta di armi l’abbiamo vissuta oltre cinquant’anni fa. Ma al di là del Mediterraneo, e dentro lo stesso mare in cui portiamo a giocare i nostri bambini, il cielo non ha più lo stesso colore, gli uomini si muovono in città invisibili e della nostra umanità non resta che uno sbiadito passaparola di tanti anni fa.

di Federica Piacentini, all rights reserved

IL FALSO NEMICO – AL DI LÀ DEL MARE, IL CIELO NON HA PIÙ LO STESSO COLORE ultima modifica: 2016-11-07T10:32:39+00:00 da Federica Piacentini
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A proposito dell'autore

Sono un editor e una scrittrice. Nata a Gaeta, vivo a New York. Mi occupo di autori e curo i loro testi. Sono sopravvissuta alla noia dell’asilo, agli anni del liceo classico, ai cinque di università e ai due di master (Luiss Writing School): una lunga battaglia per la cultura. Leggo molto, parlo poco. Gestisco un blog, Metro-post. Rapide fermate di lettura; ho collaborato con Cooper Editore, la società di comunicazione “Banda Larga”, la rivista “Internazionale” per il festival “Internazionale a Ferrara”. Sono autrice della raccolta di racconti Nel mare dell’Essere, introdotti da Emanuela E. Abbadessa (Capo Scirocco, Rizzoli). Un giorno senza leggere è, of course, inutile. (www.federicapiacentini.com)

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