Il decreto Salvini: effettivo rinforzo del sistema di sicurezza in Italia o misura elettorale?

di Mauro Mongiello

Il decreto Salvini: effettivo rinforzo del sistema di sicurezza in Italia o misura elettorale?

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Il decreto Salvini: effettivo rinforzo del sistema di sicurezza in Italia o misura elettorale?

di Mauro Mongiello
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Il 3 dicembre del 2018 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge di conversione del c.d. “Decreto Salvini”.
Si tratta di una delle misure più importanti della legislatura, sia per il notevole impatto mediatico posto in essere che per la forte volontà con la quale è stata perseguita sin dai primi vagiti del governo gialloverde da parte del Ministro dell’Interno, nonché ideatore della riforma, Matteo Salvini.

Agli onori delle cronache sono immediatamente balzate le prese di posizioni di alcuni sindaci del Meridione, tra i quali spiccano le figure di Luigi De Magistris e Leoluca Orlando, pronti a dare battaglia contro il decreto, considerato come la più grande opera di restringimento dei diritti umani dei migranti posta in essere in Italia da alcuni decenni a questa parte; accanto a loro si sono schierati Enrico Rossi e Sergio Chiamparino, governatore della Toscana l’uno e del Piemonte l’altro, pronti ad impugnare la legge di fronte alla Corte Costituzionale nei termini che affronteremo più avanti. Negli scorsi giorni, peraltro, avevamo interpellato proprio voi lettori di The Freak sulla questione, cercando di capire quali fossero i principali orientamenti rispetto alla presa di posizione dei sindaci. Ebbene, la stragrande maggioranza di voi ha salutato di buon occhio l’iniziativa dei primi cittadini, ritenendo opportuna una feroce contestazione dei dettami del decreto.

Di fronte a questo quadro politico, occorre capire in che modo il “Decreto Salvini” vada ad incidere nella realtà quotidiana della tenuta dell’ordine pubblico e sulla questione migrazione. A ben vedere, come sottolinea Livio Pepino, magistrato ed ex consigliere in Cassazione, la linea politica del decreto è visibile proprio a partire dalla coabitazione dei temi “sicurezza” e “immigrazione”, come se l’aumentare della percezione dei reati in Italia sia legato a doppio filo alla presenza di migranti sul territorio nazionale. In effetti il decreto sembra colpire in maniera piuttosto evidente tutte quelle categorie sociali il cui spettro è sovente agitato contro l’elettorato nel momento in cui si producano fatti di cronaca o situazioni di “degrado” cittadine (si pensi, in tal senso, all’introduzione del reato di esercizio di accattonaggio molesto).

Nei confronti dei migranti, poi, si assiste al progressivo smantellamento dello SPRAR, il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati, negli ultimi anni vero e proprio presidio, a livello di enti locali e comunali, per un corretto percorso di integrazione. Il decreto, sul punto, recide completamente i legami interni tra il sistema degli SPRAR e i CAS, i centri di accoglienza speciali: nei primi, gestiti come detto a livello locale, gli standard di accoglienza sono –o erano- più elevati e ritagliati sui singoli casi e vi potranno accedere solo i minori non accompagnati o coloro i quali abbiano già ottenuto la protezione. Nei CAS, gestiti a livello nazionale dalle prefetture e, come lo stesso nome indica, predisposti alla gestione delle emergenze, con standard più bassi rispetto a quanto richiesto dalla normativa europea, vi finiranno quei soggetti la cui istanza è ancora al vaglio della commissione territoriale (secondo una stima de “L’Internazionale”, si tratta del 50% dei migranti rientranti nel circuito SPRAR).

È proprio la situazione dei richiedenti asilo ad essere presa in considerazione su un altro versante del decreto, quello relativo alla scomparsa del permesso di soggiorno per motivi umanitari (sostituito da una progenie di casi specifici tipizzati all’art. 1). Numerosi centri di ricerca, come l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), segnalano come tale intervento possa presentare profili di incostituzionalità ai sensi dell’art. 10 della Carta, in forza del quale il permesso di soggiorno umanitario è uno degli strumenti con cui l’Italia riesce a garantire il diritto d’asilo. Di fatto si produce una situazione d’illegalità utile ad alimentare due annose problematiche: da un lato, l’impossibilità di rimpatriare questi soggetti, a causa della mancanza di accordi bilaterali coi Paesi di origine o di partenza; dall’altra, l’aumento dei contenziosi giudiziari, il quale incide in maniera rilevante su una macchina della giustizia già messa a dura prova per mancanza di personale e per carichi di lavoro gravosi. Sul punto, si è registrata la presa di posizione dei governatori Rossi e Chiamparino: il ricorso in Corte, secondo l’art. 59 Cost., è stato predisposto sulla base delle possibili ripercussioni in materia sanitaria e assistenziale del provvedimento, atteso che la materia è di competenza concorrente di Stato e Regioni ai sensi dell’art. 117 Cost.

Di fronte a questo stato dell’arte, la coscienza collettiva del Paese, almeno in alcuni suoi elementi, sembra essersi risvegliata. Associazioni culturali, intellettuali, ceti politici avversi al governo, segmenti della Chiesa, il mondo del volontariato e delle scuole si sono mobilitati, brandendo l’ascia della disobbedienza civile; si tratta –è evidente- di una battaglia di civiltà che non può lasciare indifferente chi crede nella pura e semplice umanità.

Il segnale è arrivato forte e chiaro: per chi governa, i responsabili della crisi sono gli ultimi e i penultimi sono chiamati a difendersi da “invasioni” e “degrado”; al Paese, alle sue menti migliori e a tutti coloro i quali, da anni, si battono sul territorio per capovolgere tale vulgata il compito di fermare la marea.

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