Il Covid-19 non risparmia niente e nessuno: la situazione nei campi profughi

di Redazione The Freak

Il Covid-19 non risparmia niente e nessuno: la situazione nei campi profughi

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Il Covid-19 non risparmia niente e nessuno: la situazione nei campi profughi

di Redazione The Freak
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Come alcuni di voi già sapranno, il 23 Aprile è iniziato per tutto il mondo musulmano il mese sacro di Ramadan: un mese di  purificazione fisica- attraverso il digiuno – e spirituale – attraverso le preghiere – . Come è facile immaginare, e come già in passato vi ho spiegato, quest’anno il Ramadan sarà diverso da tutti gli altri anni a causa di questa pandemia, che travolge tutti e tutto senza pietà. Da qualche giorno, quindi, i tanti musulmani in Europa e nel resto del mondo stanno sperimentando sulla propria pelle le conseguenze che il Covid-19 produce anche su questo sacro rituale.

Ma non ogni restrizione che molte persone si trovano a vivere può essere imputata al virus ed alla pandemia. Molte sono infatti le categorie di persone costrette a patire restrizioni e confinamenti già prima ed a prescindere dal Covid-19. Siriani, afghani, yemeniti, somali, iracheni, curdi. Donne e uomini, fuggiti dalle guerre, dalle dittature, dalle persecuzioni nei loro Paesi, vivono ammassati in campi di accoglienza di fortuna (che di accogliente non hanno niente), in attesa di una risposta alla loro domanda di asilo.

In questi campi- della Grecia, del Libano, della Turchia- uomini, donne, bambini, anziani vivono in condizioni igieniche precarie, con acqua potabile difficile da reperire, cibo frazionato che, sicuramente, non consente, alla stragrande maggioranza dei profughi del campo che è di religione musulmana, di affrontare 12 o 15 ore di astensione dal cibo.

Ed ora, a queste già atroci difficoltà quotidiane vanno sommandosi quelle legate all’impossibilità di adempiere i rituali sacri di purificazione, che forse avrebbero rappresentato per molti una salvezza almeno spirituale. Sono le difficoltà di un Ramadan senza cibo appropriato, con moschee improvvisate su teli che fungono da tappeti, senza quella tipica atmosfera di festa frammista alla spiritualità di un momento così solenne (ci sono bambini nati nei campi profughi che non hanno mai conosciuto, tranne che nelle descrizioni che ne fanno i genitori, le proprie case ed il proprio Paese d’origine e tantomeno sanno cosa sia realmente il Ramadan) e con la minaccia perenne ed imbattibile del Covid 19 che, se dovesse prender piede nei campi, rappresenterebbe un’ecatombe a causa del sovraffollamento, delle scarse condizioni igieniche, soprattutto dei servizi igienici.

Le raccomandazioni che vengono rivolte agli abitanti di  innumerevoli Paesi per prevenire il contagio come lavarsi spesso le mani, mantenere il distanziamento sociale, non possono essere messe in atto dove l’accesso  l’acqua è limitato, così come mantenere le distanze sotto le tende fornite dall’UNHCR  dove vivono interi nuclei famigliari è pressoché impossibile.

In Grecia già si sono verificati alcuni casi di contagio da Coronavirus tra i profughi dei campi, fortunatamente i casi sono stati isolati e la situazione è stata messa sotto controllo.

A spaventare è soprattutto il campo di Moria, nell’isola di Lesbo, già noto alle cronache per le asperrime condizioni di vita dei migranti, oggi peggiorate dopo che la Turchia ha allentato i confini consentendo il passaggio di molti profughi.

Le ONG, l’UNHCR, la Croce Rossa, Medici Senza Frontiere e tante altre organizzazioni umanitarie sostengono che l’unica soluzione per prevenire l’epidemia sarebbe quella di svuotare i campi, ma ad oggi non è stato fatto, tantomeno esiste un piano sanitario emergenziale per i migranti. La Grecia è in Europa e sarebbe opportuno che le istituzioni europee prendessero in considerazione questa situazione prima che sia troppo tardi. Ma i Paesi europei, sono tutti presi a fronteggiare la crisi sanitaria ed economica che ne deriva e ancora non agiscono-o forse non intendono agire-per risolvere la questione dei campi profughi che sono una bomba ad orologeria se il virus dovesse diffondersi anche lì.

di Emanuela Frate, all rights reserved

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