IL CORPO DI MARCO

di Edoardo Orlandi

IL CORPO DI MARCO

di Edoardo Orlandi

IL CORPO DI MARCO

di Edoardo Orlandi
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Siamo carne e ossa, di questo ce ne rendiamo conto sempre, o almeno spesso, quando il collo si è irrigidito perché abbiamo dormito male sul divano; quando la caria bussa furiosa perché vuole entrare; quando facciamo fatica a salire il gradino di casa ad una certa età. Sembra che il corpo costruisca di anno in anno i limiti che vanno oltre la nostra volontà, quei varchi che segnano il confine biologico tra il poter ancora e il non poter più fare una cosa.

Marco lo sa. Sa di essere chiuso nella sua pelle; una pelle che prude, che pulsa, che sbianca. Vuol sperare, vuole credere però, sa di essere anche qualcos’altro, perché sente a volte che i suoi malanni non vengono dal corpo ma che, piuttosto, il corpo assorbe. Allora se non nasce e non muore tutto nel corpo dov’è che ha origine il suo malessere?

Ora Marco non è un idealista o un uomo spirituale, anzi, ha vissuto tutta la sua vita disprezzando gli ascetici, chi gli prospettava vite fantastiche al di fuori del corpo. Per questo Marco è molto pragmatico, terra terra, un uomo che non alza il piede senza prima aver fatto notare che si è alzato dal suolo concreto, vero, reale; un materialista insomma. Però, anche con tutto questo sostrato culturale che crede solo in quel che vede o crede solo a tutto ciò che vede, Marco sente qualcos’altro. Sente che quella forte emicrania che sale per gli occhi, che si blocca perenne, persistente nella fronte e pulsa nel naso, non è dovuta solo ad un impulso elettrico dei suoi neuroni, stimoli alogeni dolorifici, ma nasce per qualcosa che non ha detto e che si porta da tutto il giorno, forse da settimane. Sente il dolore, ma anche la noia di continuare a lavorare così ripetutamente, passando o scartando le arance sul nastro, chiedendo al prossimo se diesel o benzina, mentre aspetta nel traffico quando va o torna dal lavoro, dalla spiaggia.

È pieno, pieno di neutralità. Ripete le cose senza stimoli, e sente un dolore forte al fianco sinistro, il cuore che palpita forte: << Eccolo qua, Un infarto!>>.

<< È perché ho mangiato troppi grassi>>. Oppure <<È perché non faccio mai attività fisica>>. E così Marco riduce al corpo, riporta tutto a tessuti e neuroni.

Lui è solo questo? Due polmoni, due rotule, un fegato, per altro un po’ malaticcio?

Marco è una persona. E le persone non sono solo corpo, ma di certo incorporano tutto quello che straborda dal corpo. Incorpora l’obbedienza se ha paura in uno stato autoritario. Incorpora la democrazia o la povertà, che non sono solo concetti astratti se fanno la differenza tra il muoversi liberamente nello spazio e credere possibile realizzarsi, e avere un attacco di panico, l’idea ossessiva di non potercela fare, di essere malato di AIDS.

Marco ha incorporato l’ineguaglianza e l’ha sentita nelle dita fredde, troppo fredde, quando gli è stato chiesto cortesemente di uscire di casa e di entrare nell’autovettura delle guardie in borghese, per essere portato lontano. Incorpora se vende il tempo del suo corpo al miglior offerente e, per questo stesso contratto sociale vacuo e astratto, egli incorpora il guadagno, nutre le ossa. Incorpora quando dice al corpo di non muoversi al rosso, di urinare solo a casa e non in piazza.

Comprende che ci sono altri limiti che entrano in gioco oltre a quelli evidentemente biologici, ed anzi pensa spesso che quest’ultimi siano ben poca cosa se al di sopra gli si va costruendo una modalità sociale di vivere, di pensare, di pensarsi corpo.

Chi è al di sopra incorpora la raffinatezza, e gesticola e parla di belle parole senza che la genetica glielo abbia imposto. Ed una donna, la donna non incorpora la bellezza perché la porta ad avere una porta aperta in più? In questo caso allora diremmo che la donna deve incorporare la bellezza.

Il dolore fisico della malattia rimane nel corpo quando si fa sentire nella gamba, ma diventa metafisico, personale, di Marco, quando questo è dovuto all’impossibilità di pagare le rette dell’assicurazione sanitaria. Lui può utilizzare allora  un antinfiammatorio, ma sa che soffocare il dolore non sempre corrisponde alla cura della persona.

Quanto la consuetudine morale, l’ordinamento sociale o, addirittura, la violenza politica influisce sui nostri corpi? Si muore solo di peste, cancro, tubercolosi, vaiolo o anche di povertà, malasanità, incuranza, impossibilità incorporate e incarnate nel nostro vissuto? il-corpo-di-marco-immagine

<< Com’è che si sente sempre stanco? Eppure mangia tanto. Quei bei piatti di pasta, e la carne non gliela fa mancare mai nessuno>>. I tessuti sono ben nutriti, ma Marco no.

Di nuovo in mezzo al traffico, e sente nuovamente la fitta al lato sinistro del volto. Sono alcuni giorni che prende compresse di amoxicillina e acido clavulcanico per l’infiammazione all’orecchio; 875 mg per l’esattezza.

<< Eccola di nuovo!>> pensa con il volto nauseato all’ingresso del parcheggio. Sono anni ormai che l’acidità alla bocca dello stomaco corrode i tessuti, sfianca il morale, mette stanchezza; e l’ansia ritorna. Sicuramente una pasticca di magaldrato anidro orosolubile da 800 mg risolverà il problema.

Marco non incorpora, inghiotte 875 mg di risoluzione, 800 mg di benessere alla volta, ma quando mai arriverà la cura, chi si prenda cura di lui? Quando qualcuno si fermerà ad ascoltare non solo il suo dolore fisico ma anche la sua storia, la Storia sociale che gli permette e non gli permette?

È di nuovo nel traffico questa mattina. Potrebbe benissimo lasciare il motore in folle, aprire lo sportello, scendere dall’auto e incamminarsi via. Perché non lo fa? Il suo corpo non glielo impedisce, la sua discendenza genetica non l’ha inibito a non farlo. E allora perché Marco rimane lì? Cos’è che non si vede nei tessuti del suo corpo, ma che c’è in lui e nella sua decisione obbligata di rimanere con il corpo incodato?

È ancora in fila nel traffico questa mattina. È stufo. Accende la radio: delega per un momento la sua libertà alla frequenza più spensierata. Per sfuggire incomincia a pensare per metafore, a cercare nella creatività uno sfogo, un modo tutto personale di vivere le proprie estasi. Strappa i corpi e li ricompone in centauri, in buona empatia, in minotauri, rilassatezza, ippogrifi, tranquillità.

Prosegue poi nella corsia di destra continuando ad abbandonarsi all’immaginazione poetica, ipotetica. Si vede ora come capra di un gregge ordinato e sorride. Cerca di rendere possibili e concreti, per quel poco, veri sul proprio corpo almeno una volta, questi mondi immaginati di liberazione e salute; rendere in sostanza politicamente possibili le proprie follie. Ma suona e basta, la fila non va avanti, e lui rimane lì.

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