Il caso Savoini e i rapporti con la Russia

di Mauro Mongiello

Il caso Savoini e i rapporti con la Russia

di Mauro Mongiello

Il caso Savoini e i rapporti con la Russia

di Mauro Mongiello
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Nelle ultime settimane, l’agenda politica italiana è stata completamente occupata dalla questione Savoini e dai rapporti che la Lega di Matteo Salvini intrattiene con il centro di potere facente capo a Vladimir Putin e alla sua schiera di oligarchi.

Premessa: il nome di Savoini e il presunto scandalo a lui legato non si impone all’attenzione dell’opinione pubblica solo nelle ultime settimane. Già nello scorso mese di febbraio, “L’Espresso” aveva dato conto di quanto avvenuto nell’ottobre del 2018 e di tutti i possibili scenari che la tematica avrebbe potuto assumere.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: di cosa si sta parlando? Ci viene in soccorso proprio il settimanale del gruppo “Repubblica”, con un ottimo riassunto della questione: alla fine del 2018, in un lussuoso albergo di Mosca, Gianluca Savoini (consigliere di Salvini per i rapporti istituzionali con la Russia) siede al tavolo con cinque commensali, tre dei quali di nazionalità russa. Sul tavolo, una complessa vicenda di alleanze geopolitiche interne all’asse sovranista europeo, da dipanarsi attraverso il placet del Cremlino: secondo la ricostruzione, Savoini proporrebbe ai russi di acquistare una fornitura di carburante russo, attraverso un’articolata operazione finanziaria che avrebbe visto coinvolte l’ENI e la Rosneft (compagnia di Stato di Mosca), con uno sconto del 4% rispetto al normale prezzo di mercato.

Il denaro così risparmiato, sempre secondo la tesi de “l’Espresso”, sarebbe servito ai russi per finanziare l’imminente campagna elettorale europea della Lega e la trattativa sarebbe proseguita quantomeno fino al momento in cui l’inchiesta giornalistica ne ha svelato i retroscena.

Nelle ultime settimane, a rinfocolare il tutto ci ha pensato Buzzfeed, pubblicando degli audio che sembrerebbero confermare la versione fornita da “L’Espresso” sei mesi fa; in questo senso, il dibattito politico si è ulteriormente infiammato, ridisegnando uno scenario molto prossimo a quella che, senza mezzi termini, si potrebbe definire “crisi di governo”, col Movimento 5 Stelle pronto a rigiocare il ruolo di un’opposizione “governativa” molto utile in vista di un prossimo appuntamento elettorale, mettendo ancora una volta all’angolo Partito Democratico e Forza Italia.

Al di là di possibili risvolti giudiziari della faccenda, preme qui analizzare un punto politico della questione: di fronte alle carte di quello che appare essere un lavoro giornalistico approfondito ed accurato, il ministro Salvini non ha fornito alcun tipo di chiarimenti e anzi, ha approfittato di quanto i casi di cronaca offrivano all’opinione pubblica per sviare l’attenzione sul caso.

Ancora, volendo salire di livello: l’affaire Savoini dimostrerebbe, insieme ad altre prove indiziarie (leggasi alla voce “finanziamenti e partecipanti del Congresso di Verona”), l’estrinsecarsi di una vera e propria Spectre sovranista, le cui radici affondano nel terreno intorno al Cremlino e i rami si dipanano per tutto il Vecchio Continente, con l’appoggio nemmeno tanto nascosto dell’alt-right americana vicina alle politiche di Donald Trump.

Insomma, la piega internazionalista tanto cara ai vecchi comunisti è diventata un tratto distintivo dell’altra parte politica, molto abile a destreggiarsi sul filo del rasoio dei dazi doganali, del sovranismo e dell’identità nazionale tenendo contemporaneamente il piede nella scarpa della rete “nera” internazionale. Del resto, un assaggio di questa congiuntura di forze si può gustare anche nei meandri più orientali dell’Unione Europea, con i Paesi di Visegrad a costituire un vero e proprio argine –in buona compagnia, va detto, con la miopia delle classi riformiste europee- a politiche comunitarie di ampio respiro su materie sensibili.

Come rispondere? Innanzitutto, sottolineare le contraddizioni di un partito e di un ministro che non perdono tempo a berciare su quarantadue disperati al largo di Lampedusa, salvo poi tacere su missili in mano ai neo-nazifascisti (tranquillo Ministro, non cercano di fare fuori chi garantisce loro agibilità politica) e su rapporti quanto mai torbidi con la “democratura” per eccellenza, una sorta di satrapia a cui sembrano voler aspirare molti esponenti del governo in carica.

In secondo luogo recuperare, anche a sinistra, un’agenda europea ed internazionale che non insegua i sovranisti sui loro terreni di caccia preferiti, né si limiti a fare “opposizione” sui singoli momenti di vita politica. Serve una spallata decisa, servono leader che sappiano riconquistare un popolo lontano e individualista, reso tale perché bombardato dalla paura del diverso e dallo spettro della crisi economica.

Amaramente, occorre constatare come il riformismo nostrano non sia in grado di fare efficace battaglia su questi temi: al netto del divertente episodio di un Andrea Romano catturato dalle immagini televisive a parlare in russo nell’aula di Montecitorio, si segnala un elettroencefalogramma piatto, o quantomeno poco incisivo, se è vero che i sondaggi fotografano una Lega nient’affatto toccata dalla vicenda Savoini. D’altronde, che sia Salvini a reggere i fili del discorso lo si denota anche dalla mancata “salita al Quirinale”: l’incontro con Mattarella aveva fatto presagire la crisi di governo, subitamente rientrata per semplice calcolo elettorale del leader leghista, con tanto di intemerata all’alleato pentastellato; delle opposizioni, nessuna traccia.

Insomma, un quadro che non desta particolare fiducia, in attesa di capire cos’altro ci riserverà la questione dei finanziamenti russi.

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