Il caso Cucchi: quando è il pregiudizio a scrivere la condanna degli esseri umani

di Nicoletta Fruncillo

Il caso Cucchi: quando è il pregiudizio a scrivere la condanna degli esseri umani

di Nicoletta Fruncillo

Il caso Cucchi: quando è il pregiudizio a scrivere la condanna degli esseri umani

di Nicoletta Fruncillo
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È la notte del 15 ottobre 2009 quando a Roma, a ridosso del parco degli Acquedotti, alcuni carabinieri arrestano un trentunenne romano, trovato in possesso di sostanze stupefacenti (nello specifico, hashish e cocaina): il suo nome, si verrà a sapere, è Stefano Cucchi.

Apparentemente la vicenda non insospettisce, anzi siamo in molti a ringraziare l’attività portata avanti dalle Forze dell’Ordine nell’intento di debellare quella che ormai può essere felicemente definita “piaga sociale del secolo”, un fenomeno inarrestabile che conta sempre più “fedeli”, e vittime, al suo seguito. In quella notte tutto sembra procedere nella norma e nel rispetto della legge: in compagnia degli agenti Stefano raggiunge la casa dei suoi genitori, in cui risiede, affinché si possa procedere alla perquisizione della sua stanza. Nonostante non sia stato trovato altro “materiale” compromettente, viene comunque condotto nella caserma Appio-Claudio, rinchiuso in una cella di sicurezza nell’attesa di comparire davanti al giudice (trattandosi di arresto in flagranza di reato, il nostro codice di procedura penale prevede la possibilità di essere processati per direttissima, abbreviando di fatto i tempi della macchina giudiziaria). La decisione del giudice non tarda ad arrivare (secondo il rispetto delle tempistiche imposte dalla legge) ed è il 16 ottobre 2009 quando, ottenuta la convalida dell’arresto e la fissazione di una nuova udienza, Stefano viene condotto presso la Casa circondariale di Roma “Regina Coeli”. Da qui, il giorno seguente, uscirà per essere portato d’urgenza in ospedale e non vi farà più ritorno. Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009 in una stanza, all’interno del reparto protetto, dell’ospedale “Sandro Pertini”.

Le reazioni a caldo, diffusesi tra l’opinione pubblica, mostrano sin da subito il disprezzo per quello che è, in fin dei conti, solo un essere umano: la scarsa considerazione nei confronti di quell’uomo è evidente. Gli si dà del drogato, dell’anoressico e del sieropositivo. Il suo status personale, di soggetto che dichiaratamente ammette di avere dipendenze da sostanze stupefacenti, viene sfruttato, consumato fino all’osso tanto che finisce per essere considerato “dai più” la vera (ed unica) causa del decesso. Il giudizio comune della gente finisce per sostituirsi, come sempre più spesso accade, all’attività giudiziaria e finisce, in sostanza, per essere la prima ed ultima condanna di Stefano.

Non è però questa la verità che scopre e accerta l’intero sistema giudiziario. La morte di un detenuto, solo una settimana dopo esser stato arrestato, fa sorgere domande e forti dubbi che danno avvio ad un iter processuale di durata ormai decennale. Le prime indagini cercano il “perché” della morte di Stefano concentrandosi solo sui giorni in cui era stato a “Regina Coeli” e su quelli che aveva passato in ospedale, rinvenendo la causa del decesso in condotte omissive tenute da medici, infermieri e da agenti di polizia penitenziaria che con lui ebbero a che fare. La prima inchiesta, però, “fa acqua da tutte le parti” e di ciò ne erano consapevoli, in primis, gli stessi giudici: proprio il Presidente della Corte di Appello di Roma, una volta conclusosi il giudizio di secondo grado, aveva affermato che “non c’erano elementi sufficienti per ritenere gli imputati colpevoli di un reato che però c’è stato”. La consapevolezza e la necessità di scoprire la verità, nonché la possibilità di svolgere nuove indagini, induce la Procura di Roma a riprendere la propria attività investigativa e, tra condanne, assoluzioni e annullamento delle stesse, nel gennaio 2017 questa giunge a chiedere un processo con nuovi capi d’accusa. Ad emergere “dalle ombre” una verità sconcertante e agghiacciante, al limite dell’inimmaginabile. Ad emergere da acque torbide una serie di comportamenti e pratiche scorretti (per non dire del tutto illegali) tenute proprio da quegli agenti che, in quel giovedì sera come tanti altri, avevano fermato Stefano. L’errore della Procura di Roma fu proprio quello di non indagare affatto sulla prima notte, quella in cui Cucchi fu portato per la prima volta in caserma, rivelatasi, invece, una vera e propria notte degli orrori.

Nel capo di imputazione, che vede protagonisti cinque carabinieri (di cui tre chiamati a rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato da futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, gli altri due, invece, di falso ideologico in atto pubblico e calunnia) si legge che Stefano fu pestato a sangue con “schiaffi, pugni e calci, provocandone fra l’altro una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale”. Questo è quanto “ha causato lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso di specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura il Cucchi, ne determinarono la morte”. A confermare il tutto la prima confessione, proprio nel corso dell’inchiesta-bis, di uno dei tre carabinieri imputati per omicidio preterintenzionale: Francesco Tedesco.

L’11 ottobre 2018 è una data di fondamentale importanza per gli sviluppi processuali, perché per la prima volta viene ammesso in udienza, con parole così forti da far accapponare la pelle, il pestaggio di Stefano. Ad un passo dal decimo “compleanno” della vicenda Cucchi, dopo innumerevoli interrogatori, infinite perizie, un numero di testimoni ascoltati che non si conta facilmente sulle dita, confessioni, accuse e contro-accuse, quello che emerge è un gioco di squadra condotto magistralmente “nel nome del Corpo”. I continui depistaggi e le falsificazioni dei documenti dell’Arma mostrano chiaramente l’intento di mettersi al riparo da una situazione non più gestibile e riparabile; una responsabilità che cerca di essere addossata, nell’ottica dello “scarica-barile”, agli agenti di polizia penitenziaria (processati e poi assolti) venendo a tacere quello che invece è il vero buco nero di tutta la storia. A tradire gli agenti, ma anche i loro superiori, fu il mancato fotosegnalamento: si tratta di una procedura obbligata che, fu detto, fu elusa per rispetto delle richieste di Stefano. Un’elusione (testimoniata dall’aver “sbianchettato” sui registri ufficiali le generalità di Cucchi, sostituite da quelle del soggetto arrestato successivamente) figlia, invece, di un pestaggio già consumato, tale per cui, procedendovi, le foto avrebbero testimoniato i segni delle percosse. In tutta questa vicenda fatta di “non ricordo”, di mancate risposte e di insabbiamenti l’unica coscienza che sembra cedere alla necessità di raccontare la Verità è solo quella dell’agente Tedesco. Questi viene descritto quasi come una vittima di quel gioco di squadra durato per anni: si sottolinea ripetutamente il suo atteggiamento protettivo nei confronti di Stefano. È lui l’unico ad aver cercato di allontanare i suoi colleghi da un corpo inerte già steso a terra, è lui ad aver inviato una nota di servizio indirizzata ai superiori e alla Procura stessa in cui, nell’immediato, si denunciavano quegli scabrosi fatti avvenuti davanti ai suoi occhi. Ma è anche lui che, alla fine, non si oppone, ma anzi cede a quel rigido rapporto di gerarchia votato alla subordinazione, che in questo caso ha assunto i connotati ed il sapore di una vera intimidazione (la nota di servizio non arrivò mai sul tavolo dei giudici perché sarebbe stata fatta sparire su intimidazione dei superiori di Tedesco che, per paura di perdere il lavoro, avrebbe deciso di tacere la verità per tutti questi anni).

Scrivere su di un caso così noto all’opinione pubblica non è cosa semplice: troppe le informazioni diffuse che hanno generato nella coscienza di ognuno di noi pensieri e considerazioni diverse, certo difficili da sradicare.

Analizzando l’intera vicenda, cercando di mantenere saldo un punto di vista esterno ed oggettivo che non si lasci travolgere e trasportare dai sentimenti, quello che salta all’occhio non è solo il fatto che il caso Cucchi sia una vicenda reale e giudiziaria di estrema complessità e delicatezza, quanto piuttosto che sia il segno concreto di una indifferenza generalizzata che dilaga sempre più nella nostra società. Non possiamo cioè ridurci a minimizzare la questione affrontandola schierandoci o dalla parte di Stefano o da quella delle Forze dell’Ordine. Entrambi i soggetti, chi per un motivo e chi per un altro, non possono essere né difesi a spada tratta e completamente, né condannati in eterno: Stefano non può certo considerarsi un “santo” ma nemmeno un uomo che “merita” di essere pestato per aver semplicemente mantenuto quello che è stato definito “un atteggiamento non collaborativo”, a maggior ragione se si tiene conto che l’ordinamento italiano si configura come uno Stato di diritto; allo stesso modo, non giustificabile è la violenza di quegli agenti che, facendo leva sullo stato di tossicodipendenza del soggetto di riferimento, sentendosi “migliori” e “superiori” a lui decidono di esercitare sullo stesso un potere così ingerente che, sostanzialmente, arriva a coincidere con l’esercizio del diritto alla vita dello e per lo stesso. D’altro canto, però, “non può esser fatta di tutta l’erba un fascio”, così finendo per screditare l’intero Corpo delle Forze dell’Ordine in cui, invece, quotidianamente donne e uomini prestano il proprio servizio a salvaguardia dell’uomo e dei suoi diritti.

Chi scrive ritiene che ci sia un di più: dietro la singola vicenda, dietro i singoli nomi di persone che si sono sporcati le mani, si nasconde un modo di agire e di pensare che, più o meno, è comune a tutti noi e che, in parte, ci rende già di per sé colpevoli. Dall’assurdità del caso Cucchi emerge chiaramente come nessuno, nessun uomo (a prescindere dal ruolo che abbia ricoperto nell’arco dell’intera vicenda) che abbia avuto a che fare con Stefano in quella settimana, si sia adoperato affinché una vita potesse essere salvata. Non ci sono ragioni o scuse che tengano quando si parla della vita di uomo. In qualità di essere umani siamo tutti uguali, a prescindere da chi siamo, da cosa facciamo, da che ruolo occupiamo nella società, dai nostri pregi e dai nostri difetti. Non esistono esseri umani di prima categoria, né esseri umani di seconda categoria.

La realtà dei fatti mostra però un’altra faccia, quella dura del giudizio e del pregiudizio, quella che ci fa puntare il dito contro un uomo, chiunque esso sia, a prescindere da quanto sappiamo sul suo conto. Il caso Cucchi ci insegna che spesso l’opinione e l’idea che ci facciamo di un uomo finisce per prevalere su tutto il resto, finendo per farci sfuggire di mano l’unica cosa che conta: che si tratta solo e pur sempre di una vita umana che non può essere spezzata da altre mani.

E quello di Stefano è solo uno dei tanti casi in cui a vincere e a condannare è il pregiudizio. Che in questo caso a giocare un ruolo fondamentale e determinante sia stata la condizione di tossicodipendenza di Stefano non ne è convinto solo chi scrive (i risultati del sondaggio pubblicato ieri,27 marzo 2019, sulla pagina Facebook The Freak parlano chiaro! )

Certo, la tossicodipendenza e più in generale il traffico e l’utilizzo di sostanze stupefacenti è un problema serio, concreto ed attuale, che necessariamente deve essere risolto. Ma la soluzione non sta nell’indifferenza, nel menefreghismo né, tantomeno, nell’ abuso di potere.

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