Il cambiamento climatico: intervista ad Antonello Pasini

di Redazione The Freak

Il cambiamento climatico: intervista ad Antonello Pasini

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Il cambiamento climatico: intervista ad Antonello Pasini

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Antonello Pasini è uno dei maggiori esperti di clima in Italia. Fisico climatologo del Cnr e autore di molte pubblicazioni specialistiche, dalla fine degli anni ’80 ha cominciato ad occuparsi di modellistica meteo-climatica. Parallelamente all’ attività di ricerca, nell’ ultimo decennio ha intrapreso un’attività divulgativa sul tema del clima e dei suoi cambiamenti. Il suo blog “Il Kyoto fisso” per la rivista “Le Scienze” è stato premiato miglior blog nazionale di divulgazione scientifica. Il 19 febbraio scorso è uscito “L’equazione dei disastri” (Codice edizioni), il suo ultimo libro. Approfittando della sua preziosa presenza all’incontro di The Freak del 13 febbraio scorso, abbiamo posto ad Antonello alcune domande.

Come possiamo definire il cambiamento climatico? E come rispondere a coloro che negano che l’azione dell’uomo, soprattutto nel corso del secolo scorso, abbia avuto un forte impatto sul clima?
Sappiamo che il clima ha sempre avuto variazioni nella storia della Terra: ce lo dicono, ad esempio, le “carote” di ghiaccio estratte dall’Antartide, che ci mostrano i molti passaggi tra ere glaciali e periodi caldi interglaciali che si sono susseguiti negli ultimi ottocentomila anni. In questo contesto, che ha visto anche altri periodi caldi negli ultimi duemila anni, bisogna capire se il riscaldamento globale recente (quello dell’ultimo secolo) ha delle peculiarità o rappresenta semplicemente il riproporsi di fluttuazioni climatiche naturali. Ebbene, oltre ad essere più rapido rispetto agli eventi di riscaldamento passato, questo recente è anche ubiquitario e sincrono, cioè avviene nel 98% del pianeta e tutto negli ultimi decenni. Altro è il caso del tanto decantato periodo caldo medievale (quello della colonizzazione della Groenlandia) e quello del periodo delle guerre cartaginesi, quando si dice Annibale passasse le Alpi con gli elefanti. Questi sono chiaramente fenomeni locali e si è mostrato chiaramente come siano compatibili con una variabilità naturale del clima; quello recente non lo è. A questi studi che mostrano la peculiarità di quanto è avvenuto nell’ultimo secolo si aggiungono altre ricerche che mostrano come questo stesso riscaldamento non sia naturale, ma sia dovuto alle azioni dell’uomo, primariamente emissioni di gas serra da combustioni fossili o da uso non corretto del suolo (deforestazione, agricoltura non sostenibile, ecc.). Modelli indipendenti e molto diversi tra loro mostrano come senza l’aumento degli influssi antropici questo riscaldamento recente non ci sarebbe stato.

Perché il punto 13 dell’Agenda ONU 2030 risulta cruciale per la sostenibilità e in che modo il cambiamento climatico può avere forti ricadute sull’economia e sulla società in generale?
Il clima è qualcosa che permea come un substrato tutto ciò che accade nel mondo. I cambiamenti climatici recenti e quelli previsti per il futuro influiscono sulla disponibilità delle risorse idriche e agricole, impattano fortemente (con ondate di calore, siccità, eventi estremi meteo-climatici, innalzamento del livello del mare, fusione dei ghiacciai) sui territori, gli ecosistemi e l’uomo, certamente sulle sue attività (prima di tutto l’agricoltura) ma anche sulla sua salute, sulla stabilità delle società, specie quelle più fragili, fino all’impatto sui conflitti e sulle migrazioni. Qualsiasi attività economica e di sviluppo non può prescindere dal considerare lo stravolgimento del substrato naturale cui i cambiamenti climatici contribuiscono fortemente, insieme ad altre attività umane “perturbanti”.

Credi che quanto sia stato fatto finora sul piano politico al livello internazionale ed europeo sia abbastanza per contrastare il cambiamento climatico? Quali sono i principali ostacoli degli accordi sul clima?
Ovviamente il negoziato internazionale sui cambiamenti climatici va avanti più lentamente di altri negoziati, come ad esempio di quello risolto positivamente sul buco dell’ozono. Questo è in parte comprensibile, perché si tratta di porre in essere azioni che vanno ad intaccare un modello di sviluppo consolidato, quello fondato sui combustibili fossili. Ci sono molte resistenze, dovute a forti interessi economici o anche a visioni del mondo che mirano ad un dominio della natura, intesa come qualcosa di inerte e plasmabile a piacere, da parte dell’uomo. In questo contesto, le riduzioni volontarie presenti nell’accordo di Parigi non ci consentono di mantenere la temperatura globale entro il limite di un aumento di soli 2°C (o ancora meglio di 1,5°C) rispetto alla temperatura preindustriale. Oggi però, insieme a fattori negativi (come le posizioni nettamente contrarie alla transizione energetica di Trump e Bolsonaro), ci sono anche esempi virtuosi come quello della Unione europea e del suo New green deal appena varato: quest’ultimo è il primo esempio in cui un insieme di Stati si pone sulla rotta di decarbonizzazione mostrata chiaramente dalla comunità scientifica.

Parlando invece di narrazione e rappresentazione, cosa ne pensi del modo in cui i media, italiani ed esteri, raccontano il cambiamento climatico?
Direi che la situazione italiana è peggiore di quella di altre parti del mondo. Da noi c’è ancora chi nega che i problemi climatici siano gravi e soprattutto che siano dovuti alle azioni dell’uomo. D’altro canto, talvolta si esagera anche dall’altra parte, presentando il cambiamento climatico come un problema irrisolvibile o che si può risolvere solo con la scomparsa dell’uomo dalla Terra. Inoltre, la gente comune spesso non distingue tra un vero esperto e uno che si spaccia per tale, in questo aiutati da una stampa che privilegia il contraddittorio anche quando contraddittorio non c’è. E’ come se per parlare di stelle e galassie si intervistasse allo stesso tempo un astronomo e un astrologo. Anche il web può ingenerare confusione, presentando tanti siti autorevoli accanto a blog di falsi esperti. Infine, tranne alcune importanti eccezioni, i media più seguiti (ad esempio la TV) generalmente non contribuiscono ad aumentare la cultura scientifica.

Il 19 aprile 2019 sei salito sul palco di Fridays for Future. Cosa ha significato per te questo gesto? Perché è importante che il contrasto al cambiamento climatico parta dalle nuove generazioni e si sviluppi “dal basso”?
Sicuramente mi ha fatto molto piacere essere l’unico adulto a parlare da quel palco. Sono molto vicino ai giovani di FFF, perché dico sempre che noi scienziati e loro ragazzi abbiamo lo stesso orizzonte temporale per la soluzione dei problemi, orizzonte che, guarda caso, è molto diverso da quello dei politici, che spesso invece mirano al consenso a 2-3 anni (quanto dura in media una legislatura in Italia). Qui siamo in presenza di un problema di bene comune (il clima) che richiede strategie a più lunga scadenza per ottenere una soluzione efficace di tutti i problemi che i cambiamenti climatici portano con sé. D’altro canto, al di là del cambiamento dei propri stili di vita e l’innesco di circuiti virtuosi dal basso di consumo, risparmio, ecc., si tratta di effettuare una transizione energetica epocale, e ciò va gestito dalla politica. Ecco perché i movimenti dal basso sono importantissimi per spingere ad effettuare azioni pronte e decise verso un obiettivo futuro comune. Credo che occorra un patto intergenerazionale e interpartitico per prendere decisioni consapevoli ed efficaci, evitando così che lo scontro politico renda vane le tante azioni benefiche che già i giovani ci mostrano e attuano.

di Marianna Marzano, all rights reserved






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