Il calore della Sicilia e i colori di molti stili musicali: questo è Carletto Spanò

di Tommaso Fossella

Il calore della Sicilia e i colori di molti stili musicali: questo è Carletto Spanò

di Tommaso Fossella

Il calore della Sicilia e i colori di molti stili musicali: questo è Carletto Spanò

di Tommaso Fossella
5 minuti di lettura

La sua musica è calda come le sue terre siciliane dove è nato e cresciuto ma la sua musica è anche internazionale e multiforme come la sua esperienza gli ha insegnato, fin da giovanissimo quando girava con il nonno con la banda del paese, fino alla laurea al conservatorio di Ferrara. Si chiama Carletto Spanò ed è un giovane musicista nato a Messina che sta per far uscire il suo primo lavoro da cantautore dopo una lunga esperienza di collaborazioni e un passato nel rock e nel jazz. Questo EP, ha detto a noi di The Freak, è il risultato di tantissimi anni di lavoro durante i quali il musicista ha continuato a nutrirsi di musica, collaborare sui palchi con grandi artisti e dare una forma sempre più decisa a questo lavoro. Barletto è il titolo e qualche anticipazione è in questi giorni sulle piattaforme online, si tratta di Sarracina, primo singolo presente all’interno del lavoro uscito lo scorso cinque aprile. The Freak lo ha incontrato per parlare un po’ della sua formazione artistica, delle sue influenze per scoprire ancora meglio l’artista e il personaggio.

Sarracina, il nuovo singolo di Carletto Spanò

Qual è stato il tuo approccio alla musica?

 La banda su tutti. Ero folgorato dal suono di tutti quegli strumenti messi assieme. In più mio nonno era un maestro di musica e dirigeva una banda (che ancora oggi porta il suo nome) a Raccuja (ME). Ricordo che una volta, all’età di cinque anni, andai a trovarlo in campagna. Con passo bandistico mi incamminai, suonando un tamburello di plastica, comprato poco tempo prima alla festa di paese. Nel bel mezzo della mia “esibizione” rischiai uno shock anafilattico, perché uno sciame di calabroni, infastiditi dal suono, mi punsero dalla testa ai piedi (forse per via del fatto che non andassi ancora a tempo). Per fortuna questa disavventura non mi allontanò dalla banda, nella quale entrai a far parte all’età di undici anni, come sassofonista.

Nella tua carriera hai sperimentato molti generi musicali: in quale ti sei sentito più a casa tua e cosa ti hanno lasciato?

Ogni genere musicale mi ha plasmato, creando varie facce della mia persona: il rock mi ha dato l’estro e la grinta nel vedere e pensare le cose, oltre che nel graffiare sei corde per esprimere un’emozione. Il jazz mi ha affascinato sin da subito e inquietato allo stesso tempo, per le sue infinite sfaccettature ritmiche, armoniche e sociali. Col tempo si è trasformato in brio, dando libero sfogo al mio lato compositivo, ma soprattutto creativo, come nell’improvvisazione. Mi ha anche dato la possibilità di riabbracciare il meraviglioso mondo bandistico: quei colori di feste paesane, processioni e paganesimo che poi ho adattato a composizioni eseguite in quartetto o in trio. L’album “Cialomi” è la testimonianza di ciò che ho elaborato assieme ai fratelli dei Trinacria Express.

Il cantautorato è un approccio fresco, di adesso. Tutto quello che posso dire è che sta alimentando la parte più intima e profonda di me. Quello che vivo nelle strade lo riporto a penna in un pezzo di carta.

Il primo singolo di “Cialomi” con i Trinacria Express

Quanto è importante il valore del dialetto nella musica e in particolar modo nella tua?

 Il dialetto è fondamentale in certi frangenti e scelte musicali, soprattutto se ci si approccia ad atmosfere folcloristiche della tradizione popolare, oppure a colori scuri, arabeggianti e a ritmiche mediterranee, a cui la metrica dialettale si presta divinamente. Credo che artisti come Rosa Balistreri, Carmen Consoli, Alfio Antico e Pino Daniele ne abbiano fatto una ragione di vita.

Hai collaborato con molti grandi musicisti, salendo su molti palchi. Qual è l’importanza della musica live?

Nei live si ha la possibilità di sentire e scambiare emozioni con chi ti ascolta, a prescindere che sia un pubblico di 10 o 10.000 persone. È l’unico momento in cui si avverte quella strana energia, a volte piena di carica, altre meno, ma elemento vitale per un artista. Solo i live ci permettono di mettere in pratica gli studi che elaboriamo nella nostra stanza o in un conservatorio, arricchendoli con la magia delle emozioni che si provano in mezzo al pubblico, a prescindere che sia una piazza o un teatro. È un qualcosa di fondamentale importanza, che si crea soltanto quando si esce fuori dalle sale d’incisione.

Chi è oggi Carletto Spanò e su cosa sta lavorando?

Carletto è sempre il musicista visionario, amante della strada, delle taverne e con uno sguardo in più, volto al cantautorato. Questo è un mondo in cui mi sono cimentato da poco, come cantante, oltre che autore, e a cui ultimamente dedico gran parte della mia creatività.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci sono date  live in programma?

C’è un EP che si intitola ”Barletto”, a cui sto ancora lavorando (anche se il ”grosso” ormai è fatto) e che uscirà questa estate. Le prime tappe in live sono al “Rosso Racina” di Capo d’Orlando (Me) il 05 Aprile, al “Totù” di Milazzo (Me) il 06 Aprile e al “New Moon” di Ficarra (Me) il 13 Aprile. Con me, in trio, ci saranno Alberto Ammendolia alle chitarre e Peppe Lionetto al basso.

Qual è la gioia più grande per un artista come te?

 Credo sia uguale a quella di ogni comune mortale: ”campare” facendo ciò che si ama.

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