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Un inno d’amore alla propria terra tra appartenenza di sangue e dolcezza mista a nostalgia

Al Festival di Venezia dello scorso anno sembrava trionfassero le periferie di Roma e Napoli, quest’anno invece spazio ai registi pugliesi che raccontano con tenerezza velata di nostalgia l’amore viscerale e l’attaccamento alla propria terra.

Una perla di 95 minuti che ha scatenato lunghi e meritati applausi in occasione della proiezione evento speciale a Venezia è stato il film del regista bitontino Pippo Mezzapesa, Il Bene Mio.

Tra i colori del realismo e le sfumature della favola, Elia, interpretato da un grandissimo Sergio Rubini, nei suoi occhi e nelle sue mani ha tutta la voglia di non abbandonare il suo passato, vi resta aggrappato, quanto può, mentre si ergono muri attorno a lui e si scava il distacco dai ricordi.

Ambientato nel paese fantasma di Provvidenza, buttato giù da un terremoto, il film rievoca le vicende che nel nostro Paese si sono presentate, negli anni, in seguito ai boati dei terribili crolli: più che ricostruire e ricordare, lo straziante sradicamento dalla propria terra, dai propri luoghi e dalle proprie memorie. Elia – in un contesto tale – resta l’ultimo baluardo a dieci anni dal disastro, custode in soffitta dei segreti, dei giochi, dei sorrisi, dei disegni e delle lacrime calde di famiglie sconsacrate dalle proprie case, abbandonate ad un oblio imperante.

Un’ombra con il vestito da festa e fuochi d’artificio in lontananza, sono preamboli di un suicidio andato a male, una fede ritrovata e quella bonaria forza di donare aiuto a chi forse viene da lontano (Noor, interpretata dalla bella e brava Sonya Mellah) e la propria casa l’ha dovuta abbandonare a forza, non ha potuto scegliere.

La condivisione di quest’amore per il primigenio dono che sono le proprie origini, la propria terra avvicinano nell’incomunicabilità della parola, le visioni, le paure ed il coraggio di due che nella fragilità si danno forza.

Un cancello chiuso sembra un’insormontabile insicurezza, accarezzata dal fruscio costante della giannetta, il vento di tramontana che accompagna i ricordi che fanno bene e fanno male: il passato non si cancella e la vita non può essere trasparente, un puro passaggio – e così, l’amore di Elia per Provvidenza, tra personaggi vicini (Teresa Saponangelo e Dino Abbrescia) e di contrasto (Francesco De Vito e Michele Sinisi), è come una parabola, in un film dal ritmo soffice, che guarda dentro quello sguardo di dolore ma nei colori morbidi ritrova il modo di andare avanti.

Il Bene Mio: un titolo di appartenenza di sangue e dolcezza mista a nostalgia. Non ce ne poteva essere uno meglio, con quella Puglia respirata, odorata, vissuta in quelle tre parole.

“Un film quasi tutto pugliese dal punto di vista della lavorazione, dal regista al produttore (Cesare Fragnelli) passando per buona parte del cast artistico e tecnico, ma universale invece nel messaggio e nella vocazione tanto da essere selezionato nelle Giornate degli Autori della più grande manifestazione artistica e cinematografica d’Italia, non può che inorgoglirci” commenta Antonio Parente, direttore generale di Apulia Film Commission.

Il film è stato girato tra la Puglia e la Campania, scritto assieme ad Antonella Gaeta e Massimo De Angelis, con la fotografia di Giorgio Giannoccaro, il montaggio di Andrea Facchini, la scenografia di Michele Modafferi, costumi di Sara Fanelli e musiche di Gabriele Panico e Franco Eco. Prodotto da Altre Storie, assieme a Rai Cinema, con il contributo del MiBAC, con il sostegno di Regione Lazio Fondazione Apulia Film Commission.  

Dal 4 ottobre al cinema, ed in occasione speciale oggi al Multisala LUX a Roma con in sala il regista e gli attori Teresa Saponangelo e Dino Abbrescia allo spettacolo delle ore 20.30, questo piccolo gioiello è un film assolutamente da non perdere.

di Alessandra Carrillo, all rights reserved

Il Bene mio, la fragilità e la forza di restare ultima modifica: 2018-10-10T22:05:02+00:00 da Alessandra Carrillo

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