I sogni di Sonia

di Redazione The Freak

I sogni di Sonia

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I sogni di Sonia

di Redazione The Freak
12 minuti di lettura

Sonia era una che cadeva. Dalle sue scarpe vintage coi tacchi, dalle nuvole, dai suoi pensieri dalle tinte malinconiche e fiabesche, dalla montagna di ambizioni che si era costruita.
Sonia cadeva e si rialzava in modo buffo, somigliava alla scia che lasciano le stelle cadenti in cielo, era qualcosa che esisteva e, al tempo stesso, sembrava svanire nel nulla. Qualcuno l’aveva definita “evanescenza esistente”.
Sonia sognava. Aveva sulle spalle il peso che si portano i sognatori in un Paese che non sa decifrare la lingua dei sogni. Per questo, Sonia cadeva dalle montagne di ambizioni che costruiva ogni giorno. Spesso le toccava decidere se restar sola sulla cima della sua montagna o, appunto, cadere e tornare nella realtà di tutti, quella in cui pochi le davano ascolto e prendere a parlare una lingua che non era la sua.
Sonia voleva fare la scrittrice, ma non lo diceva mai ad alta voce, le sembrava pretenzioso e temeva che qualcuno potesse ridere di questa sua ambizione. Ma poi, che vuol dire “fare la scrittrice”?
Sonia scriveva. Camminava per strada e scriveva con la mente, respirava e scriveva, addentava un hamburger vegano e scriveva, correva dietro i treni in ritardo, che erano sempre in anticipo rispetto ai suoi tempi, e scriveva. Andava a dormire e, sul cuscino, poggiando la sua guancia, scriveva il racconto della sua giornata.
Sonia era una sognatrice, ma conosceva la realtà e ci faceva i conti. Per pagare le bollette e l’affitto di una stanza in una casa ai Quartieri Spagnoli, al mattino lavorava in un piccolo chioschetto di fiori, aveva imparato almeno cento nomi di specie di fiori e piante e cento tonalità diverse che queste avevano. Eppure pensava, tra sé e sé e sommersa da tutta quella flora, che la gioia di un fiore regalato fosse un attimo di illusione effimera. Il pomeriggio lo passava a portare a spasso i cani delle famiglie ricche e, guardando quei cani di tutte razze supercostose, si sentiva una meticcia con dei sogni ricchissimi, ma anche portatori di povertà. La sera, quando le capitava, veniva chiamata dal proprietario di una pizzeria in centro, pochi euro a nero per servire ai tavoli e permetterle di comprare quel libro rarissimo che aveva visto, il mese prima, in quella piccola libreria a Piazza del Gesù Nuovo.
Stremata, Sonia tornava a casa la sera tardi e pensava che non stava facendo quello che voleva della sua vita, che non credeva nelle lauree perché, infondo, tutti avevano quel “pezzo di carta” e il Paese in cui viveva non sembrava interessato a mostrarne il valore. Sonia aveva studiato Lettere per passione, era questa la verità, o magari era quello che raccontava a se stessa per togliere un po’ di amarezza alla sua vita di aspirante scrittrice/editor.
Ma poi, cosa erano le passioni? Si convinse che erano la cosa più pericolosa del mondo, che se non le si sa dominare, quelle dominano e trascinano chissà dove.
Sonia, stremata, con la guancia sul cuscino, dopo una giornata di lavoretti qua e là si chiedeva: “Dove vanno tutte quelle persone che sentono di avere qualcosa di raccontare? Qual è il posto per quelli che sanno esprimersi solo dipingendo, scrivendo, montando immagini per un film, componendo musica? C’è uno spazio per quelli che sanno e vogliono sognare? Ma soprattutto, al mondo intero interessa sapere il loro punto di vista? La loro poesia ha un suono e un sapore che vuole essere ascoltato e assaggiato?”.
Era atroce il dubbio di sapere le risposte a queste domande, ancor più atroce il silenzio di quella stanza che si pagava a fatica perché sentiva che a trent’anni doveva essere indipendente, ma si accorgeva che dipendeva da orari e tempi che toglieva alla sua vita per fare cose che non le interessavano.
Sonia, nonostante tutto, si rialzava la mattina con la sua solita sveglia delle 07.00, beveva il suo caffè amaro e ritornava la routine: chioschetto di fiori, cani aristocratici di famiglie aristocratiche, pizzeria o un’uscita con gli amici, tutti, ovviamente, con una vita precaria come la sua. Delle sere brindavano al loro futuro incerto, ne ridevano, perché riderne aiuta, ma poi si rischia una paralisi facciale se lo fai troppo, se si rinuncia alla verità dei propri sogni. Sonia ci stava attenta. Brindava, rideva e subito dopo diceva qualcosa di ironico che aveva un retrogusto amaro, che generava un discorso di coerenza con l’amaro che aveva nel suo bicchiere.
Una mattina, mentre era immersa in tutta quella vegetazione di ortensie, orchidee, peonie e mille altri fiori e piante, le squillò il telefono, rispose.
«Pronto?».
 «Buongiorno, parlo con la dottoressa Veneruso?».
 «Sì» Sonia rispose trasalendo tra tutti quei fiori e dai suoi strani umori.
 «Siamo della casa editrice EditEmozioni”, la chiamiamo in merito al curriculum che ci ha inviato, vorremmo fissarle un colloquio. Va bene giovedì alle sedici?».
 «Sì, va benissimo!» Sonia guardò la peonia che le stava di fronte, pensò ai cani aristocratici delle famiglie aristocratiche e alle mance striminzite della pizzeria in centro. Forse tutto questo stava per finire. Forse a trent’anni suonati avrebbe potuto iniziare a concretizzare i suoi sogni.
I giorni che seguirono quella chiamata ebbero un sapore strano, c’era speranza unita a paura. Ne aveva già fatti di colloqui così, per un attimo era salita sulla sua montagna di ideali e poi era stata rispedita nella realtà.
Arrivò il giorno del colloquio, Sonia scelse accuratamente il vestito giusto, le calze giuste, le scarpe giuste e pensò alle parole giuste.
Quel giorno era andata, come ogni mattina, al chioschetto di fiori, erano entrati solo quattro clienti, a uno aveva venduto dei tulipani, i suoi fiori preferiti. Il pomeriggio aveva disdetto l’appuntamento con i padroni aristocratici dei cani aristocratici e uno di questi le aveva detto di non chiamare più, che il suo cane per colpa sua non sarebbe uscito quel giorno, che avrebbe assunto l’amico della filippina che andava a fargli le pulizie a casa, che era un magrebino e a questo aveva aggiunto che “questi” non si prendono mai giorni di festa. A Sonia andava bene, il suo cane, un volpino impettito e dal pelo arruffato, litigava sempre con tutti gli altri cani.
Mancavano cinque minuti alle sedici, Sonia diede un’ultima occhiata al foglietto di carta dove aveva appuntato l’indirizzo, il numero civico coincideva, fece scorrere lo sguardo sui nomi fissati all’interno degli spazietti del citofono, ecco! EditEmozioni, portò l’indice sul tastino e spinse decisa.
«Chi è?» era una voce femminile, appena sporcata dal suono meccanico del congegno elettronico.
«Sonia Veneruso, sono qui per un colloquio».
«Sì, salga pure. Secondo piano, prima porta a sinistra».
Sonia saliva le scale e pensava solamente ai suoi sogni. Doveva svegliarsi, mostrarsi concreta e risoluta.
Alla porta trovò una signorina che le sorrideva, era la stessa che le aveva risposto al citofono.
«Ciao Sonia, accomodati pure» la sua voce, ora, era più umana e meno meccanica.
Sonia sorrise, varcò l’uscio della porta e vide altri ragazzi ad aspettare. Sembrava di essere entrati in una sala d’attesa di uno studio medico, tanti malati di sogni che attendevano di essere guariti dalla giusta proposta di lavoro.
Sonia si accomodò e aspettò il suo turno, che avrebbe dovuto essere in quel momento come pattuito al telefono, ma agli orari fasulli ci era abituata, aveva una serie di racconti su questo.
Paziente guardò uscire il primo ragazzo, cercò di percepirne l’espressione: era confusa e la cosa la confuse. Entrò un’altra ragazza e quando uscì aveva un’espressione chiara: delusa. Non ebbe il tempo di scandire e analizzare ogni microespressione che sentì chiamare il suo nome.
«Sonia Veneruso».
«Sono io» disse quasi come un atto di autoreferenzialità orgogliosa.
«Prego» disse la segretaria indicandole l’entrata da prendere.
Sonia entrò in quella stanza, la sua attenzione cadde sui due piccoli nani di ceramica laccata situati sulla scrivania enorme di questo editore. Non ne capiva il motivo, ma era da sempre stata ossessionata dai dettagli insignificanti, quelli che nessuno nota. Forse tutti avrebbero notato, come prima cosa, la libreria piena di libri dietro la scrivania e la figura di questo editore, o lui stesso, o l’enorme quadro appeso con colori violenti che rimandavano al fauvismo. Ma no, lei notò i due piccoli nani di ceramica laccata.
«Prego, si accomodi» la mano scarna e rugosa le indicò la seduta.
Sonia eseguì il gentile ordine e tese la sua mano: «Piacere, Sonia».
«Piacere mio, editore Paride Parise».
 “Perché mai uno dovrebbe presentarsi anteponendo al proprio nome e cognome il ruolo che assume in società?” si pose questa domanda, ma subito dopo la lasciò nello spazio delle domande abbandonate, avrebbe risposto un’altra volta, forse, o forse no.
«Allora Sonia, le posso dare del tu?».
 «Sì, certamente».
 «Bene, ti dico un po’ come funziona qui. A noi serve una ragazza che gestisca la parte organizzativa: fatture, pagamenti, appuntamenti, accoglienza. Si viene ogni mattina, dal lunedì al venerdì, alle nove e si va via alle diciannove, alle volte si può fare un po’ più tardi, ma non sempre. La paga è di quattrocentocinquanta euro al mese per i primi tre mesi che saranno di prova. Chiaramente, dopo questi tre mesi qualcosa cambierà».
Sonia, ancora un po’ intontita dalle parole dette in modo veloce e sereno, cercò di risalire la sua montagna di ambizioni da cui era caduta vertiginosamente.
«Mi scusi, mi sta proponendo un lavoro da segretaria, tra l’altro sottopagato?».
 «Più o meno, non proprio. La cifra, dopo i tre mesi di prova, cambierà».
 «Dall’annuncio non si capiva bene».
 «Signorina dagli annunci non si capisce mai bene».
 «Mi scusi, i miei studi non mi portano a questo. Avrei sperato in altro».
A questo punto, l’editore Paride Parise sorrise, ma non era un sorriso benevolo, più un ghigno arcigno. Aprì le mani smuovendo l’aria e con una superficialità sfrontata disse: «Signorina Sonia, mi dispiace ma quello che posso offrirle, per ora, è questo» aveva fatto un passo indietro ed era ritornato alla distanza formale del “lei”.
Sonia si fermò un attimo, portò il suo sguardo sui nani di ceramica laccata, uno dei due aveva una margherita tra le mani, pensò al suo chioschetto di fiori e piante. Risalì la sua montagna di ambizioni e picconata dopo picconata era sulla cima, non le importava più cadere per farsi capire e prese a parlare la sua lingua: «Sa cosa penso? No, forse non lo sa e magari neanche le importa signor editore Paride Parise. Anzi, sono quasi convinta che non le importa, ma voglio dirlo lo stesso.
C’è chi crede che io sia una persona idealista, ed ha ragione di crederlo, chi mi giudica ingenua, forse lo sono. Ma io ci credo davvero ai miei sogni e oggi mi ritrovo a lottare ogni giorno con me stessa, perché non voglio cadere nella stessa convinzione in cui “i tanti” vogliono farmi cadere: ovvero che non c’è spazio per le mie ambizioni. Al contrario, voglio crearmi il mio spazio e progettare la mia fuoriuscita dalla caverna platonica in cui mi trovo ora, a dubitare di ogni cosa, anche di quelle che, fino a qualche anno fa, erano le mie certezze più rassicuranti. Voglio ritornare a credere che la vera “potenza” ce l’ha chi ha qualcosa di bello da comunicare, che venga data voce alla bellezza per azzerare la bruttezza di questo mondo, voglio ricordare le parole di Pier Paolo Pasolini (mio maestro di vita) sui falsi potenti col ghigno malefico, per ritornare a sapere contro chi combattere ed abbattere, con l’arma più utile e produttiva che abbiamo: le parole. Voglio tornare a credere nel mio sogno più grande: scrivere. Levarmi di dosso questa sensazione che mi fa pensare che sia tutto inutile, che scrivere sia un’utopia bellissima, ma che non riuscirò mai a farne il mio lavoro.
Qualche anno fa ero una persona diversa, che amava viaggiare e conoscere nuove culture, ma anche tanto legata alla propria Terra, che non avvertiva solo come una Terra in cui, per caso, si era trovata a nascere, ma come concetto che si faceva cultura e, in qualche modo, astraeva da questa.
Oggi, dopo aver vissuto e assorbito tante altre città, Parigi, Londra, Bruxelles, Praga, Barcellona, Budapest, continuo a pensare di essere nata nel posto più bello del mondo e a sentirmi onorata della storia, dell’arte, della cultura che, da napoletana, mi porto sulle spalle, ma guardo anche all’alternativa, ad una città in cui i miei sogni abbiano valore, in cui si vuole investire nella cultura, dove non si tappa la bocca a chi ha qualcosa da dire, ma lo si invita a parlare.
In questi ultimi anni ho realizzato che non esistono Patrie, il concetto di Patria è qualcosa di decaduto, esiste una sola Patria che è quella che abbiamo dentro di noi e quando ci apparteniamo veramente, quando abbiamo selezionato e assorbito quello che al di fuori ci interessava, siamo liberi di andare ovunque e continuare ad assimilare novità che possano farci persone più grandi e migliori».
Sonia si alzò dalla sua sedia, incrociò gli occhi di quell’editore, che ora le appariva solo come un uomo smarrito, che cercava di muoversi delicatamente in un territorio estraneo. Lo rassicurò: «Lei non c’entra, lei è solo una pedina di un sistema molto più grande. Non ce l’avevo con lei, almeno non credo».
L’editore continuava a cercare risposte che non riusciva ad afferrare.
Sonia lo tolse dall’imbarazzo: «Simpatici i nani di ceramica laccata. Buona giornata!» sorrise e si chiuse la porta alle sue spalle.
Sorrise anche a tutti i ragazzi in sala e riuscì solo a dire: «Buona fortuna!» a voce quasi soffocata.
Sonia scendeva le scale e pensava ai suoi sogni. Forse non sarebbe mai cambiata o forse sì. Sapeva solo una cosa: da domani avrebbe ripreso a mandare curriculum, a sparire tra i fiori del chioschetto, tra i cani di razza delle famiglie aristocratiche e tra i tavoli della pizzeria in centro.
Sarebbe andata via dall’Italia? Sarebbe rimasta?
Non lo sapeva.
Sapeva solo una cosa e se la ripeteva, in terza persona, quasi a creare un distacco da sé per vedersi in modo più nitido: Sonia sognava sogni di libertà.

di Giusy di Nuzzo, all rights reserved 

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