I silenzi di Hannah Arendt

di Simone Pasquini

I silenzi di Hannah Arendt

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I silenzi di Hannah Arendt

di Simone Pasquini
5 minuti di lettura

Tutti, almeno una volta, hanno sentito parlare della filosofa Hannah Arendt, l’autrice de “La banalità del male”. Forse meno persone sono a conoscenza di un’altra sua opera, ugualmente fortunata, dal titolo “Le origini del totalitarismo”, in cui la filosofa tedesca, all’ indomani della seconda guerra mondiale, analizzava quel particolare fenomeno storico, politico e filosofico che prende il nome di “dittatura totalitaria”. In quest’opera la Arendt sostiene l’idea che il fascismo italiano, a differenza dello stalinismo e del nazismo, non potesse essere considerato una forma di dottrina politica a tutti gli effetti, cioè che il fascismo fosse una sorta di dittatura militare molto coreografica, guidata da un Duce tanto ambizioso quanto reazionario. Se anche voi credete che questa affermazione sia fondamentalmente corretta, ragionevole nella sua semplicità, ebbene lasciatevi dire che state prendendo uno degli abbagli più grossi che possiate immaginare. Nelle righe che seguono, non sono interessato a parlare tanto di filosofia o di storia, quanto di riflettere con voi sull’ attualità e sui pericoli della denigrazione dell’avversario.

Ci troviamo oggi in un periodo storico molto delicato: l’attuale congiuntura politica si sta rivelando portatrice di significativi cambiamenti, che sono ormai sotto gli occhi di tutti. Dopo decenni di relativo moderatismo politico (nei toni come nelle idee) si è sostituito un clima che mi sentirei di definire di polarizzazione. Le formazioni politiche ormai “tradizionali” si trovano di fronte alla costante ed inesorabile avanzata di forze che ci ostiniamo a definire populiste, fingendo di non renderci conto che questa definizione non è altro che una comoda etichetta che oramai si sta scollando. La verità è che si stanno affermando e sdoganando opinioni, idee e addirittura princìpi che fino a non molto tempo fa potevano essere a malapena sussurrate. Non si può non riconoscere la quasi totale l’impossibilità di dialogo fra i due storici schieramenti, Destra e Sinistra, in uno sterile e vizioso gioco in cui, per cercare di invertire questa pericolosa tendenza, la seconda accusa la prima di inciviltà ed ignoranza, ed a cui la prima si sente in diritto di rispondere con argomenti altrettanto vuoti. Credo che uno dei problemi fondamentali si ricolleghi alla sempre maggiore difficoltà che le forze democratiche riscontrano nell’ entrare in sintonia con una larga fascia della popolazione, la quale non viene più convinta da quelle che, agli occhi di chi le proferisce, sembrano delle inoppugnabili argomentazioni, ma che troppo spesso si risolvono in una tautologia quasi puerile. Ci venga in aiuto un banale esempio: “il Fascismo è sbagliato perché solo i violenti ed ignoranti sono fascisti”.

Quando Emilio Gentile (uno dei più autorevoli storici del fascismo, allievo del grande Renzo De Felice) negli anni ’70 scrisse una opera fondamentale, “Le origini dell’ideologia fascista”, fu costretto a redigere una significativa introduzione al suo saggio: il motivo per cui si era sentito in dovere di affrontare quel lavoro era l’atteggiamento da sempre dominante fra gli studiosi e gli esperti, soprattutto in Italia, che voleva ostinatamente vedere il fascismo come qualcosa di insignificante dal punto di vista ideologico; anzi, non solo negandone apertamente una struttura filosofica o ideologica, ma individuandone l’anima nel carisma volontaristico del Duce e nelle coreografie di Achille Starace e delle sue Camicie Nere. Ed a cosa dobbiamo questo atteggiamento degli storici, dei giuristi e dei filosofi? All’ elementare meccanismo che sta alla base della denigrazione, in quanto la prima arma per sconfiggere il nemico nella battaglia per le idee è quella del discredito. E’ molto più semplice negare legittimità ed autorevolezza intellettuale ad un regime che interrogarsi sulla verità più scottante, cioè come quello stesso regime abbia fatto a governare indiscusso per più di 20 anni grazie al consenso dello stesso popolo che opprimeva.

Questo meccanismo mi sembra abbia ben più che qualcosa in comune con la presente situazione. Si utilizza il termine “fascista” come si può utilizzare il più generico e sdoganato degli insulti, senza rendersi conto che questo atteggiamento porta solo altra acqua al mulino del proprio avversario. L’unico modo sensato e fruttuoso di affrontare il dibattito contro queste forze retrograde e disgregatrici è quella di accettare il confronto e non invece fare finta che la nostra verità sia evidente di per sé. Partiti di dichiarata fede neo-fascista, dalla più che dubbia costituzionalità, si affermano prepotentemente sulla scena, e, dati alla mano, dimostrano di riuscire a toccare l’animo delle persone. Ma mi rifiuto di credere che la grande massa di questi “nuovi” elettori neo-fascisti sia davvero un popolo in camicia nera, che crede sinceramente nella diversità delle persone come principio naturale, e nell’ obbedienza gerarchica come criterio di organizzazione sociale. Stiamo scontando, se vogliamo, la grande forza dell’ideologia (di nuovo lei), cioè di quell’insieme di principi, idee e fede politica che fornisce un modello di interpretazione della realtà coerente e completo. Da un lato, queste forze si richiamano all’esperienza storica del fascismo, cercando l’autorevolezza del Fascio nella rievocazione della simbologia, del linguaggio e delle idee fondamentali; dall’altro, offrono questi principi non ancora sepolti alla massa di persone disilluse che cercano disperatamente, come tutti noi, di dare significato alla realtà estremamente complessa in cui viviamo. Di conseguenza, l’unico modo efficace di combattere questa battaglia è quella di utilizzare le armi più potenti della democrazia, il libero pensiero e il ragionamento (che solo in democrazia possono fiorire), per smontare le loro argomentazioni e i loro deleteri principi pezzo dopo pezzo. Ma, ovviamente, questo sarebbe impossibile senza lo studio della storia e della filosofia. La prima ci permette di conoscere i fatti, la seconda ci da gli strumenti per interpretarli. Non è un caso che un Paese digiuno di queste due discipline cada vittima del più odioso degli inganni, ovvero l’uso politico della storia. E ciò che più conta è non tirarsi mai indietro di fronte alla sfida intellettuale, mai negare il confronto delle idee, che sono sempre occasione di grande crescita individuale. Se siamo i primi ad avere paura di esercitare le armi della democrazia, come possiamo pretendere di convincere gli altri per salvarla?

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