Halleluja

di Fabrizio Lucati

Halleluja

di Fabrizio Lucati

Halleluja

di Fabrizio Lucati
11 minuti di lettura

Hallelujah

Seduto su di uno sgabello al bancone di un pub. Da quanto tempo ero là? Non saprei nemmeno dire come ci fossi arrivato seduto davanti a quel bancone. Nella mia mano un bicchiere con un ultimo sorso di birra chiara. Mando giù. Dall’altra parte del bancone Matteo, mio omonimo barbuto compagno di scuola. Mi allunga un’altra birra.

– Come sono arrivato qua?-

– Sei entrato dalla porta.-

Il posto mi piace, mi sono sempre piaciuti i pub all’irlandese. Tanto legno, luce soffusa, strumenti musicali alle pareti, riproduzioni d’armi. Poi bella musica in filo diffusione. E’ Jeff Buckley e la sua Halleluja, a passare nelle casse. Infine l’odore, gli odori: birra, cibo, persone e tabacco.

– Grazie, è ovvio che sia passato da una porta, ma da quanto sono qui?-

– Hai bevuto prima di venire?-

– No, non mi pare almeno.-

– Non lo so Matteo, ero lì a spillare pinte, mi sono girato ed eri qui seduto sorridente e aspettavi una birra, come un cagnolino con un osso.-

– Beh sì, sembra una cosa da me.-

– Come va bello, che racconti?-

– Bene dai, piccole rogne quotidiane-.

– Donne?-

– Magari fossero solo quelli, i miei problemi, no, sono altri. Pure quelli neanche troppo grandi, ma sai quelle rogne piccole, fastidiose, come schegge o meglio come ferite sotto al palato, che guarirebbero subito se non stuzzicassi con la lingua, quel tipo di cose che servono solo a dar fastidio. Dei grandi problemi chi se ne frega, quelli ci sono, ci s’impara a convivere, ma i problemi piccoli mi mandano ai matti. –

– Tipo? –

– Tipo che ne so, gente idiota a lavoro, celebrolesi. Litigi famigliari. Oppure casini causati da gente che ti sta vicina, un coinquilino che se ne va e devi cercarne un altro e la casa cade a pezzi, ma tu devi farla vedere e organizzi appuntamenti nascondendo i difetti.

– Hai provato a fare che ne so, delle riparazioni?-

– Sempre questa risposta facile date!-

– Beh vedila in maniera positiva, potresti non avere una famiglia, non avere un lavoro. Quelle persone là, per esempio, non le conosceresti proprio. –

Fabrizio indica un tavolo, come lo stolto fisso prima il suo dito. In fondo alla sala del pub, seduto a un tavolo, un gruppo di persone dall’aria allegra. Le conosco tutte quelle persone lì sedute, una per una. Come cazzo faceva a saperlo quel bastardo barbuto, soprattutto, come facevano a conoscersi tra di loro? Tre li avevo conosciuti estati fa, quando passai la stagione a fare l’animatore turistico; altri ragazzi hanno lavorato con me per due orribili anni in quel maledetto fast-food; poi, infine, gente dell’ufficio dove lavoro tuttora. Tutti insieme a bere ridere e scherzare.

– E non ti hanno invitato?-

– Come?-

– Non mi pare tu sia con loro.-

– Beh, avevo da fare.-

– Non sai nemmeno come sei arrivato qua!-

Bastardo di un barbone. Aveva ragione, probabilmente avevo deciso di andare al suo nuovo pub perché ero senza far niente, di sicuro non ero stato invitato a quel tavolo. Che ci facevano tutti insieme? Come avevano fatto a incontrarsi ed a organizzarsi per una bevuta, persone che in comune hanno solo l’aver lavorato con me. Perché non ero stato invitato? Come se quella sensazione fissa nei miei pensieri, quella sensazione ricorrente di non lasciare niente alle persone, di non essere niente per quelli che incontro, quelli che frequento, quelli con cui lavoro, si fosse materializzata in quella tavolata.

– Che ne pensi?-

– Di cosa?-

– Del fatto che conosci tutte quelle persone, che ridono e scherzano insieme e te sei qui, solo al bancone a parlare con il barista.-

– Ci pensavo proprio adesso.-

– Beh era ovvio!-

– Ah si? Così ovvio? Pensavo che questa non è altro che la materializzazione di una mia grande paura.-

– Si era ovvio; e quale paura?-

– Ovvero che le persone con cui ho a che fare non prendano niente da me.-

– Eh?-

– Sai quando incontri qualcuno che ti lascia qualcosa, che ti aiuta in qualcosa, impari qualcosa da lui? Beh ho sempre l’impressione che io non lo sia mai stato per nessuno.-

– Wow… tutto questo da un gruppo di persone che beve birra? Tu sì che ti fai pippe mentali!-

– Il giusto dai… –

– Probabilmente ti hanno invitato in passato e hai dato buca. –

– Non a tutti loro, anzi spesso mi hanno dato buca loro! –

Tutti tentiamo di socializzare. Nel mio tentativo di piacergli cercavo di organizzare uscite cui non partecipava mai nessuno. Cosa che ha alimentato la paura di cui sopra, ma come diceva prima Matteo, mi sono sempre fatto tante pippe mentali e probabilmente me le facevo ancora.

Ritorno alla birra. Tre quarti della seconda pinta, Buckley intonava ancora la sua canzone. Non pensiamoci troppo, smettiamo di fare brutti pensieri. Mi distraggo.

Questo pub è strano. Stretto e lungo, infinito. Sia a destra che a sinistra non riesco a vedere la fine. La luce bassa, tipica di questi posti, non aiuta. Sembra di stare sull’unico vagone di un treno lunghissimo. Qui poi le cose si fanno ancora più strane. Un piccolo tavolo, tondo, con tre ragazze sedute che sorseggiano cocktail. Riconosco subito Francesca. Di fronte a una ragazza dai lunghi capelli neri, la terza, di profilo rispetto a me è Emma. Se è stato strano vedere una compilation di miei colleghi di lavoro, passati e presenti, vedere ad un tavolo i tre più grandi pali amorosi è un vero e proprio incubo. Chiacchierano. Lì, a pochi metri da me, sedute al tavolo chiacchierano. Pagherei qualsiasi cifra per sapere di cosa. Tre donne, desiderate e inseguite, tre sconfitte clamorose. Non mi piaceva. Le pippe mentali, messe a tacere pochi minuti fa, ripresero all’impazzata. Immaginavo discorsi di derisione nei miei riguardi, poi peggio, discorsi su uomini migliori di me che non avevano rifiutato.

– Ahó, prima hai detto donne no, ma è una mezz’ora buona che fissi quelle tre e non hai lo sguardo di uno che vuole rimorchiare.-

– Quelle tre non ci sentono da quell’orecchio. Almeno non con me.-

– Ahia… che seratina che hai scelto per venirmi a trovare eh? Prima amici che non ti cagano, poi donne che non ti cagano, se aspetti bene ti ritrovi pure i tuoi genitori!-

– Ma vaffanculo va! E poi che cazzo! Possibile che in questo locale gira solo halleluja di Buckley?-

– Non cambiare discorso.-

– Non hai clienti a cui badare?-

– C’è poca gente, a parte i tuoi amici e amiche. Dimmi un po’, mi sono sempre piaciute le storie di fallimenti.-

Raccontai, raccontai di tutte e tre. Esperienze diverse dalla medesima fine. Riassumibili nel verso “Her beauty and the moonlight overthrough you”, di quella maledetta e magnifica canzone. Quelle parole spiegavano perfettamente quello che era successo, sopraffatto dalla loro bellezza e non parlo solo dei loro fisici e dei loro visi, ma di loro per come sono, avevo mandato tutto a puttane.

– Mo’, ho ascoltato senza volere, ma non mi farei troppi problemi.-

Fabrizio comparve alla mia destra. Anche lui era di Latina e, come Matteo, veniva con me alle superiori. Molto simili io e lui, anche nell’aspetto, lui scriveva, di che non l’ho mai capito.

– Da quanto cazzo è che sei qua? –

– Fabrizio viene ogni sera. –

Intervenne Matteo, il barista, andando lasciandosi per servire dei nuovi clienti.

– No, nel senso, da quanto cazzo è che sei qua vicino a me? –

– Da quando hai iniziato a piagnucolare per quelle tre ragazze. –

– Grazie-

– Prego-

– E dimmi, saggio dei miei coglioni, perché non dovrei farmi troppi problemi?-

– Qualsiasi tipo di fallimento, in questo caso specifico i tuoi fallimenti con le donne, ti ha insegnato qualcosa, probabilmente che sei un idiota lamentoso.-

– Vaffanculo. –

– Che signore! Vedi, non devi pensare a loro come a qualcosa che hai perso e basta. Primo perché non si sa mai nella vita; secondo perché non hai solo perso qualcosa, hai guadagnato! Cioè sicuramente avrai fatto degli errori con loro. Rielabora e cerca di capire che cazzate hai fatto e non farle più. Ecco perché trovo stupida e controproducente l’invidia retroattiva in una coppia, cioè quando si ha una relazione, si dovrebbe andare a ringraziare i vari ex, perché è grazie a loro, se si sta bene con l’attuale compagna, sono gli errori che si fanno con gli ex a rendere piacevoli le nostre relazioni, capito? Una sana relazione, si basa sugli errori fatti con altri! –

– Madonna che discorso del cazzo! La tua ragazza che ne pensa? –

– Io sono single. –

– Sei single? E le tue relazioni quanto durano?

– Mediamente… poco più di una due/tre mesi. –

– Quindi io dovrei starmene qui ad ascoltare i tuoi consigli? –

– Tesoro, come dico sempre: Fa quello che dico io, non quello che faccio io! –

– Uh. –

– Figa come risposta eh? –

– Senti, filosofo. Hai ascoltato anche la faccenda dei suoi colleghi? –

– Che colleghi? –

– Quel tavolo laggiù, a quanto pare sono tutti colleghi ex e no, usciti insieme senza dirmi niente.

– Davvero?

– Si

– Cristo santo! Che culo a venire qui stasera eh?

– Vaffanculo. –

– La smetti di mandarmici? –

– No. –

– Ex e no eh? Aspetta qua…-

Fabrizio lascia lo sgabello alla mia sinistra. Prende il bicchiere, stessa birra stesso livello, sul bancone e va verso il loro tavolo. Fa il giro, osserva bevendo, lo supera e va dritto verso il bersaglio delle freccette. Cancella il punteggio della partita precedente, stacca le freccette posa la birra e si gira verso di me.

– MATTEO! Vieni a farti una partita dai! –

Maledetto bastardo! Al tavolo non si scompone nessuno. Allora mi alzo. Vado verso di loro, mi ci vuole tantissimo, mi sembra di muovermi al rallentatore. Il mio sguardo si incrocia con qualcuno ma non mi riconosce nessuno.

– Non ti ha riconosciuto nessuno? –

– Non mi ha riconosciuto nessuno. –

– E ti dispiace? –

– Un po’-

– E scommetto se vai dalle ragazze succede la stessa cosa. –

– Perché? –

– Non l’hai capito eh? –

– No. –

– Sti cazzi! Ecco la risposta! Secondo te loro si fanno i problemi che ti fai te? Secondo te loro si preoccupano che tu sia qui?

– Pare di no. –

– Già. E sai perché? Perché non si fanno i problemi che ti fai te. Smetti di farti problemi e divertiti un po’ cazzo! Guarda loro, i tuoi colleghi. O meglio, guarda le tre ragazze. Secondo te pensano mai a te? –

– Un pochino? –

– Ma manco un decimo! Comunque hai buon gusto Matteo caro, ti dispiace se ci provo io con una delle tre?

– Sei una merda! –

E se ne va, scola mezza pinta, si mette la giacca e via, avvolto da una nebbia di fumo di sigarette.

Finisco anch’io la birra. Ripenso alle parole di Fabrizio. Mentre mi rimetto il cappotto mi guardo ancora intorno. Dopo colleghi trattati distrattamente e vecchie delusioni amorose, seduti in fondo attorno ad un piccolo tavolo vedo i miei genitori. Papà con un whiskey e mamma con un amaro, una scena che non vedevo da oramai troppo tempo. Li guardai per un bel po’. Probabilmente una volta si erano amati, una volta erano felici, innamorati, adesso erano due estranei. Mi mise tristezza la cosa, per un secondo provai anche a dare a loro la colpa per i miei fallimenti, fallimenti nelle amicizie e in capo amoroso, ma non avevo nessuno con cui condividere. Fabrizio era andato via e Matteo stava lavorando, la verità che in certi casi si è soli o meglio, sono io. Io avevo fallito con i colleghi, io avevo fallito con le ragazze. Fabrizio aveva ragione, bisogna imparare, evolversi ma soprattutto bisogna sapere quando fregarsene.

Fuori al freddo, mi accendo una sigaretta e vado verso la moto. Tolgo l’antifurto, la moto esplode. Vengo abbagliato dallo scoppio. Non sono più fuori al pub. La carta da parati è una orrenda inconfondibile certezza. I ribelli hanno appena distrutto la nuova morte nera. La poltrona dondola e scricchiola al mio tentativo di alzarmi. Vado in bagno a lavarmi la faccia, ripenso al sogno. Ripenso a quello che, almeno penso, il mio cervello ha voluto (dirmi?). Rientro in camera, immagini di festeggiamenti sullo schermo. Spengo.

di Fabrizio Lucati All rights reserved

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