La mossa di Putin
e le ragioni storiche

Guerra in Ucraina, le ragioni storiche

Ucraina, “non è un Paese confinante, ma fa parte della nostra storia e della nostra cultura”

di Simone Pasquini

La mossa di Putin
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Guerra Ucraina - Putin

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Ucraina, “non è un Paese confinante, ma fa parte della nostra storia e della nostra cultura”

di Simone Pasquini
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Dopo settimane di attesa alle porte della Repubblica Ucraina, nel corso della giornata di ieri le truppe russe hanno varcato i confini con l’intenzione di realizzare ciò che l’intelligence statunitense aveva già pronosticato con precisione. In queste ore i blindati della Federazione russa, dopo una sapiente ondata di bombardamenti strategici diretti alle principali infrastrutture militari del Paese, sono riusciti a sfondare le linee ucraine in più punti: avanzando su tre lati, le truppe russe avanzano verso la linea naturale formata dal fiume Dnepr, minacciando ormai la stessa capitale Kiev.

Il discorso del Presidente Zelensky (Fonte repubblica.it)

Si trattava di un esito scontato? Forse. Ma, sicuramente, il discorso alla nazione pronunciato dal Presidente Putin tre giorni fa – in seguito al quale è stato formalizzato il riconoscimento delle due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk da parte della Russia – aveva convinto la maggior parte degli osservatori che la crisi ucraina stava imboccando una strada drammatica.

Nel corso del comunicato, infatti, Putin ha esposto (in maniera non propriamente sintetica) le ragioni non solo politiche, ma anche e soprattutto storiche, delle misure che con ogni probabilità aveva già deciso nei giorni scorsi di intraprendere. Un discorso che, in sostanza, negava all’Ucraina una sua legittimità come Stato indipendente, sostenendo che essa “… non è un Paese confinante, ma fa parte della nostra storia e della nostra cultura”. Nel suo fluviale discorso Putin, nel tentativo di fornire una giustificazione storico-politica delle sue azioni, ha sostanzialmente rievocato oltre due secoli di rapporti fra i due stati.

Il territorio su cui insiste la moderna repubblica ucraina ha visto nel corso dei secoli passare di mano più e più volte. Fra il XVII ed il XVIII secolo il territorio fu conteso fra l’Impero Ottomano, un avversario delle potenze cristiane in declino ma pur sempre agguerrito, la Confederazione polacco-lituana (strano animale istituzionale, che per sua sfortuna non sopravviverà all’emergere del modello di Stato-nazione) e l’Impero russo.

Quest’ultimo, sotto la guida della nuova dinastia dei Romanov, aveva avviato negli ultimi decenni un importante progetto di espansione verso sud e verso est, permettendo agli zar di poter avere finalmente accesso al Mar Nero, e dunque al Mediterraneo. Prima Pietro il Grande (il quale ottenne anche il titolo di Gran Principe di Kiev) e poi la famosa zarina Caterina, la quale, nel 1783, riuscirà ad annettere all’impero la Crimea, fino a quel momento governata da un sultanato vassallo dell’Impero Ottomano.

Queste molteplici anime della regione ad est dei Carpazi sono testimoniate ancora oggi dall’architettura e dalle stesse caratteristiche della popolazione. Ad ovest abbiamo una città come Leopoli (Lvov in polacco), a lungo dominata da Varsavia, poi successivamente caduta sotto il dominio Austroungarico, tutt’oggi popolata in gran parte da una popolazione cattolica.

Più a sud, sul Mar Nero, abbiamo la città di Odessa, centro culturale e mercantile di grandissimo rilievo, da sempre famosa per il suo clima mite e per la sua architettura, che un osservatore straniero potrebbe facilmente confondere per una città mitteleuropea. E poi abbiamo la Crimea e le regioni estremo-orientali del Paese, la cui importanza economica e strategica ha prodotto nel corso dei secoli successivi una sempre maggiore immigrazione russa in quelle regioni.

Ma è nel periodo sovietico che dobbiamo cercare le radici profonde della crisi attuale. Nel corso del suo discorso Putin ha fatto riferimento a Lenin, accusandolo di essere stato lui la causa della creazione dell’Ucraina come la conosciamo. L’instaurazione del regime sovietico, in un primo momento, costituì in effetti una significativa occasione di riscatto per le nazionalità dell’impero russo, fino a quel momento oppresse dal giogo dell’autocrazia imperiale.

Ma in realtà, se è vero che Lenin ed i primi bolscevichi si mossero nella direzione di una maggiore rappresentatività delle minoranze (sancita fin dalla prima Costituzione sovietica del 1918), il progetto di una “Russia delle nazionalità” non sopravvisse di molto alla scomparsa del famoso leader bolscevico.

In particolare, le enormi potenzialità agricole e minerarie dell’Ucraina la resero un perno della politica di industrializzazione forzata della Russia intrapresa da Stalin: il “georgiano di ferro” aveva bisogno del grano ucraino da poter vendere sul mercato estero ed ottenere così liquidità, ed aveva bisogno del carbone delle miniere del Donbass per le industrie che si stavano costruendo in tutta l’Unione Sovietica.

Questa centralità rese ancora più spietata la repressione del dissenso in quelle regioni: la resistenza in particolare al processo di collettivizzazione forzata delle terre nel corso degli anni ’30 portò a quella terribile tragedia ricordata in Ucraina con il termine Holodomor (più o meno traducibile come “Grande Fame”), ovvero la grande carestia che causò all’Ucraina milioni e milioni di morti.

Ovviamente Putin ha omesso di fare riferimento a questo particolare evento, che peraltro costituisce in Russia un tabù politico e storiografico, ma che ancora oggi rappresenta uno dei principali motivi di rancore ed ostilità fra i due popoli. Rancore che non si è andato attenuando nel corso dei decenni successivi, proprio a causa della costante predominanza della nazionalità russa all’interno dell’Unione Sovietica, tratto caratteristico della sua organizzazione politica ed istituzionale fino alla deflagrazione del problema delle nazionalità a cavallo fra gli anni ’80 e ’90.

Gli anni successivi alla dissoluzione dell’URSS hanno comportato una lunga e difficile convivenza fra le due entità, sebbene la terribile situazione politica e, soprattutto, economica in cui versava la nuova Federazione Russa ha per così dire salvaguardato l’Ucraina da possibili escalation.

Non che non si siano presentati nel corso del tempo situazioni di tensione, ma per molto tempo la rinuncia da parte della Repubblica ucraina delle testate nucleari ex-sovietiche presenti sul suo territorio in cambio di un riconoscimento ufficiale della propria integrità territoriale da parte di Mosca sembrò poter effettivamente garantire da Kiev da colpi di mano russi.

Speranze amaramente infrante nel 2014, anno in cui Putin decise di scatenare il conflitto per annettere il territorio della Crimea, che Krusciov aveva ceduto alla Repubblica Socialista Ucraina negli anni ’50 ma che la maggioranza russofona della regione aveva sempre osteggiato. Le scuse furono le stesse che vengono in queste ore insistentemente ripetute dalla propaganda russa: il tentativo da parte delle autorità ucraine di realizzare un genocidio culturale ai danni della popolazione russa. Affermazioni che sono state sempre accolte con fondato scetticismo da parte dell’opinione pubblica mondiale.

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