Ucraina, la riconquista di Kherson

Guerra in Ucraina: la riconquista di Kherson

Uno dei più grandi insuccessi militari russi dall’inizio del conflitto

di Simone Pasquini

Ucraina, la riconquista di Kherson

Guerra in Ucraina: la riconquista di Kherson

Guerra in Ucraina: la riconquista di Kherson

di Simone Pasquini

Ucraina, la riconquista di Kherson

Guerra in Ucraina: la riconquista di Kherson

Uno dei più grandi insuccessi militari russi dall’inizio del conflitto

di Simone Pasquini
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Guerra in Ucraina: ultimi aggiornamenti.

Nelle ultime ore a Kiev ed in tutto il resto dell’Ucraina sono in corso grandi festeggiamenti per quella che appare uno dei più grandi insuccessi militari russi dall’inizio del conflitto. La perdita di Kherson non rappresenta solo l’ennesimo segnale della debolezza, ormai chiaramente strutturale, delle truppe di Mosca, ma costituisce soprattutto uno smacco politico notevole per la propaganda di Putin. Al punto che, in Russia, al silenzio istituzionale dello stesso Presidente su questa questione ha fatto da contraltare un coro di voci critiche proveniente dall’ala più oltranzista della politica russa.

La città di Kherson, sita sulla sponda occidentale del fiume Dnepr, a pochi chilometri dalle coste del Mar Nero, fu uno dei primi, importanti obiettivi occupati dalle forze russe nei primi giorni successivi allo scoppio del conflitto, lo scorso febbraio.

A suo tempo, quando ancora le deficienze dell’apparato militare russo dovevano ancora rivelarsi con chiarezza, sembrava quasi certo che la città sarebbe stata utilizzate come base avanzata per condurre le operazioni di conquista della ben più importante città costiera di Odessa.

Al contrario, le grandi difficoltà affrontate dalla truppe del Cremlino nel settore meridionale, unite alla conseguente perdita di terreno di fronte alla lenta ma costante riconquista ucraina negli ultimi due mesi, avevano reso Kherson una città al fronte, l’unica testa di ponte russa ad ovest del corso del fiume.

Fra tutte le ragioni che si stanno in queste ore avanzando sulla decisione di abbandonare la città sicuramente quelle militari ricoprono un ruolo importante. I rifornimenti provenienti dalla Crimea potevano raggiungere le truppe in città solo attraverso i ponti sul fiume, costantemente tenuti sotto tiro dall’aviazione e dall’artiglieria ucraina.

Inoltre, quando non si hanno le forze necessarie per attaccare, la cosiddetta “testa di ponte” cessa di essere una risorsa strategica da sfruttare – un trampolino di lancio per la propria offensiva – e si tramuta in una fortezza da difendere. Un fortezza in cui si rischia di essere assediati e presi in trappola.

E per il Cremlino, che sta da molti mesi scontando una drammatica scarsità di uomini su tutti i fronti, la prospettiva di vedere isolati in città i circa 30.000 soldati lì schierati deve essere apparsa come estremamente preoccupante.

Si mormora, infatti, di come lo Stato Maggiore russo avesse già a fine settembre fatto presente a Putin che voler mantenere il controllo della città, in termini militari, costituiva un inutile e pericoloso dispendio di risorse senza la prospettiva di alcun vantaggio concreto. I famosi riservisti mobilitati da Putin, infatti, devono ancora terminare l’addestramento base prima di essere inviati al fronte, e gli esperti ritengono che quelle truppe non potranno essere utilizzate efficacemente prima del 2023.

Ma se la ragione militare consigliava già da tempo la misura del ritiro, le conseguenze politiche di una simile decisione stanno già avendo un peso notevole sull’opinione pubblica. Appena quaranta giorni fa il territorio di Kherson era stato annesso formalmente alla Federazione russa, accompagnato dalla fiera affermazione che “la Russia è lì per sempre”.

Poco più di un mese dopo, quattro dei sette ponti cittadini sul fiume Dnepr vengono fatti saltare in aria dietro le ultime colonne dei soldati in ritirata. Personalità politiche e militari vicine all’establishment putiniano hanno pubblicamente difeso la decisione – qualcuno ha perfino citato l’abbandono di Mosca nel 1812, tattica dolorosa ma che portò alla fine l’Impero russo alla vittoria su Napoleone – ma dagli ambienti più oltranziste sono piovute critiche feroci.

Perfino sui profili social del filosofo ultranazionalista Alexander Dugin, noto sostenitore delle politiche putiniane, pare sia apparso un post molto duro e diretto direttamente al Presidente, poi subito rimosso.

E’ innegabile che la propaganda russa dovrà faticare non poco per rendere digeribile questa notizia e le sue implicazioni alla propria opinione pubblica, la quale non si sa bene fino a che punto sia consapevole delle perdite finora subite (fonti americane parlano di circa 100.000 fra morti e feriti dall’inizio del conflitto) ed i cui figli, fratelli e mariti coscritti sono già sulla strada dei campi di addestramento.

Si sta anche avanzando l’ipotesi che la decisione di abbandonare la città sia stata anche sostenuta da una logica diplomatica, ovvero dimostrare la disposizione e la buona fede del Cremlino per tornare al tavolo delle trattative. Da molte settimane, infatti, nelle sedi più disparate, portavoce o membri del governo russo sembrano mostrare timidi segnali di disposizione ad una ripresa delle trattative per una soluzione negoziata del conflitto. Ovviamente, potrebbe sempre trattarsi di una tattica dilatoria che Mosca spera di attuare in una congiuntura politico-militare particolarmente difficile.

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