Il ruolo del reporter di guerra

Guerra in Ucraina: il ruolo sottovalutato
del reporter di guerra

Il caso della reporter Francesca Mannocchi

di Flaminia Camilletti

Il ruolo del reporter di guerra

Guerra in Ucraina: il ruolo sottovalutato
del reporter di guerra

Guerra in Ucraina: il ruolo sottovalutato
del reporter di guerra

di Flaminia Camilletti

Il ruolo del reporter di guerra

Guerra in Ucraina: il ruolo sottovalutato
del reporter di guerra

Il caso della reporter Francesca Mannocchi

di Flaminia Camilletti
3 minuti di lettura

Peggio della guerra esiste solo la speculazione che ne deriva. Anche i social fanno la loro parte e come in ogni dibattito che monta, l’esercito dei leoni da tastiera diventa sempre più folto e aggressivo.
Questa volta a finire nel ciclone delle polemiche sono proprio le persone che vivono in prima linea, i giornalisti che sono in Ucraina e che dal fronte raccontano le bombe di Kiev e le atrocità della guerra.

È il caso di Francesca Mannocchi, reporter di guerra famosa per aver già raccontato l’Afghanistan, l’Iraq e il Libano, ma non solo. Si trova da qualche giorno in Ucraina, da prima che scoppiasse la guerra e ora e lì per raccontarla tramite i suoi reportage pubblicati da La Stampa e con i collegamenti video per i programmi La7.

L’odio social si è scatenato verso di lei perché in una delle prime dirette tv indossava l’elmetto che viene dato in dotazione a tutti i giornalisti che si trovano sul campo assieme al giubbotto antiproiettile con su scritto PRESS. Mentre raccontava cosa succede lì sul campo, alle sue spalle sono passate alcune persone con le buste della spesa. Generi alimentari che forse gli abitanti si sono affrettate a comprare per non rimanere sfornite di cibo e acqua.

L’ilarità dei social si è scatenata: “I media italiani raccontano la guerra in Donbass. L’inviata Mannocchi con elmetto mentre le signore anziane passeggiano e fanno tranquillamente la spesa.” O ancora: “Brava la Mannocchi che oggi con l’elmetto sfidava la casalinga che tornava a casa col sacchetto della spesa dietro di lei”. Attacchi che sono arrivati anche da colleghi o presunti tali, elemento che li rende ancora più odiosi.
Francesca Mannocchi è una reporter di guerra, ha un bambino piccolo. Pochi anni fa ha scoperto di avere una malattia neurodegenerativa.

Questo non le ha impedito di essere ancora una volta in prima linea, lì, sul fronte, a rischiare la sua vita per documentare la storia per noi. Un po’ di rispetto.
In queste ore si riempiono i salotti, si moltiplicano gli esperti di guerra con le poltrone ancora calde appena lasciate dai virologi. I social ovviamente amplificano tutto.

La guerra non si può raccontare solo via Instagram, sennò si rischia che poi vale tutto e ci si improvvisa reporter senza avere nessuna esperienza. Alla fine, l’unica cosa che conta in tempi di guerra è la testimonianza di chi è lì. Le storie di chi scappa di chi combatte. Insieme alla Mannocchi molti altri si trovano sul campo. Fausto Biloslavo, Nello Scavo, Mattia Bagnoli, Andrea Nicastro. Nico Piro e Gian Micalessin in Russia. Decine di altri, impossibile citarli tutti, che spesso nei collegamenti vengono sopraffatti dagli ospiti in studio che pretendono di raccontare una realtà diversa. Si dibatte da anni sulla morte del giornalismo: quello vero non è morto

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