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Il bronzo è lo specchio del volto, il vino quello della mente.

Eschilo (525 a.C. – 456 a.C.)

 

Immaginate di essere seduti sulle scalinate del Teatro di Epidauro, avvolti da uno dei silenzi più fragorosi che abbiate mai udito. Qui degustate un bicchiere di vino dell’antica Grecia, e riflettete…con lo sguardo che inevitabilmente si posa sulla Coppa, non potreste che iniziare il vostro flusso di coscienza dal contenuto: cosa bevevano davvero i Greci antichi?

Nell’Antica Grecia erano frequenti e diverse le occasioni per organizzare un banchetto, e tutte prevedevano come momento culminante il Simposio (che letteralmente significa proprio “bere insieme”; [syn] insieme [posis] bevanda), destinato alla degustazione dei vini prescritti dal Simposiarca – il maestro delle cerimonie, che regolava l’andamento del banchetto  – al canto o alla recita dei carmi conviviali e ad intrattenimenti vari.

Prima dell’inizio di un simposio, veniva designato, generalmente per sorteggio, colui che avrebbe deciso la miscela di vino e acqua da preparare ed il quantitativo di coppe che sarebbe stato consentito bere a ciascun invitato. Comunemente la miscela “classica” era composta da due parti di vino e cinque di acqua, ma una variante poteva essere una parte di vino e tre di acqua; per quanto riguarda il numero delle coppe (salvo si trattasse di Coppe di Pitagora!), si riteneva che la quantità giusta per i bevitori “assennati” fosse di tre coppe al massimo.

Nel corso del convivio il vino non veniva bevuto puro, ma era mescolato con acqua, che ne attenuava il gusto robusto e ne riduceva la gradazione. L’invecchiamento del vino, all’epoca, veniva infatti effettuato all’interno di recipienti in cuoio o creta che gli conferivano tale sapore forte e amaro. La miscela con acqua diveniva quindi, oltre ad un’esigenza derivante dalla necessità di usufruire di un ingrediente per rendere più gradevole e delicato il vino, anche una questione di etica e di buona norma e costume, stante la condivisa credenza che bere vino puro conducesse alla follia. Il vino, dunque, non veniva mai consumato puro, in quanto si credeva che provocasse effetti indesiderati e negativi (come avviene a Polifemo, che crolla stordito dall’alcol datogli da Ulisse nella grotta, prima della fuga di quest’ultimo), o conducesse a comportamenti considerati barbari.

Al consumo del vino, oltre ai banchetti, erano anche legati i momenti di maggiore comunanza all’interno delle poleis greche. Le principali famiglie cittadine, infatti, si riunivano all’interno di una sala nel simposio i cui partecipanti mangiavano e bevevano sdraiati sui triclini. Questi simposi non avevano solamente una funzione conviviale – come i banchetti – ma anche un valore sociale, perché consentivano a persone appartenenti al medesimo ceto sociale di riunirsi e discutere di temi politici e di scambiarsi le proprie opinioni. Nel corso di queste tipologie di simposio diversi poeti e cantori si alternavano nel musicare e decantare la storia comune delle differenti famiglie, rafforzando il senso di appartenenza dei diversi membri della comunità.

Queste “bevute comuni” (riservate agli uomini e proibiti alle donne libere; le uniche donne ammesse erano ballerine, suonatrici di flauto o cortigiane) però, come è facile immaginare se si pensa al valore ancora modernissimo della liturgia, avevano anche un significato religioso. Nel corso del simposio infatti le persone “inebriate” entravano in contatto con la divinità, sfruttando le qualità liberatrici del vino.

Nella quotidianità, al di fuori dei simposi, il vino era comunemente consumato, seppur in maniera più moderata. Nell’Odissea Omero ci fornisce alcuni dettagli utili per comprendere le abitudini alimentari dei greci di quell’epoca. Sappiamo infatti che durante tutto l’arco della giornata i pasti erano tre:

–  Ariston, consumato di primo mattino dove erano presenti sulla tavola pane e vino

–  Deiphon, che corrisponde al moderno pranzo

–  Dorpon, che rappresenta l’attuale cena

Il vino nell’Antica Grecia, inoltre, aveva un significato profondo, e condivideva le proprie origini e radici con l’essenza stessa dell’Essere Ellenico. Essere come individuo, e parte della società greca, quindi “incivilito”, ma Essere anche come appartenenza, come legame atavico tra l’Uomo e il Mito, strumento che ha reso Immortale questa grande civiltà.

Ed è infatti nella Mitologia greca che il vino gioca un ruolo importante, ne è presenza permanente, talvolta strumento per fini umani o divini. Ma questo lo scopriremo nella prossima Storia della Divi(g)na Commedia, dove andremo a tracciare il significato del vino tra Poemi, Filosofia, Cosmo e Tempo, con Omero, come sempre, a farci da guida.

di Fabrizio Spaolonzi, all rights reserved

 

Grecia e Vino, un simposio dionisiaco tra terreno e divino 1/2 ultima modifica: 2018-02-02T12:13:36+00:00 da Fabrizio Spaolonzi

A proposito dell'autore

Under 30 - così non devo aggiornare questo profilo per un pò di anni - torinese, un pò veneto, un pò lombardo, con trascorsi esteri e fortemente romani. Ho studiato diritto ed economia, per ritrovarmi a scienze politiche prima di lavorare in finanza. La vita? È un fiume in piena, bisogna saper remare bene, mai perdere pazienza e speranza e sapersi rialzare quando si cade. E proseguire. Obiettivi? Tanti. Ambizioso? Certo, ma non arrivista. E, sì, c'è una sostanziale differenza. Sono un Freak? Non lo so, ma certamente a modo mio, come tutti, non posso giudicarmi normale. Tutti mi chiedono di descrivermi in tre parole, ma io preferisco dire cosa non sono, a volte suona più chiaro! Non sono: monotono, tedioso, borioso, quotidiano, grigio, tetro, troppo serio. (Alto). Scrivo di vino perchè mi piace. Sì, mi piace scrivere; sì, mi piace il vino. Degusto la vita come degusto il vino, imparando a poco a poco.

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