Golfo Persico nel mirino: dopo le sanzioni, tra provocazioni e pericolose alleanze, il conflitto è sempre più vicino

di Lilith

Golfo Persico nel mirino: dopo le sanzioni, tra provocazioni e pericolose alleanze, il conflitto è sempre più vicino

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Golfo Persico nel mirino: dopo le sanzioni, tra provocazioni e pericolose alleanze, il conflitto è sempre più vicino

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Il rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha rivelato a novembre che il regime di Teheran  procede senza sosta verso l’acquisizione della tecnologia necessaria a costruire un’arma nucleare. Per tutta risposta la comunità  internazionale – soprattutto Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada – ha disegnato un nuovo pacchetto di sanzioni economiche. Verso fine dicembre gli Usa sono nuovamente tornati all’attacco, invitando i paesi europei a congelare qualsiasi attività  che abbia a che fare con la Banca centrale dell’Iran e a porre un embargo sull’importazione di petrolio e gas, settore strategico per Teheran, sulla falsariga di quanto Bruxelles ha già  fatto nei confronti della Siria lo scorso settembre.

Sotto la minaccia di nuove sanzioni (l’Onu ne ha già  imposti quattro round tra il 2006 e il 2010), il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha a sua volta minacciato di chiudere il passaggio dello Stretto di Hormuz: un ammonimento arrivato in concomitanza con le operazioni navali che la Marina iraniana sta conducendo nel Golfo Persico. Il 25 dicembre scorso, infatti, il capo della Marina regolare, l’ammiraglio Habibollah Sayyari, aveva annunciato l’inizio dell’esercitazione denominata Velayat-90, per una durata di 10 giorni, sulle coste del Golfo e in prossimità  dello Stretto di Hormuz. Quello stretto da cui transita l’export petrolifero delle monarchie arabe e dell’Iran stesso, cioè circa un quinto di tutto il greggio venduto a livello mondiale.

Se il braccio di ferro col regime dei pasdaran non si concluderà  con un compromesso, rischierà  di sfociare in un confronto militare dagli esiti imprevedibili, salvo il più che certo blocco dello Stretto di Hormuz, collo di bottiglia strategico per le forniture di greggio a Giappone, Europa e Stati Uniti.

La tensione mai placata si nutre anche di numerose sparizioni e omicidi che, negli ultimi cinque anni, hanno colpito scienziati coinvolti a vario titol nel programma nucleare. Un professore universitario iraniano, Mostafa Ahmadi Roshan, 32 anni, è stato ucciso a Teheran dall’esplosione di una bomba che alcuni motociclisti avrebbero piazzato sulla sua auto, una Peugeot 405.  Anche Roshan, un chimico dell’università  Sharif di Teheran, lavorava in uno dei principali impianti del programma nucleare iraniano, quello di Natanz nell’Iran centrale. L’agenzia di stampa Fars News, considerata una fonte di notizie semiufficiale del governo iraniano, ha accusato dell’attentato il Mossad, il servizio segreto israeliano. Ma non mancano accuse rivolte agli USA e alla stessa Aiea.

Il problema, a distanza di tempo, resta sempre lì: nella sindrome d’accerchiamento che l’Iran sperimenta sia in campo politico sia in ambito economico. La continua ricerca di nuovi mercati che leniscano gli effetti delle sanzioni e delle misure prese contro la Banca Centrale Iraniana è al vertice dell’agenda economica del Paese mediorientale, come dimostra la recente visita di Ahmadinejad in Sud America.

Il presidente iraniano ha infatti completato in questi giorni il suo tour diplomatico in America Latina. L’ultima tappa è stata la capitale ecuadoregna Quito.

Dopo Venezuela e Nicaragua, il capo di Stato dell’Iran ha incontrato il leader cubano, Raul Castro. In seguito al ripristino dei rapporti nel 1975 e alla Rivoluzione islamica del 1979, Tehran e l’Havana hanno intensificato le loro relazioni. Per questo motivo, Ahmadinejad è venuto a riscuotere sostegno e appoggio per i programmi nucleari iraniani. Se a Managua, il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, aveva ricordato che “i Paesi hanno diritto di sviluppare l’energia atomica”, con il venezuelano Hugo Chavez, il presidente iraniano si è lasciato andare a battute ironiche contro gli Stati Uniti, a detta di entrambi i leader, terrorizzati dalla proliferazione nucleare di Venezuela e Iran.

I due, da circa un decennio stretti collaboratori in quanto presidenti di Paesi facenti parte dell’Opec (Organizzazione Paesi esportatori di petrolio) e, soprattutto, in quanto convinti antiamericani, hanno dunque confermato questa alleanza: Ahmadinejad ha dichiarato infatti che Iran e Venezuela saranno uniti per sempre, nonostante i popoli arroganti cioè quelli occidentali  non lo vogliano.

Dunque per l’Iran petrolio e nucleare costituiscono il binomio e il simbolo di un pericoloso volano politico ed economico in grado di modificare gli equilibri e i rapporti di forza. Il peggioramento delle condizioni economiche interne  il principale obiettivo delle sanzioni, proprio perché rappresenta il primo tassello da smontare nel grande progetto di destabilizzazione del regime. Un regime stanco e che cerca in ogni modo di sopravvivere a se stesso, magari attraverso una ristrutturazione interna che può partire dalle elezioni legislative di marzo e culminare in quelle presidenziali dell’anno prossimo.

Non risulta casuale, pertanto, lo spostemento di Khamenei da ago della bilancia della politica iraniana a centro assoluto del potere. L’ala clericale del regime mal digerisce il potere del gruppo di Ahmadinejad e, approfittando dell’aumento della tensione internazionale a causa delle ambigue ambizioni nucleari dell’Iran e delle conseguenti sanzioni, sembra mettere alla prova la tenuta del governo in vista dell’agone elettorale, magari alzando la voce per primo.

L’analisi di alcuni recenti fatti avvenuti in Iran porta a un’osservazione interessante. Sia in occasione dell’attacco all’ambasciata britannica a Teheran (l’hojjatoleslam Mohseni Ejei) sia nelle ultime manovre militari nel Golfo (Hassan Firuz- Abadi e Habibollah Saiiari), sono stati i vertici politico militari vicini alla Guida Suprema a provocare maggiormente i Paesi occidentali, e con un obiettivo ben preciso: mandare a rotoli quel che resta del governo di Ahmadinejad.

Questa circostanza di empasse politica potrebbe tornare comoda agli Stati Uniti, a patto di non contribuire a comprometterla aumentando a dismisura le sanzioni. Opzione che farebbe sicuramente comodo a Khamenei, che vedrebbe ricompattarsi la forza nazionale del Paese sotto la sua guida. L’equilibrio che sussiste fino ad ora sta diventando sempre più precario. Se gli americani spingeranno fino all’estremo le sanzioni e se di rimando l’Iran, ma soprattutto gli ayatollah, muoveranno alle estreme conseguenze le loro minacce, nucleari o economiche, fino a scoprire quanto esse siano in fondo deboli, la guerra, almeno però l’Iran, risulterà  l’unica carta.

La sfida con l’Iran poi è il centro di gravità  della «guerra al terrorismo». In un modo o nell’altro, Obama si propone di concluderla.

Così, la chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe essere la miccia per lo scoppio della prossima guerra, dal momento che il mondo occidentale considera le forniture petrolifere una linea rossa che nessuno può oltrepassare. Forse gioveà  ricordare che gli Stati Uniti issarono la loro bandiera sulle petroliere kuwaitiane durante la guerra Iran-Iraq, allorché l’Iran minacciò di colpirle per rappresaglia contro il sostegno fornito dal Kuwait all’Iraq di Saddam Hussein in quella guerra è in particolare mettendo a disposizione quattro banchine a Mina al-Ahmadi, il maggiore porto kuwaitiano, per rifornire l’Iraq delle armi, delle munizioni e delle merci di cui aveva bisogno. Sembra strano a dirsi ma Ahmadinejad e il suo gruppo, resi deboli dalle frizioni interne sulle quali fa perno Khamenei, sono forse, in questo momento, l’unico impedimento per un’escalation drammatica. Sta agli USA e agli altri grandi attori internazionale capirlo.

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