Quattro anni in cella
ma era innocente

Quattro anni in carcere
ma era innocente

La storia di un tassista di Parma dimostra (ancora una volta)
come si debba subito intervenire sulla durata dei processi

di Stefano Pazienza

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processi in italia

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ma era innocente

La storia di un tassista di Parma dimostra (ancora una volta)
come si debba intervenire sulla durata dei processi

di Stefano Pazienza
4 minuti di lettura

Andava veloce, per lavoro, quando in taxi scarrozzava i propri clienti in quella che era diventata la sua città adottiva, Parma.

Andava ancora più veloce, per passione, quando partecipava alle gare di triathlon.

Antonio Bianco, nato e cresciuto in Calabria e poi trasferitosi con la famiglia a Parma, per quattro anni ha misurato con i suoi passi il muro perimetrale della prigione, accusato, ingiustamente (adesso lo possiamo dire) di essere uno ’ndranghetista, affiliato alla cosca di Cropani.

Aveva mantenuto le amicizie di infanzia, alcune delle quali avevano preso delle strade ben diverse dalla sua.

Quando un suo amico di infanzia finì sotto processo con l’accusa di essere un associato alla ’ndrangheta, Antonio Bianco gli scrisse molte lettere in carcere, lo supportò, anche partecipando ad alcune udienze ed accompagnando la moglie dell’amico. 

Questo fece sì che agli inquirenti venisse il sospetto che Bianco fosse il basista della ‘ndrangheta a Parma e che avesse anche aiutato la latitanza di un affiliato.

Ora, dopo 4 anni di carcere e fango, è finalmente libero di abbracciare i propri figli e riprendere a correre.

Sembrerà strano, dopo questo incipit, che io dica che non voglio parlare di lui in questo articolo.

Non conosco gli atti del processo, ma da avvocato penalista so che la dinamica processuale può anche essere questa. Le procure possono sbagliare, e l’esistenza di giudici terzi (e di più gradi di giudizio) serve a vagliare proprio la bontà delle ipotesi accusatorie.

Un imputato assolto, anche se con formula piena, non implica che la procura che lo ha accusato debba essere esposta agli strali della collettività. 

In realtà, in questa vicenda, la giustizia ha trionfato, dimostrando come il sistema giudiziario italiano funzioni bene, nella gran parte dei casi.

Il tema di questo articolo è altro: il tempo

Quattro anni di carcere prima di sentire la bellissima formula assolutoria “ai sensi dell’art. 530 cpp….”

In questi ultimi anni, il tema della durata dei processi si è sempre legato, con una narrazione tossica, al tema della prescrizione. La soluzione dei giustizialisti è stata facile, come tutte le soluzioni sbagliate: abolire, di fatto, la prescrizione, rendendo il processo penale un evento “senza fine”.

Invece, se solo il nostro Ministro della giustizia avesse letto qualche pagina di Beccaria (per limitarci alle letture basic), avrebbe saputo che la celerità del processo è anzitutto un interesse dello Stato (oltre che una garanzia per il cittadino).

Se uno è innocente, è bene che lo si sappia subito, così da limitare i danni nei suoi confronti, ma anche, e soprattutto, perché è lo stesso Stato ad avere interesse a chiarire la vicenda.

Ma anche se uno è colpevole il discorso non cambia: vi è tutto l’interesse dello Stato a punire in tempi brevi e, sembrerà una eresia, vi è spesso lo stesso interesse da parte dell’imputato!

Immaginiamo la vicenda di un ragazzo 23enne universitario, che spiaccia droghe leggere durante l’università: deve essere punito? Sì. Deve andare in carcere? Se il fatto è grave, certamente.

Immaginiamo, però, che il processo (tra i vari gradi) duri 10 o addirittura 20 anni (con le mitiche riforme di Bonafede questo potrà accadere tranquillamente): andrà in carcere a 43 anni, ma siamo sicuri che stiamo punendo la stessa persona? Siamo certi che questa punizione, che era giusta venti anni prima, lo sia ancora dopo quattro lustri?

Il tema vero, pertanto, non dovrebbe essere quello della (sostanziale abolizione) della prescrizione, ma quello della ragionevole durata del processo.

Certamente tema più complesso, che impone l’impiego di ingenti risorse in termini di assunzione di magistrati e cancellieri, con riforme del codice di rito che impongano alle procure tempi più veloci per le indagini e ai tribunali tempi veloci nella trattazione dei processi (ma avendo le risorse umane e materiali necessarie).

Non credo sinceramente che sia un tema affrontabile da questo Governo, chiaramente carente di competenze in materia di giustizia.

Ma un Paese che voglia dirsi civile deve punire chi se lo merita in tempi brevi e deve scagionare chi è stato ingiustamente accusato in tempi altrettanto ragionevoli. Solo così lo Stato vince, garantendo la necessaria “difesa sociale”, ma tutelando anche il singolo sottoposto a processo.

Gli eterni giudicabili sono un fallimento per tutti: per lo Stato, che non è in grado di difendere i propri interessi; per le vittime, che si trovano di fronte ad una denegata giustizia; per l’innocente ingiustamente accusato, che avrà anni di vita distrutta che nessuno più gli restituirà e, infine, anche per chi merita di essere punito, perché è giusto che questa punizione avvenga in tempi ragionevoli, così da permettere al colpevole, dopo un percorso rieducativo, di reinserirsi nel tessuto sociale.

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