Giovanni Falcone, l’uomo
che ha salvato la Repubblica

Giovanni Falcone, l'uomo che ha salvato la Repubblica

Trenta 23 maggio passati in rewind con le immagini dell'autostrada Trapani-Palermo che salta in aria, all'altezza di Capaci

di Pietro Maria Sabella

Giovanni Falcone, l’uomo
che ha salvato la Repubblica

Giovanni Falcone, l'uomo che ha salvato la Repubblica

Giovanni Falcone, l'uomo che ha salvato la Repubblica

di Pietro Maria Sabella

Giovanni Falcone, l’uomo
che ha salvato la Repubblica

Giovanni Falcone, l'uomo che ha salvato la Repubblica

Trenta 23 maggio passati in rewind con le immagini dell'autostrada Trapani-Palermo che salta in aria, all'altezza di Capaci

di Pietro Maria Sabella
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Giovanni Falcone. Trenta primavere, volate in un soffio. Trenta 23 maggio passati in rewind con le immagini dell’autostrada Trapani-Palermo che salta in aria, all’altezza di Capaci. I funerali, il pianto commosso della vedova Schifani. L’evento, il dramma, il trauma che volatilizza e scompone carne, ossa e molto altro, diventa diaframma della storia repubblicana.

Tribunale di Palermo. Secondo piano. Ufficio di Giovanni Falcone

Si potrebbe pensare che si tratti di un accadimento, di un fatto che dovrebbe iniziare a prendere la forma della storia, che perde appunto i connotati di cronaca per assumere, a causa del tempo che passa, dei paradigmi diversi. Eppure i processi ancora aperti e i tanti misteri ancora inspiegati, almeno agli occhi e alle orecchie della cittadinanza, non consentono di archiviare un momento seppur terribile, di tenerlo a monito, ma di riporlo comunque nel passato.

No, questo ancora non è possibile, non ci è concesso. Se il 23 maggio 1992 galoppa nel tempo, permeando la nostra realtà, è perchè l’assassinio di Falcone ha interrotto di colpo qualcosa di più grande, la sopravvivenza di una prima repubblica destinata al tracollo, che aveva tradito Moro e allontanato Berlinguer.

Ci penseranno poi le inchieste di Tangentopoli a portare a galla il miasma, a fratturare un sistema che da lì in poi non riuscirà mai più a risorgere. Bisognerà attendere il clamoroso <<Io non ci sto!>> del novembre del ’93 di Oscar Luigi Scalfaro, diventato Presidente della Repubblica solo dopo l’esplosione di Capaci, per dare atto di un attacco metodico e trasversale allo Stato.

Come il petrolio che in quegli stessi anni si riversava sulle spiagge del Kuwait, ammantando spiagge, scogli e animali, corruzione e mafia avevano finito per fondersi e forgiare i meccanismi di ascensione e gestione delle cose, mentre i fasti economici della seconda metà degli anni ’80, della Milano da bere e delle pellicce in ogni armadio, stavano per congestionarsi in una bolla, la cui esplosione avrebbe frammentato ancora di più le maggioranze e aperto il varco allo speme del populismo, al neo liberismo senza paracadute.

La caduta dell’Unione Sovietica e il Trattato di Maastricht sono stati il contesto globale in cui questa strana creatura, il blob della prima repubblica, si è cimentata nel canto del cigno. Di colpo, alcune certezze sono diventate incertezze, gli amici si sono rivelati nemici. Nel big bang geopolitico, l’Italia doveva diventare adulta.

Ed è forse questa età adulta che ancora non arriva a tenere in piedi e vivo nelle coscienze comuni quel che dicevamo avrebbe probabilmente potuto finire per essere solo un fatto storico. Se è vero che dopo le stragi, lo Stato “ha reagito”, ha mostrato i denti, spesso affidandosi a strumenti giuridici non sempre ortodossi, è sempre lo Stato, inteso in senso ampio, che non è riuscito più a riprogrammarsi, a risettarsi intorno alle macerie di un sistema distrutto.

Le epoche politiche successive, infatti, ci hanno sballottato a destra e a sinistra senza una visione di insieme di lungo raggio, in grado di coordinare fra loro i poteri dello Stato senza finalità di rivincita o di affermazioni personali, a porre definitivamente fuori dal circuito del potere costituito il malaffare. Sono gli anni delle leggi ad personam, dei processi a personaggi politici autorevoli, intervallati dagli arresti eccellenti degli uomini di Cosa Nostra da parte delle forze dell’ordine e di quella parte della magistratura straordinaria e tanto avversata.

Seguiti poi dagli anni del populismo e del sovranismo che hanno annichilito il Parlamento, portato le liste bloccate e la riduzione dei Parlamentari, intervenendo però sulla giustizia a singhiozzo, quasi sempre per ferire o agevolare gruppi o interessi, esclusione fatta per alcuni provvedimenti che ora un referendum proposto da forze di governo vorrebbe del tutto cancellare.

Eppure, quell’omicidio, così perfettamente orchestrato, ha fatto partire le lancette di una nuova storia, di un fermento culturale che non si è mai più fermato e che sta ancora pompando su vasta scala un po’ dappertutto in Italia, anche se non sembra. Dopo il concerto di Battiato, “Povera Patria” del ’92 a Palermo, è la stagione della primavera palermitana, di Leoluca Orlando, dei movimento anti-racket, di quella società civile che a tutti i livelli si impegna, cambia, rivoluziona il proprio modo di essere, decide di combattere, di metterci la faccia.

E’ la stagione in cui la Sicilia riesce a rimanere occidente, a rimanere essa stessa democrazia, e ciò al di là del sistema di governo e della forma di stato in cui si trova. E’ un moto rivoluzionario culturale, che si intreccia con i diritti, con l’arte di Letizia Battaglia, di Giuseppe Tornatore, di Ciprì e Maresco, che non può e non rimane affatto etichettata come “antimafia”, ma che va oltre, diventa di più, perchè rappresenta un’eco di speranza che la politica non riesce affatto a interpretare fino in fondo, o forse non vuole.

E’ proprio la strage di Capaci ad aprirci gli occhi, non lo è stato così Tangentopoli, non lo è stato così praticamente più nulla, visto il deserto. E’ per questo che l’assassinio di Falcone da atto di mafia è diventato fatto politico, e questo a malincuore di tutti coloro i quali hanno concorso alla sua morte, che siano vivi, morti, colpevoli o in attesa di processo, e che hanno pensato di disarcionare l’equilibrio democratico nel nostro Paese.

La rivincita di Falcone è stata così quella appunto più inaspettata e così tanto a volte banalizzata, ovvero diventare idea, ideale di giustizia, senso civico, rettitudine, moralità. Diventare un emblema che ancora fa paura, terrorizza a morte, peggio dell’aglio con i vampiri. Con il suo sacrificio, Falcone ha salvato la Repubblica, tutta.

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