Perché ricordiamo
il 27 Gennaio?

Giornata della Memoria
Perché ricordiamo il 27 Gennaio?

Come è stato possibile che il popolo tedesco
giungesse al punto di mettere in pratica una tale mostruosità?

di Simone Pasquini

Perché ricordiamo
il 27 Gennaio?

Giornata della Memoria
Perché ricordiamo il 27 Gennaio?

Giornata della Memoria
Perché ricordiamo il 27 Gennaio?

di Simone Pasquini
Perché ricordiamo la Giornata della Memoria?

Perché ricordiamo
il 27 Gennaio?

Giornata della Memoria
Perché ricordiamo il 27 Gennaio?

Come è stato possibile che il popolo tedesco
giungesse al punto di mettere in pratica una tale mostruosità?

di Simone Pasquini
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Perché ricordiamo la Giornata della Memoria?

Può sembrare strano a dirsi, ma quello che si trovarono di fronte dovette sembrar loro abbastanza normale

Mentre si avvicinavano ai suoi confini, capirono quasi subito che doveva trattarsi di un campo di qualche tipo. Forse dentro avrebbero trovato i loro compagni, prigionieri di guerra. I campi in fondo sono tutti uguali: quattro lati e filo spinato tutto intorno. Certo, in effetti si tratta di un campo molto grande.

All’interno, in lontananza, si vedono grandi strutture industriali, e molti binari che si diramano. Ma forse, a ben pensarci, non è poi così strano: da tempo immemore si usa far lavorare i prigionieri di guerra. Perché i nemici del popolo avrebbero dovuto fare diversamente? Questo odore, però, è veramente insopportabile.

Probabilmente era questo quello che passava per la testa dei giovani soldati sovietici della 60° Armata, mente si accingevano ad entrare nel campo di concentramento di Auschwitz. Il 27 gennaio di quel 1945, con la neve che imbiancava i campi, i sovietici intravidero per la prima volta la vera natura del nazismo, il suo prodotto fisiologico. I cumuli di cadaveri fra le baracche, ormai resi un’unica massa dal giaccio formatosi su di essi, erano troppo perfino per lo stomaco di veterani temprati dal fuoco della battaglia.

Il tanfo, onnipresente in tutto il campo, diventa insopportabile quando i russi arrivano ai forni. Nei giorni successivi, quando i nuovi occupanti prendono pienamente coscienza di cosa fosse quel posto e di cosa fosse avvenuto nei tre anni precedenti, prendono coscienza delle dimensioni di una vera e propria catena di montaggio della morte.

La storia, nel passare dei millenni, ha assistito ad un numero infinito di brutalità, ma forse mai prima di allora l’eliminazione fisica aveva raggiunto tali livelli di scientifica efficienza. 

Solitamente, in occasione di questa ricorrenza siamo soliti ricordare a noi stessi ciò che accadde come un monito, come qualcosa che ci possa ricordare cosa sia capace di fare l’uomo al suo simile. Qualcosa che ci possa ricordare l’importanza della tolleranza e della diversità. 

Personalmente, pur condividendo tutte le motivazioni che ho appena riportato, in questa occasione sono solito ricordare a me stesso dove a quale risultato portino le certezze assolute.

In Schindler’s List vi è una scena, durante lo sgombero del ghetto di Cracovia, dove si vede un ufficiale delle SS suonare magistralmente Mozart al pianoforte mentre nelle stanze intorno donne e uomini innocenti cadono sotto i colpi dei suoi camerati. Questa immagine mi ha sempre colpito per la sua grande capacità di suggerire che la cultura, di per sé, non è garanzia di umanità. O meglio, non è garanzia di ciò che di migliore l’umanità possa offrire.

Come è stato possibile che un popolo come quello tedesco, che ha donato all’occidente scienziati, filosofi ed artisti immortali, giungesse al punto di mettere in pratica una tale mostruosità?

Molto spesso la parola dubbio viene utilizzata con una accezione negativa. A mio modesto parere, dietro una parola così apparentemente insignificante possiamo trovare la più importante delle risorse. Il dubbio costituisce l’arma con cui combattere la tirannia della certezza assoluta.

L’ideologia, il discorso retorico, che oggi magari ci offre la soluzione pratica ai nostri problemi, domani potrebbe costituire la gabbia dentro cui segregare il pensiero ragionevole. Ancora troppo spesso si sentono individui sostenere che, in fondo, commemorazioni come queste hanno un valore limitato, in quanto oggi nessuno sarebbe capace di cose tanto aberranti.

Quando incominci a convincerti di aver individuato la causa delle disgrazie che ti affliggono; quando ti viene detto che tutte le tue prospettive sono state rubate; quando la paura inizia a serpeggiare e ti convinci che ciò che hai di più caro è in pericolo, l’uomo non è più in grado di vedere le cose con lucidità. Proprio per questo motivo è sempre necessario ricordarci il sacro valore del dubbio, praticarlo costantemente, così da non rimanere intrappolati nella rete di bugie che, per la gioia dei despoti, ci costruiamo da soli.

Eravamo rimasti ai giovani soldati dell’Armata Rossa, increduli spettatori delle mostruosità naziste. Fra di essi vi era un maturo scrittore di quarant’anni, anche lui ebreo. Il suo nome è Vassilij Grossman, inviato dal fronte per conto della “Stella Rossa”, il quotidiano delle truppe sovietiche.

Molti anni dopo Grossman, già apprezzato giornalista prima della guerra, svolgerà un importante lavoro di documentazione dei crimini nazisti. Tuttavia, il suo contributo più importante fu l’opera “Vita e Destino”, considerata uno dei capolavori della letteratura del novecento, in cui confluì il prodotto più umano delle proprie esperienze. Nonostante ciò, egli non riuscì a vedere il successo della sua opera, poiché egli, a causa dei suoi scritti, cadde i n disgrazia e rimase stritolato dalla macchina repressiva stalinista. Un adepto del dubbio distrutto da un’altra certezza assoluta. 

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