Giada Bergamasco, quando la matita è una macchina fotografica

di Marica Dazzi

Giada Bergamasco, quando la matita è una macchina fotografica

di Marica Dazzi

Giada Bergamasco, quando la matita è una macchina fotografica

di Marica Dazzi
4 minuti di lettura

Ciascuno di noi decide liberamente di esprimersi al meglio con la forma di comunicazione che predilige.

Purtroppo quest’ultima, al giorno d’oggi, è costituita da un ventaglio di variabili molto ampio, così se prima dalle poesie in versi si poteva decidere di optare per un acquerello, e solo dei più belli ci si sarebbe ricordati poi nei libri di storia, oggi dal selfie su Instagram alle frecciatine su Facebook pare che chiunque abbia qualcosa che meriti di essere detto o visto (alzi la mano chi di voi non avrebbe fatto a meno delle mutande di Ferrara, o delle foto del cane brutto della vostra vicina di casa).

Il “progresso” però, così come lo definisce la ‘ggente che compra la pasta fatta con il grano saraceno, non ha portato solo allo scempio delle bocche a culo di gallina immortalate nei bagni pubblici.

Se ha reso più accessibile tanti sentieri che avremmo preferito lasciare inesplorati, ha garantito la possibilità (attenzione momento serietà) a tanti giovani talenti di emergere con maggiore facilità ed immediatezza, per la loro e soprattutto la nostra fortuna.

Ad esempio: oggi TheFreak ha il piacere di raccontarvi di Giada Bergamasco, giovanissima fotografa che, tra pochi giorni, parteciperà come finalista per la sua categoria, al “Biennale MarteLive“, contest che sarà ospitato al museo Macro di Roma.

Dietro il suo obiettivo, Giada ha viaggiato molto, catturando nei suoi scatti miliardi di sguardi in giro per il mondo.

Ma è forse nelle fotografie nelle quali ha congelato, spesso in bianco e nero, gli edifici più diversi che ha incontrato, inquadrandoli in una dimensione senza tempo e fiato, che l’artista svela tutta la sua bravura.

L’arte incompleta di un gioco fatto solo dagli occhi, che in uno spazio apparentemente chiuso nelle misure di un quadrato, libera invece l’immaginazione nella più grande delle realtà: quella del sogno .

Una canzone splendida di De André recitava “E’ bello che dove finiscono le mie dita incominci in qualche modo una chitarra”. Tu come ti sei accorta invece che dalle tue iniziava una macchina fotografica?

Perché le mie non riuscivano a terminare in un pennello! Quando ero piccola sentivo la necessità d’interpretare la realtà a modo mio, di darle delle forme, dei colori e delle sfumature, ma ogni volta che prendevo in mano una matita non riuscivo mai a riprodurre niente di ciò che avevo in mente.

Un giorno, poi, scoprii in casa di mia nonna un aggeggio strano con levette, ghiere e una particolare carta marroncina che s’arrotolava all’interno, ne fui affascinata e divenne il mio gioco preferito ancora prima di chiedere a cosa servisse. Quando venni a conoscenza dei miracoli che quella semplice scatoletta poteva fare non l’abbandonai più.

Raccontaci: come si convive con un amore così? Come si coltiva una passione come la tua?

Come si convive con la persona che ami, è quello il difficile quando ne hai anche una!

Ho una deformazione, se così possiamo chiamarla, quando sono in giro osservo ciò che mi circonda con gli occhi delle possibili inquadrature che potrei vedere realizzate nel mio fotogramma. La scelta di un’inquadratura piuttosto che di un’altra è una presa di posizione, un gioco di equilibrio tra la macchina fotografica e un’identità. Un’immagine evoca, suscita, dichiara, inquieta, sconvolge, stuzzica, irrita.

La fotografia per me è un linguaggio, una consapevole osservazione del mondo ed è per questo che nell’ultimo anno ho studiato un progetto “Punti di vista” rivolto ai bambini delle scuole elementari e medie da proporre a scuole e associazioni. Educare i ragazzi all’immagine è quindi educarli anche alla comunicazione, per sviluppare un ruolo attivo ed affinare le loro capacità critiche rispetto ai numerosi messaggi veicolati.

Dove trovi l’ispirazione per i tuoi scatti?

Ogni immagine creata è il racconto di ciò che vedo e di quello che sono. È la realtà che appare di fronte ai miei occhi e di quella che si nasconde dietro la mia visione. Può esserci un fatto che voglio approfondire e così inizio a scrivere con la luce scoprendo piano piano i contorni ed i dettagli della storia, ma può esserci anche una canzone, un libro, un’emozione, un film che m’inducono a cercare la mia immagine.

Sei tra i finalisti della Biennale MarteLive, i nostri migliori auguri e complimenti! Raccontaci delle tue emozioni, di questa tua esperienza.

Grazie. Sono molto gratificata di essere arrivata fino a qui e di poter quindi esporre al Macro. Sono stata molto indecisa su che opere presentare, alla fine ho portato fotografie d’architettura le quali fanno parte di una serie che non ho ancora terminato.

Cosa ti porterai dietro di questa avventura?

Sicuramente una maggiore carica per continuare a studiare e migliorare perchè il cammino è ancora molto lungo!

Facendole i nostri migliori auguri per la competizione, vi lasciamo ad una galleria che raccoglie una selezione mista dei suoi scatti.

di Maricia Dazzi.

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