Armeni, il genocidio
spiegato bene

Il genocidio degli Armeni
spiegato bene

Biden finalmente ha ammesso: fu un genocidio
È la prima volta per un presidente Americano

di Simone Pasquini

Armeni, il genocidio
spiegato bene

Il genocidio degli Armeni
spiegato bene

Il genocidio degli Armeni
spiegato bene

di Simone Pasquini
Genocidio

Armeni, il genocidio
spiegato bene

Il genocidio degli Armeni
spiegato bene

Biden finalmente ha ammesso: fu un genocidio
È la prima volta per un presidente Americano

di Simone Pasquini
8 minuti di lettura

Un passo storico. Non c’è dubbio che debba essere definito così ciò che ha fatto il presidente Biden. Lo scorso 24 Aprile, mentre l’Italia si stava  “preparando” a celebrare degnamente la festa della Liberazione, gli Stati Uniti infatti, dopo anni ed anni di tentennamenti e promesse mai mantenute, si sono aggiunti ufficialmente al novero dei Paesi che riconoscono nei fatti avvenuti in Turchia nel corso della Prima Guerra Mondiale un vero e proprio genocidio compiuto dalle autorità turche a danno della popolazione armena dell’allora Impero Ottomano.

La svolta di Biden. Non era mai accaduto

Finora erano stati fati solo alcuni timidi accenni alla vicenda da parte di alcune amministrazioni, fra cui quella Trump, ma tutti i presidenti americani si erano guardati bene da usare una parola tanto pesante come quella di “genocidio”, in grado di evocare nella mente immagini terribili come poche altre nella storia dell’uomo. In Italia questo evento è passato relativamente in sordina. Cosa strana, se pensiamo che l’Italia nel corso della prima metà del secolo scorso ha accolto migliaia di famiglie armene, le quali hanno messo radici in questo Paese e si sono perfettamente integrate nella società italiana.

Molti personaggi dello spettacolo e volti noti del mondo della cultura, apparentemente “insospettabili”, appartengono a questo nobile popolo, la cui storia purtroppo è sconosciuta ai più. Per poter capire, però, i motivi dei contrasti e delle polemiche è necessario scoprire brevemente quali siano le vicende occorse più di un secolo fa in un Oriente che dopo secoli di pace all’ombra della mezzaluna ottomana stava per sprofondare in uno stato di guerra perenne che dura fino ad oggi.

Genocidio: che cosa successe

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’Impero ottomano (dalle cui ceneri sorgerà la Turchia che conosciamo) entra in guerra con il nemico di sempre, la Russia dei Romanov. Poiché dalla notte dei tempi le acque del mar Nero dividono la penisola anatolica dalle pianure dell’Ucraina, le sanguinose battaglie fra i soldati del sultano e quelli dello Tzar si svolgono sull’unico confine che divide i due Imperi: le aspre montagne del Caucaso. Proprio nelle retrovie del fronte, da secoli e secoli abitavano gli ultimi discendenti cristiani di quel Regno Armeno che tempo addietro era stato un fedele alleato dell’Impero bizantino contro gli invasori arabi e turchi.

Queste popolazioni, da sempre guardate con sospetto dai dominatori musulmani, avevano fatto di tutto per preservare la propria autonomia dai signori turchi. E sebbene molti armeni avessero nel corso del tempo avessero raggiunto una posizione considerevole nella società turca (in certi casi, in seno allo stesso governo del sultano) il popolo armeno continuava ad essere considerato un corpo estraneo da parte della popolazione turca e curda che parimenti abitava quei territori. L’Ottocento, ed il diffondersi della temperie nazionalista, rese palese un conflitto che covava ormai da molto tempo.

La necessità di trovare un capro espiatorio

Già negli anni precedenti lo scoppio della guerra il governo ottomano dei “Giovani Turchi” – un nuovo movimento politico che si proponeva di rinnovare i fasti dell’Impero ottomano attraverso la modernizzazione ed il nazionalismo di stampo occidentale – aveva risposto ai vari disordini scoppiati in quei territori con una durissima e spietata repressione, che causò numerose vittime fra gli armeni. Quando però le grandi (e male organizzate) offensive turche sul Caucaso, compromesse dalle condizioni ambientali proibitive, si infransero contro la resistenza approntata dai russi sulle montagne, il governo turco capì subito la necessità di trovare un capro espiatorio che potesse giustificare la perdita ingloriosa di così tante vite.

La macchina della propaganda militarista e governativa diede inizio ad una martellante campagna di disinformazione, con la quale si accusava la popolazione armena residente nell’Impero di aver complottato con i russi allo scopo di annientare le forze turche e far annettere quei territori di confini all’impero zarista. La comunanza di fede cristiana degli armeni con i nemici russi non faceva altro che alimentare ulteriormente il fuoco dell’odio e del pregiudizio, per non parlare dei numerosi casi di diserzione di soldati armeni dalle file dell’esercito ottomano.

L’inizio della deportazione

Dopo durissime ed indiscriminate repressioni ai danni della popolazione armena, soprattutto nella città di Van, nel 1915 il governo turco, allo scopo di non dover più temere la presenza di una popolazione ostile alle spalle delle proprie truppe, prese la decisione di deportare la tutta la popolazione armena in altre regioni dell’Impero ottomano, in particolare nei territori palestinesi dove oggi sorge lo Stato di Israele. E’ a questo punto che inizia il genocidio vero e proprio: alle uccisioni indiscriminate ed alle violenze perpetrate dai soldati turchi, si aggiungono le terribili condizioni in cui la popolazione civile fu costretta a percorrere la centinaia di kilometri che la separava dalla destinazione.

Queste immense colonne di civili sono state successivamente paragonate alle “marce della morte” che nazisti e giapponesi imporranno ai prigionieri durante l’altra, terribile guerra mondiale: niente acqua, né cibo, né riposo. Chi non ce la faceva veniva lasciato indietro od ucciso sul posto. Quando singoli gruppi diventavano troppo difficili da gestire semplicemente venivano liquidati dai soldati turchi. Per quei pochi fortunati che arrivarono a destinazione la tortura non era finita: essi venero lasciati al più completo abbandono, cosa che portò alla morte di un numero impressionante di uomini, donne e bambini già fortemente debilitati.

I numeri di un massacro

Secondo le stime più recenti, circa 1.5 milioni di armeni non riuscirono a superare questa tragedia, ovvero fra il 60 ed il 70 % della popolazione interessata dalle deportazioni. Sebbene notizie fossero giunte anche agli alleati tramite i canali di intelligence militare, le prime testimonianze di quello che era accaduto furono raccolte solo una volta che le truppe inglesi, due anni dopo, riuscirono a conquistare quei territori. 

A questo punto, una domanda sorge spontanea. Se i fatti appaiono così incontrovertibili, perché la polemica sull’esistenza del genocidio si presenta così viva?

La difficoltà di riconoscere il genocidio

Bisogna infatti considerare che non solo la Turchia si rifiuta ostinatamente di riconoscere l’esistenza di un qualsiasi genocidio, ma anche molti altri Stati sono ancora restii a prendere chiaramente posizione sulla questione. Il problema non risiede tanto nella dimensione “numerica” delle violenze e delle vittime, poiché tutti gli studi scientifici caratterizzati da un minimo di credibilità hanno confermato l’entità straziante del disastro (solo la Turchia continua a sostenere un numero di vittime così basso da apparire assolutamente inverosimile). La vera questione riguarda cosa si possa legittimamente definire “genocidio”: cosa distingue un genocidio dalle violenze di massa che, purtroppo, costituiscono il tragico corollario di ogni guerra scatenata dall’uomo contro i suoi simili?

Secondo l’interpretazione generale del termine, in gran parte derivante dall’esperienza comunemente nota del genocidio ebraico, è tale qualsiasi azione o insieme di azioni che abbiano causato un numero enorme di vittime civili appartenenti ad uno specifico gruppo etnico. Esiste, tuttavia, una definizione giuridica di genocidio, contenuta nella “Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”, siglata a New York nel dicembre del 1948 ed il cui contenuto è considerato dal diritto internazionale vincolante per tutti gli individui, a prescindere dal fatto che i rispettivi Stati abbiano ratificato o meno la convenzione.

Essa prevede, per poter riconoscere l’esistenza di un genocidio, che le azioni commesse ai danni di un gruppo “nazionale, etnico, razziale o religioso”  fossero intenzionate a distruggere in tutto o in parte il gruppo oggetto di queste attività.

I “negazionisti” del genocidio. Ecco i motivi

E’ proprio in merito a questo punto, ovvero all’aspetto della volontà consapevole di distruggere il gruppo preso di mira dalla violenze che dibattono i detrattori della tesi del genocidio: secondo questi cosiddetti “negazionisti” non sarebbe rinvenibile una volontà unica, chiara e ben definita delle gerarchie ottomane tesa a distruggere il popolo armeno in quanto tale. Al massimo, si potrebbero riconoscere vari casi di eccessi perpetrati da specifici gruppi di soldati ed ufficiali turchi, i quali avrebbero autonomamente travalicato i limiti di quello che doveva essere un “semplice” spostamento di popolazione.

In realtà, sebbene non esistano ancora prove incontrovertibili (prove, cioè, connotate dallo stesso grado di incontrovertibilità  di quelle prodotte a Norimberga contro le gerarchie naziste) i più recenti studi ed attenti lavori di archivio hanno trovato numerosi elementi che sembrerebbero dimostrare una volontà distruttrice al vertice dell’apparato ottomano (ad esempio, si veda il saggio di Marcello Flores “Il genocidio degli armeni”). Altri autorevoli storici, per parte loro, sollevano dubbi sull’esistenza di un progetto “iniziale” di distruzione del popolo armeno, suggerendo l’idea che forse le autorità ottomane, una volta che la macchina della deportazione era stata messa in moto, si limitarono a “sfruttare” ai danni dei civili armeni le condizioni terribili che però essi stessi avevano contribuito a creare (si veda per esempio l’opra di Sean McMeekin “Il crollo dell’Impero Ottomano”).

Un disastro devastante

Ciò che, ad ogni modo, rimane certo è l’entità devastante del disastro che il popolo armeno è stato costretto a subire. Per questo motivo, al netto delle definizioni giuridiche, è assolutamente comprensibile la posizione di coloro che definiscono quello armeno “il primo genocidio del XX secolo”. Le ferite causata da quella disgrazia furono impossibili da rimarginare: al termine della guerra, dopo il crollo dell’Impero ottomano, decine di migliaia di armeni decisero si lasciare per sempre quei tristi lidi e sperare in una vita più felice in altri Paesi.

Coloro che, invece, decisero di fare ritorno alle loro case trovarono un paese devastato dalla guerra, per il quale dovettero ancora combattere contro i vicini curdi ed azeri. Ancora oggi lo Stato armeno, afflitto dagli atavici problemi di quelle terre, vive una pace fragile, come ha dimostrato la recente ripresa delle ostilità nella regione del Nagorno lo scorso autunno. A più di un secolo dalla fine degli imperi – per citare una storia del Caucaso di Charles King – questo popolo cerca ancora di raggiungere “Il miraggio della Libertà”.

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