Gaza:
l’ultimo conflitto

Gaza, ecco perché
è scoppiato l'ultimo conflitto

Israele vs Hamas: le ragioni di uno scontro
che si è placato dopo il cessate il fuoco

di Simone Pasquini

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di Simone Pasquini
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Israele vs Hamas: le ragioni di uno scontro
che si è placato dopo il cessate il fuoco

di Simone Pasquini
6 minuti di lettura

Dopo giorni di intensi scontri e bombardamenti, sembra che il cessate il fuoco raggiunto fra Hamas, l’organizzazione terroristica palestinese, ed Israele lo scorso 21 maggio stia faticosamente resistendo. Dopo giorni di lanci di razzi dal territorio palestinese, i quali sono stati seguiti dalla puntuale risposta aerea israeliana, finalmente il cielo sopra la striscia sembra tornato alla normalità. Quella che sarà ricordata come l’ennesima escalation in una crisi che va ormai avanti da più di 70 anni si è lasciata dietro centinaia di morti e migliaia di feriti. Il fragile equilibrio che da molti decenni costituisce il normale stato di cose in quella antica terra – infelice quanto martoriata – tornerà presto a regolare i rapporti fra i due popoli israeliano e palestinese, almeno fino al ricorrere dell’ennesima crisi militare. 

I motivi dell’escalation

Appare ormai certo che il lancio di missili avviato da Hamas nella notte del 10 maggio sia da ricondurre agli infelici episodi occorsi nei giorni precedenti a Gerusalemme Est. Questa parte della città santa è sottoposta de facto all’amministrazione israeliana dall’ormai lontano giugno del 1967, quando durante la cosiddetta “Guerra dei sei giorni” l’esercito israeliano strappò il controllo di quella parte di città alle milizie palestinesi ed alle truppe del regno di Giordania.

A partire dall’inizio dell’occupazione la popolazione palestinese di questa parte di città denuncia il verificarsi di sfratti arbitrari da parte delle autorità israeliane a danno delle famiglie residenti. Pare che il 6 maggio scorso siano scoppiati degli scontri proprio in seguito alla conferma, da parte dei giudici israeliani, di una di queste procedure di sfratto. Inoltre, bisogna considerare che in quel contesto gli animi erano già surriscaldati a causa del rifiuto opposto dalle autorità israeliane allo svolgimento dei consueti festeggiamenti per la fine del ramadan nella spianata delle moschee.

L’inizio della guerriglia urbana: Hamas lancia i razzi

Quelle che erano cominciate come proteste e piccoli scontri isolati si sono in breve tempo trasformati in una vera e propria guerriglia urbana, che ha lasciato sul campo numerosi feriti sia fra i manifestanti sia fra le forze dell’ordine israeliane. Poiché gli scontri non accennavano a diminuire nemmeno nelle giornate successive, nella notte del 10 organizzazioni islamiste con base nella Striscia hanno iniziato a far fuoco contro il territorio israeliano, prendendo di mira non solo obiettivi militari ma anche zone residenziali. 

Per circa dieci giorni tutti i giornali e le televisioni del Mondo hanno trasmesso immagini scioccanti provenienti dalla Striscia e dal territorio israeliano. Non certo il primo attacco condotto da Hamas con questi mezzi, ma questa volta la sua intensità e concentrazione ha raggiunto proporzioni enormi: più di 3500 razzi sono stati lanciati, buona parte dei quali però si sono schiantati prima di giungere all’obiettivo o sono stati distrutti dal sistema missilistico di protezione israeliano (soprannominato “Iron Dome”).

La scarsa efficacia dell’attacco è dimostrata dal conteggio delle vittime israeliane, il cui numero – per quanto ovviamente tragico – risulta notevolmente basso se consideriamo la vastità dell’attacco: dieci morti (fra cui purtroppo due bambini) ed alcune centinaia di feriti. In questo relativamente fortunato esito ha giocato un ruolo anche la scarsa qualità del materiale bellico impiegato da Hamas: molto spesso si trattava di missili terra-aria riadattati per questo specifico uso (quando non veri e propri ordigni artigianali), indirizzati per mezzo di piccole rampe di lancio poste sul retro di mezzi con pianale scoperto. 

La risposta israeliana

La risposta israeliana non si è fatta attendere: nel corso di quei dieci giorni di lanci, prevalentemente notturni, l’aeronautica israeliana ha sistematicamente colpito il territorio della Striscia di Gaza con attacchi aerei mirati. Inizialmente, i piloti si limitavano a rispondere alle aggressioni colpendo i siti di lancio individuati. Ma gradualmente, soprattutto in considerazione del fatto che i lanci contro il territorio israeliano non accennavano a diminuire, lo Stato Maggiore israeliano ha dato il via ad una campagna di attacco contro obiettivi dove si riteneva si nascondessero leader politici e militari di Hamas, nella speranza di rendere per il nemico insostenibile il costo di una offensiva prolungata. 

Purtroppo, come sempre avviene quando si svolgono operazioni militari in luoghi abitati, il numero delle vittime civili si andava alzando ogni giorno di più. Bisogna considerare infatti che il territorio della Striscia di Gaza presenta una densità abitativa che supera i 4000 abitanti/Km2, di conseguenza qualsiasi tipo di campagna aerea – per quanto sofisticate siano le tecnologie impiegate e per quanto capaci possano essere gli equipaggi – comporta inevitabilmente un certo margine di impatto sulla popolazione civile.

Molto spesso gli attacchi si concentravano su edifici residenziali, dove a locali utilizzati dagli uomini di Hamas si aggiungevano molti appartamenti abitati da innocenti famiglie palestinesi. Per tutto il periodo delle ostilità i social sono stati letteralmente intasati da video amatoriali, girati spesso con i telefonini, che mostravano i bombardamenti israeliani nel cuore del centro abitato ed il crollo di intere palazzine.

Le forze armate israeliane, per parte loro, hanno sempre affermato di aver attaccato potenziali obiettivi civili sempre preavvertendo l’imminenza dell’attacco, così da poter dare modo agli occupanti di allontanarsi, sebbene l’efficacia di questo metodo è stata da più parti fortemente contestata. 

Diritto all’autodifesa vs proporzionalità del contrattacco

Già il 12 maggio il “Prosecutor” (ovvero il Pubblico Ministero) della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, ha espresso la preoccupazione nutrita dalla Corte stessa circa la piega che gli eventi stavano prendendo sul territorio della Striscia in seguito alle rappresaglie israeliane. Indubbiamente il diritto internazionale riconosce il diritto di uno Stato all’autodifesa, se necessario anche facendo ricorso alla forza. Ma l’enorme perdita di vite umane fra la popolazione civile potrebbe far dubitare del rispetto da parte delle forze israeliane dei requisiti della proporzionalità ed adeguatezza.

Inoltre, l’intervento militare in zone abitate è di per sé qualcosa che richiede una attenta ponderazione fra i possibili vantaggi militari ed il rischio di perdite di vite umane fra i civili. Bisogna comunque tenere in considerazione che in alcuni casi furono gli stessi militanti islamisti di Hamas ad impedire alla popolazione di allontanarsi dalle zone di lancio, nella speranza di sfruttarli come scudi umani e dissuadere l’aeronautica israeliana dall’attaccare – pratica questa assolutamente vergognosa, che in situazione di conflitto può essere immediatamente ricondotta alla categoria dei crimini di guerra.

Allo stesso tempo, però, anche chi si trova nelle condizioni di rispondere ad una aggressione armata avrebbe il dovere di evitare in ogni caso il coinvolgimento della popolazione, anche nel caso in cui essa sia utilizzata come “copertura” da parte di forze ostili. Al termine degli scontri, la popolazione palestinese ha sofferto poco più di 180 morti e circa 1200 feriti. Le stime sulle perdite subite da Hamas sono discordanti, ma anche volendo riconoscere la valutazione diffusa dallo Stato Maggiore israeliano (circa 70 miliziani) ci si rende conto che la popolazione civile ha pagato un prezzo altissimo.

Per il momento la difficile tregua raggiunta sembra reggere alla prova del “cessate il fuoco”, ed ovviamente tutti ci auguriamo che la situazione non muti. Servirà molto tempo per cercare di ristabilire una parvenza di normalità nel territorio di Gaza, e le difficilissime condizioni economiche che hanno seguito la fine dell’occupazione israeliana nel lontano 2005 non aiuteranno di certo nella ricostruzione.

Tuttavia, questi terribili giorni a cui abbiamo assistito sono solo uno dei tanti anelli di quella catena di odio e rancore che avvinghia questa terra dalla metà del secolo scorso. Purtroppo, nonostante tante guerre e tanti morti, quello che è stato il grande problema del XX secolo sembra molto lontano dal trovare una soluzione. 

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