Game of Thrones 8: la quiete dopo la tempesta (SPOILER ALERT)

di Fabrizio Grasso

Game of Thrones 8: la quiete dopo la tempesta (SPOILER ALERT)

di Fabrizio Grasso

Game of Thrones 8: la quiete dopo la tempesta (SPOILER ALERT)

di Fabrizio Grasso
7 minuti di lettura

Nella notte italiana è andato in onda l’attesissimo finale di Game of Thrones, la serie dei record targata HBO. La chiusura del cerchio dopo 73 episodi ha diviso – e continuerà a farlo – i fan di tutto il mondo

«Sarà un finale agrodolce», avevano detto gli sceneggiatori e registi dell’episodio finale The Iron Thrones, David Benioff e D. B. Weiss. Su una cosa avevano ragione: i fan di tutto il mondo sono divisi. Tra chi è rimasto soddisfatto per l’epica conclusione e chi invece ha storto più volte il naso, il mondo della fan zone è spaccato in due dopo la visione della sesta puntata di Game of Thrones. Un addio difficile anche per gli attori che hanno prestato il loro volto a personaggi entrati ormai a pieno titolo nell’immaginario collettivo. Emilia Clarke, interprete di Daenerys Targaryen, ha salutato la Madre dei Draghi con un lungo messaggio sul suo canale Instagram, ringraziando la serie per aver riempito un lungo capitolo della sua vita.

La sceneggiatura di questa ottava stagione non è stata decisamente all’altezza dei numerosi colpi di genio scenografici realizzati

«Trovare le parole per scrivere questo post mi lascia sopraffatta per tutto quello che vorrei dire, ma ogni parola sarebbe riduttiva in confronto a quanto questo show e Dany hanno significato per me. […] Game of Thrones mi ha plasmato come donna, come attrice e come essere umano. Vorrei solo che mio padre fosse qui per vedere quanto siamo andati lontano», ha scritto la Clarke in un lungo post accompagnato dalla foto del cast al completo alla fine delle riprese.

Le ha fatto eco la sua collega del Nord, Sophie Turner alias Sansa Stark, che ha pubblicato la stessa foto con un messaggio d’addio molto commovente al suo personaggio: «Sansa, grazie per avermi insegnato la resilienza, il coraggio e la vera forza. Grazie per avermi insegnato ad essere generosa e paziente e a condurre la vita attraverso l’amore. Mi sono innamorata di te a 13 anni e ora, 10 anni dopo, a 23 anni ti lascio alle spalle, ma non dimenticherò mai tutto quello che mi hai insegnato».

La bellissima Sophie Turner, interprete di Sansa Stark, “queen in the north

Se è vero gli attori si sono dichiarati tristi per la fine dello show, allo stesso tempo è da sottolineare come la maggior parte dei fan si sia dichiarata insoddisfatta per lo svolgimento di un’ottava stagione che ha lasciato più di qualche rammarico. Composta da soli 6 episodi (invece dei 10 che avevano caratterizzato le prime sei stagioni), l’ottava tranche della serie dei record da 47 Emmy Awards su 128 nomination dà la sensazione di non aver sortito l’effetto sperato. Ciò che si prova ascoltando la classica canzone firmata da Ramin Djawadi durante i titoli di coda è una sensazione di incompletezza, di troppi eventi da narrare rispetto al tempo a disposizione, di troppi intrecci narrativi lasciati aperti o chiusi frettolosamente. Sei ore per tre scontri, la Grande guerra contro il Re della Notte e gli Estranei, il conflitto decisivo ad Approdo del Re contro la regina Cersei e l’ultimo scontro contro una (folle?) Daenerys, sono veramente poche per dare il giusto spazio agli eventi. Chi si aspettava il grande colpo di scena nell’ultimo episodio è rimasto forse un po’ deluso.

La meravigliosa versione di “The rains of Castamere” firmata da Serj Tankian

Ciò che stupisce nell’ultima puntata è l’eccessiva prevedibilità degli eventi e la mancanza di un vero colpo di scena degno di Game of Thrones. Sì, perché anche la morte di Daenerys per mano di Jon Snow/Aegon Targaryen era ormai parte di un copione già scritto. In preda a una follia forse mai veramente affrontata al meglio (sembra quasi che tutto ciò sia una reazione istintiva alla morte dell’amica Missandei piuttosto che un tratto distintivo della famiglia Targaryen), la donna che aveva portato “Fuoco e sangue” su Approdo del Re ha chiuso il suo cerchio narrativo per mano del suo amato, portato all’estremo gesto da un Tyrion Lannister ormai conscio di aver preso le parti sbagliate del conflitto. Sebbene la follia e il delirio fossero il cammino profetizzato alla nuova regina di Westeros già da molti anni, forse si tratta di un tema talmente importante da meritare un’analisi e uno svolgimento più dettagliato.

Per ora tutto bene. I primi quaranta minuti tengono il fiato sospeso, lasciando lo spettatore sulle spine in ogni scena. Il ritrovamento dei corpi di Jaime e Cersei da parte del Folletto Tyrion, il rifiuto da parte di quest’ultimo di restare al fianco di una dittatrice ormai fuori di senno, la crudeltà dei Dothraki e degli Immacolati. Momenti che restano impressi nella mente.  A questo punto però, proprio quando sembra essere arrivata la scintilla destinata ad accendere il gran finale, tutto si placa in una calma piatta che ristagna fino all’ultima scena. Nessuno sguardo alla disperazione (possibile che non ci sia stato alcun ripensamento?) di Jon, imprigionato dagli Immacolati per il regicidio improvviso. Nessuna reazione da parte di Verme Grigio, nessuno sguardo al destino di Drogon dopo la morte della “madre”.

Troppa fretta, poco Game of Thrones.

Già, perché la serie si era distinta per un’analisi attenta, profonda e ragionata, per un ritmo e uno stile blando ma pronto ad accelerare all’improvviso e scioccare il mondo. Lo stesso Concilio che porta alla nomina di Brandon Lo Spezzato come sovrano dei Sette Regni pare una conclusione affrettata e sommaria. Perché dopo aver rifiutato il trono del Nord, l’ex Corvo a tre occhi ora accetta di buon grado il potere assoluto? Perché nessuno prende le parti di Jon Snow, nemmeno la sua amata famiglia Stark, mandato in esilio e costretto nuovamente a prendere il nero dei Guardiani della Notte?

L’elezione del nuovo re, “Bran the broken”

Il messaggio della serie, probabilmente, vuole essere questo: nonostante gli avvicendamenti per il potere, alla fine la vita è un circolo che si ripete, perché il mondo non vuole cambiare. Lo stesso tentativo finale di Samwell Tarly di instaurare una democrazia è la dimostrazione del fallimento del cambiamento, del fatto che la ruota del potere che Daenerys ha voluto spezzare per otto stagioni alla fine cambia solo rotazione, ma non può essere né fermata, tantomeno infranta. Le domande continueranno, le discussioni si accenderanno in ogni redazione, classe scolastica e universitaria, pub e bar, famiglia e comitiva, non facendo altro che dimostrare il grande successo che Game of Thrones ha avuto e continuerà ad avere negli anni a venire. Ormai non è più solo una serie, ma un evento culturale, destinato a lasciare traccia nel futuro dello spettacolo e della letteratura fantasy. Questa è la potenza di Game of Thrones: anche se il finale divide – forse soprattutto per questo – è e sarà in futuro la serie dei record. Amata o odiata, seguita o repulsa, tutti parlano di Westeros, tutti prendono le parti o degli Stark o dei Targaryen e Lannister.

Per citare i Guardiani della Notte, «ora la nostra guardia si è conclusa». Il Trono di Spade è alle spalle ma, aspettando gli ultimi libri e i prossimi spin-off, il lascito del genio culturale di George Martin è eterno.

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