Gajto mon amour

di Giulia Ghiglione

Gajto mon amour

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Gajto mon amour

di Giulia Ghiglione
3 minuti di lettura

Oggi vi parlo di “Strade di notte” e di “Ritrovarsi a Parigi”, due romanzi di Gajto Gazdanov. Devo essere sincera, prima dell’acquisto del primo dei due libri non avevo idea di chi fosse l’autore. Quindi il volume in questione è stato selezionato un po’ perché con i libri vado “a naso”, senza informarmi su autori, filoni e affini, ma anche un po’ perché erano anni che non mi confrontavo con un autore russo, e sì, essenzialmente volevo farmi del male.

Gajto però non mi ha travolta con verbosità esagerata e momenti di introspezione forzata, ma anzi mi ha accompagnata dolcemente in un paio di racconti tanto diversi quanto singolari.

Il primo, “Strade di notte”, è il racconto di un taxista della Parigi degli anni Trenta alle prese con la ricerca di un senso, anzi del Senso. Le conoscenze, i clienti che si susseguono, notte dopo notte, sono incipit variopinti, decine di potenziali sviluppi narrativi per sempre lasciati a metà. Il tassametro scandisce il tempo, l’auto arriva a destinazione e per il protagonista è già il momento di immergersi nella vita di un altro cliente.

Una moltitudine di realtà diverse che il protagonista sfiora: ex amanti di principi e conti cadute in disgrazia, prostitute rassegnate e nazionalisti fanatici sull’ orlo dell’esaurimento nervoso. Questo romanzo è uno spaccato della Parigi notturna, dei bar deserti, delle prostitute e dei pazzi. Dimentichiamoci pure la Parigi romantica de la vie en rose, perché quella che viene descritta qui è una città spietata. La capitale francese si riduce ad una serie di quartieri squallidi popolati da anime rassegnate.

La faccio breve, il nostro protagonista è un taxista, un depresso, un immigrato senza un soldo, interessato, ma mai troppo, alle persone in cui si imbatte, ai clienti, ai frequentatori del solito bar notturno. Un personaggio in grado di alternare momenti di estrema immedesimazione e compatimento a fasi di assoluta estraneità rispetto alla condizione di dolore e sofferenza che lo circonda. Il protagonista è un osservatore, un ascoltatore, un malinconico patologico, ma allo stesso tempo un distaccato che ha ormai accettato la morte. Da leggere se vi piacciono i personaggi emotivamente stitici.

E ora, cambio di look per il nostro Gajto che, con “Ritrovarsi a Parigi” cambia decisamente registro. Ci troviamo sempre a Parigi e il nostro protagonista si sveglia nella stessa condizione che ha cullato fino ad addormentare il protagonista del romanzo precedente.

Ammetto, ancora adesso non so se sia un caso o se l’ordine di lettura fosse tale da suggerire questo passaggio. I due romanzi non sono collegati, fanno riferimento ad epoche diverse, eppure.

Ma adesso torniamo al nostro protagonista. Pierre è un francese medio. Ha un lavoro onesto, fa il contabile in una piccola società, ha partecipato come soldato alla guerra per poi scappare e tornare a casa sua a Parigi. Ha una trentina d’anni e non si è mai sentito solo fino a quando sua madre, unico parente rimastogli, non muore di vecchiaia.

Sembra che per il nostro Pierre la vita non abbia in serbo né grandi gioie né grandi patimenti. Sembrerebbe trattarsi della storia di un galleggiamento, di un bagno in un brodo tiepido fino a che François suo vecchio amico, non lo invita a trascorrere le vacanze estive nella sua casa in Provenza.

È proprio qui che il giovane Pierre si imbatte in Marie. Eh no, non è la classica storia d’ammmore. Intanto la nostra amata Marie è una matta, non parla, vive come un animale e non ha memoria della persona che era prima di aver subito lo shock misterioso che è causa della sua retrocessione a “bestia”.

Ovviamente Pierre, quale grande intenditore di rinunce e decisioni auto inflitte, desidera porre rimedio alla situazione portando Marie, inerme ed in uno stato di incoscienza continua, nel suo bel appartamento parigino. Poco importa se l’essere umano di cui ha deciso di prendersi cura non accenna miglioramenti.

Questa non è una storia d’amore. È un racconto di forza, di perseveranza, di senso di colpa. Gajto ci stupisce e dietro quella che sembra la storia di una banale infatuazione da sindrome della crocerossina, nasconde riflessioni interessanti sulle seconde occasioni e sulle cose semplici e belle. Perché esistono.

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