Fury: “gli ideali sono pacifici, la storia è violenta”

di Chiara De Dominicis

Fury: “gli ideali sono pacifici, la storia è violenta”

di Chiara De Dominicis

Fury: “gli ideali sono pacifici, la storia è violenta”

di Chiara De Dominicis
3 minuti di lettura

Gli War Movie americani ci sembrano sempre un po’ tutti uguali; dopo “Salvate il soldato Ryan” non so se ve ne siano stati altri all’altezza e il rischio di cadere nella banalità o nel pesante è sempre in agguato. Quando però mesi e mesi fa ho visto il trailer di Fury ho voluto dargli una chance, complice la presenza di Logan Lerman (Noi siamo infinito).

E finalmente eccolo qui, seppur in leggero ritardo.

Nella Germania del 1945, ultimi giorni di guerra, un carro armato degli Alleati avanza per presidiare un crocevia strategico; gli Americani sanno di aver vinto, ma i Tedeschi sono ancora un osso duro. Il nostro carro è guidato dal sergente Don Collier, il fu bastardo senza gloria Brad Pitt, e i suoi uomini: il conducente Gordo, messicano (nota di servizio volta a farci ricordare che gli americani sono un popolo multietnico, ndr), l’irrequieto e animalesco Coon Ass e il religiosissimo Shia LaBeouf. E infine un ragazzino, Norman, inesperto dattilografo finito a rimpiazzare un mitragliere caduto nell’ultima battaglia; uno che non sa nemmeno impugnare un fucile e che trema al pensiero di dover colpire ragazzi della sua età.

I membri della squadra rispecchiano un po’ gli standard già visti, basti guardare la figura del sergente Pitt, violento, determinato, pronto a sacrificare la sua vita pur di non lasciare la sua postazione, ma allo stesso tempo leale e umano.

Il regista David Ayer ripercorre tutti i tratti tipici del kolossal di guerra: le grandi battaglie, l’agonia dei bambini e dei civili, brandelli di carne che esplodono in aria, e con una piccola nota di romanticismo che fa capolino a metà del film; una signora tedesca e la sua giovane cugina accolgono in casa il sergente e il ragazzino, facendoci per un attimo ricordare, o sperare, che qualche briciolo di umanità potesse sempre farsi largo tra il sangue.

C’è la crudezza della guerra, coi suoi spari, le sue pelli massacrate, le sue cicatrici e i suoi volti segnati. Non ci sono corpo a corpo, non ci sono trincee.

C’è un che del romanzo di formazione: il tipico novellino che entra nelle armi, che all’inizio è un po’ come lo spettatore di turno spaventato e inerte, fino a diventare l’uomo che sposa lo spirito della guerra allontanandosi dalla superflua compassione. Il sergente Pitt accoglie Norman con il solo avvertimento di sparare e non affezionarsi a nessuno; ma non si può non dare la vita per i propri compagni di squadra, come ogni war movie ci ha insegnato.

Spesso i soldati canticchiano che il loro “è il lavoro più bello che c’è”; e così i compagni diventano fratelli, e il carro armato diventa una vera e propria casa dove ci si può sbronzare o recitare passi della Bibbia, dove si ricaricano i fucili, ci si nasconde, dove le mura vanno ripulite dal sangue. Ed è forse lui il vero protagonista del film, il gioiellino di quasi 60 tonnellate da difendere fino alla morte. Si sente molto in questo film il parallelismo tra il dentro e il fuori, il progredire tra la Grande Storia al di là dal carro armato, e le storie dentro, nel cuore. Il suo nome di battaglia, guarda caso, è Fury.

Il New Yorker, che l’occhio critico non è che non l’abbia, lo ha definito non solo “literally visceral”, cosa che ogni film di guerra effettivamente è (ovviamente con il rischio di cadere nel trash dietro l’angolo), ma anche “near the top” dei grandi war movies.

Alcuni dicono che sia il miglior film del genere degli ultimi 30 anni, ma qualora la trovaste esagerata come affermazione, vi consiglio di dargli una possibilità per inserirlo almeno nel vostro ranking degli ultimi 10 di anni.

di Chiara De Dominicis

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