Ucraina, la Russia
perde terreno

Fronte Ucraino: la Russia perde terreno

Gli ultimi importanti aggiornamenti dal fronte

di Simone Pasquini

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Fronte Ucraino: la Russia perde terreno

Fronte Ucraino: la Russia perde terreno

di Simone Pasquini
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Dopo diverse settimane relativamente tranquille, sul fronte ucraino la guerra di logoramento ha nuovamente lasciato il posto ad azioni di particolare intensità e ferocia. Nel corso degli ultimi due giorni le forze russe nel nord-est e nel sud del Paese si trovano a fronteggiare una situazione particolarmente critica. Le operazioni sono ancora in corso e le prossime ore potrebbero riservare interessanti sorprese.

La prima e più importante novità sta avvenendo nei dintorni della cittadina di Izyum, a poco più di un centinaio di chilometri a sud est della periferia di Kharkiv. In seguito ad una notevole offensiva ucraina in questo settore, le truppe russe sono state costrette ad abbandonare una grande porzione di territorio in quella che è a tutti gli effetti configurabile come una ritirata generale.

Sebbene gli organi ufficiali di Mosca, a molte ore di distanza, abbiano presentato questi sviluppi come un semplice riassestamento del fronte, numerose testate russe hanno presentato la battaglia in corso di esaurimento come una vera e propria sconfitta. Il cuneo offensivo ucraino, composto inizialmente da fanteria e trasporti corazzati e perciò particolarmente agile e veloce, già nella notte di giovedì scorso è riuscito a spezzare in due le linee russe fra Kharkiv e Izyum, penetrando a fondo nelle retrovie e minacciando le linee di rifornimento e comunicazione dell’intero settore.

Per evitare di essere prese alle spalle ed accerchiate, le truppe russe a nord e a sud hanno dovuto abbandonare le proprie posizioni e lasciare il terreno agli ucraini.

La mappa del fronte

Ma se nei dintorni di Kharkiv la ritirata sembra essere stata tutto sommato ordinata, nei dintorni di Izyum numerosi riscontri mostrano una situazione ben diversa: numerosi mezzi corazzati di vario genere sono stati abbandonati dai russi in fretta e furia nel timore di essere raggiunti dagli ucraini prima di riuscire ad attraversare il fiume Oskil, molti chilometri ad est della città.

Nel tentativo di rallentare le forze ucraine – obiettivo parzialmente riuscito data la mancanza di quel momento per i soldati di Kiev del supporto delle truppe corazzate – i russi hanno lasciato di retroguardia un velo di truppe di seconda scelta e miliziani delle repubbliche separatiste, i quali sono ciò non di meno stati travolti dagli ucraini, i quali reclamano più di 1.000 nemici eliminati.

Valutare l’esatto numero di perdite da ambo le parti è alquanto difficile in questo momento (e dare credito alle cifre fornite dagli organi ufficiali di Stato non è mai buona norma), ma sono comunque ben chiare le implicazioni sul breve termine. A meno che i russi non dispongano di una notevole forza di riserva da lanciare al contrattacco, il nuovo fronte si dovrebbe riassestare lungo il corso del fiume Oskil, pericolosamente vicino alla frontiera russa.

Contestualmente, nei dintorni di Kherson, all’estremità meridionale del Paese, è da alcuni giorni in corso una speculare offensiva ucraina, la quale sembra stia riuscendo a respingere quasi del tutto i russi al di là del fiume Dnepr, seppure al prezzo di pesanti perdite di uomini e materiali.

Anche su questo fronte, dunque, la situazione non si sta mettendo per niente bene per Mosca, in quanto Kherson ed i ponti sul Dnepr costituiscono la porta di ingresso alla Crimea occupata. In entrambi i casi ci troviamo di fronte all’inevitabile effetto di quello da molti osservatori è stata indicato come il più grande limite della Russia dall’inizio del conflitto, ovvero il mantenere un numero insufficiente di forze su un teatro di operazioni così vasto.

Questo fattore, unito ad una situazione logistica estremamente precaria, si è più di una volta dimostrato decisivo sia nel frustrare le manovre offensive delle truppe di Mosca, sia, come in questo caso, nell’oggettiva difficoltà di tenere salda una porzione di fronte nel caso di una massiccia offensiva ucraina. Contrariamente alle valutazioni degli strateghi del Cremlino, il trascorrere dei mesi di guerra è andato a favore di Kiev, che dopo la mobilitazione generale ed i massicci aiuti dei paesi NATO dispone degli uomini e dei mezzi necessari per operazioni sempre più audaci.

Al contrario, la Russia, nel tentativo di mantenere basso l’impatto della guerra sulla politica e l’economia in patria, non fa altro che ostinarsi a portare avanti il conflitto con mezzi insufficienti.

Al momento è ancora troppo presto per valutare gli effetti di lungo termine, ed è bene continuare a monitorare gli sviluppi di una offensiva che non appare ancora del tutto conclusa.

L’eventualità di un intervento ucraino sul suolo russo divide gli esperti, i quali prospettano principalmente due scenari: questa sonora sconfitta (perché è di questo che stiamo parlando), astrattamente capace di trasformarsi in una vera e propria debacle sul campo, potrebbe avere un impatto molto forte sulla leadership di Mosca e sull’opportunità di continuare la guerra, magari spingendo i Russi nuovamente al tavolo delle trattative (sebbene lo stesso Zelensky si sia detto poco propenso a riaprire i colloqui in un momento dove è Kiev che sta dominando il campo).

In alternativa, questo grave frangente potrebbe portare ad una rinnovata compattezza nell’opinione pubblica russa, da anni nutrita di retorica nazionalista da un regime che da questo punto di vista può attingere ad una lunga tradizione zarista e sovietica.

Tuttavia, in quest’ultimo caso, si renderebbe necessaria anche in Russia una mobilitazione generale dei cittadini abili e coscrivibili, con la necessaria conseguenza di dover chiamare l’operazione speciale per quello che è, ovvero una vera e propria guerra, e che per di più si sta perdendo. Per Putin si fa sempre più vicino il momento in cui dovrà prendere quel tipo di decisione che può decidere il destino di un uomo e di un regime.

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