Frida Kahlo: il Caos dentro

di Ludovica Tripodi

Frida Kahlo: il Caos dentro

di Ludovica Tripodi

Frida Kahlo: il Caos dentro

di Ludovica Tripodi
3 minuti di lettura

La domenica è un ottimo giorno per decidere di visitare una mostra ed io domenica scorsa (20 ottobre) ho scelto la mostra “Frida Kahlo, il Caos dentro”, che dal 12 ottobre fino al 29 marzo animerà gli ambienti dello Spazio Eventi Tirso (SET) a Roma.

Pochi elementi mi hanno colpito, molti altri mi hanno davvero delusa.

Meravigliosa, a mio avviso, la scelta del titolo. Il Caos dentro, il caos che ha preceduto la creazione, il caos il mezzo attraverso il quale è possibile creare bellezza ed arte.

Diego Rivera e Frida Kahlo hanno conosciuto il caos. Diego Rivera e Frida Kahlo hanno conosciuto il dolore fisico, il dolore emotivo causato dalla perdita della persona amata, l’insoddisfazione sociale e l’“esilio” a causa di idee politiche “rivoluzionarie”, ma, nonostante ciò, si sono donati con passione alla vita e sono la prova che il caos umano può diventare una meravigliosa opera d’arte.

Visitare la sala dedicata alle fotografie di Diego e Frida è stato un momento, forse l’unico, di forte emozione. Le immagini scattate e rubate da Leo Matiz, fotografo nato ad Aracataca in Colombia, la Macondo descritta da Gabriel Garcia Marquez nel suo capolavoro “Cent’anni di solitudine”, hanno il pregio di osservare la realtà con interesse e rispetto, dando dignità alla solitudine, alle fragilità e all’umanità dei soggetti, con il merito di restituire valore al quotidiano e all’ordinario.

Frida Kahlo, foto di Leo Matiz

Apprezzabile anche il tentativo di immergere il visitatore nella realtà di Coyoacán, Città del Messico, trasportandolo, tramite la riproduzione delle stanze e del caratteristico giardino, all’ interno di “Casa Azul”, casa natale di Frida, trasformata nel suo nido d’amore con Diego e luogo di manifestazione del suo “surreale” talento artistico. Commoventi le appassionate lettere autografe e le pagine di diario di Frida ed i suoi oggetti personali, altro aspetto positivo in cui imbattersi in questo particolare percorso espositivo patrocinato dalle Ambasciate di Messico e Colombia, dal Detroit Institute of Art-USA e dalla fondazione Leo Matiz, curato dal Professor Sergio Uribe.

Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera

Tutto il resto è ciò che, a mio parere, una mostra non dovrebbe essere. Puro estetismo, privo di contenuti reali, con il multimediale che prende il posto del reale, quando esso dovrebbe essere solo un modo diverso di approcciarsi al reale, diventando un mezzo non certo il fine.

Ciò rende il percorso espositivo fortemente ed eccessivamente didascalico, obbligando il visitatore ad immergersi in un mondo virtuale, quando ciò di cui egli ha realmente bisogno è godere del surreale mondo di Frida e Diego, di apprezzare la loro arte ed il loro folle amore. Di tentare di immergersi nel calvario di Frida, caratterizzato dalla sublimazione del dolore che diventa bellezza e nel mondo dello sconclusionato Diego, che come in tutte le più belle storie d’amore, diventa ciò di cui Frida non riesce a fare a meno.

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