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Potremmo dire che Francesco Piccolo è sceneggiatore e scrittore. Che ha vinto il Premio Strega 2014 con “Il desiderio di essere come tutti“. Potremmo citarvi tutto quel materiale cinematografico, televisivo e letterario che ha contribuito alla vostra cultura e che ha lui come artefice. E invece scegliamo di darvi quello che lui ha dato a noi in un pomeriggio romano, senza i filtri delle etichette. Aggiungete a queste parole di carta digitale una voce profonda, circondatela di libri e matite in ogni spazio che vi resta. Accomodatevi sui suoi angoli di prospettiva. Ritrovatevici, sentitevi a casa.

S: Inizio questa intervista con una personalizzazione, essendo anch’io di Caserta. Se fosse rimasto tra via Mazzini e Corso Trieste, chi sarebbe oggi Francesco Piccolo?

Proprio per non saperlo me ne sono andato. Nel senso che evidentemente ad un certo punto avevo bisogno di non essere quella persona che stava tra via Mazzini e corso Giannone.

Sono valutazioni che faccio a posteriori perché me ne andato per un motivo preciso, cioè perché avevo un lavoro a Roma. Avevo conosciuto ad un corso di scrittura Daniele di Gennaro e Marco Cassini, insieme decidemmo di fare una rivista, Minimum fax. Dopo loro sono diventati soci, io volevo fare lo scrittore, non l’imprenditore, quindi continuai con l’editing, la traduzione, la scrittura. Dicevo che dovevo andare a Roma per questo motivo. Avevo voglia di andarmene da un po’, io a Caserta ci stavo bene ma era una vita un po’ a metà, uscivo a fare casino e poi a casa mia facevo lo scrittore, da solo e di nascosto. Quando sono venuto a Roma queste due persone sono diventate una sola e finalmente mi sono reso conto che quello che stava a Caserta era comunque una persona divisa.

Il posto che mi ha fatto diventare una persona, attaccando queste due metà, è stato Roma.

Ho iniziato con qualcosa che mi riguardava, ora non vorrei lo si pensasse anche per la domanda che sto per farti. L’immaginario erotico del maschio meridionale qual è? Tu con La separazione del maschio hai distrutto l’ideale di amore romantico o lo hai reso umano, fallibile, e forse senza alternative?

È il mio libro più controverso. C’è chi lo ritiene un libro che distrugge e chi un libro con cui ci si identifica. In realtà poiché si parla del maschio viene preso come uno che si scopa chiunque incontri. Invece è uno che ha delle relazioni sentimentali che durano anni, solo che ne ha diverse. Questo lo rende contemporaneo: non è il Lando Buzzanca, l’Albertone, il merlo maschio italiano che vuole scopare. È uno che fonda relazioni, poi sperimenta per poterle fondare.  È una specie di OGM dell’amore erotico e romantico. Riesce ad essere amore romantico, per certi aspetti più potente perché fonda la sessualità sul rapporto, costruisce la storia sul tempo, il che vuol dire interessarsi, vivere insieme, condividere felicità. Ma alla base c’è una forte sessualità. Tutto questo secondo me è possibile che faccia più danni di Lando Buzzanca perché in fondo la storia del maschio è fatta di divisione tra romanticismo e sesso: gli uomini si sposavano e andavano a puttane, così non facevano danni a nessuno dal punto di vista dell’amore. Questo era accettato perché erano cose separate. Se invece non le si separa e si ritiene che amore e sesso stiano sempre insieme, è cosa più nobile e seria, ma anche più dannosa.

 

Nella stima peritale che gli assicuratori fanno per la determinazione del risarcimento per la perdita di un familiare, come raccontato ne Il capitale umano, quale voce inseriresti?

Oddio, questa è domanda difficilissima. Secondo me sì potrebbe inserire il peso che questa persona ha nella vita delle altre persone. Il peso di felicità. Cioè quanta felicità riesce a dare ad altre persone.

 

Alla coreana, da sotto con l’effetto è la battuta di pallavolo che in Habemus papam Nanni Moretti insegna ai cardinali nella partita di pallavolo dopo il conclave. Sembra la rappresentazione dell’aspetto più teneramente umano della inadeguatezza che piccoli vive con sofferenza. Di fronte alle inadeguatezze, dimettersi o scendere in campo e battere alla coreana senza effetto?

 

Quello che è importante per me è l’inadeguatezza. Poi quali siano le conseguenze e quali soluzioni ci siano mi interessa poco. Penso sia questo il compito dello scrittore. Credo ci sia un genere di scrittori e di libri risolutivo, ti dici “questo mi ha risolto i problemi”. Altri che ti mettono un sacco di problemi: ecco questo è il genere di film che vedo e di libri che leggo e che mi piacciono. Quello che volevamo raccontare era questo, l’inadeguatezza ad un compito. Abbiamo pensato a quale fosse il più grande compito e quindi quale la più grande inadeguatezza. Non voglio rispondere con una soluzione. Dire “io non ce la faccio” ritengo sia un atto di grande umanità.

Rispetto alla premessa che hai fatto, penso ci siano persone che escono dal cinema con risposte anche rispetto a film che pongono domande, altre con domande anche rispetto a film risolutivi.

Chi scrive deve essere una persona che racconta e non che risolve, non che ha una tesi, ma che ama i personaggi meno belli, come nei film di Virzì che abbiamo scritto. Per me questo ha riguardato soprattutto il cinema, perché scrivo dei libri che riguardano me, o comunque una autobiografia vera o finta, quindi essere autodenigratori è il minimo.

Ne Il Capitale umano, nonostante la frase finale, “Voi avete vinto rovinando l’Italia”, noi abbiamo scritto il personaggio di Gifuni o Bentivoglio, così controversi, con lo stesso amore di tutti gli altri. Avere una posizione significa avere un giudizio e invece bisogna amare i personaggi.

Quanto difficile è stato amare i personaggi de Il caimano?

Appunto. Dire che alla fine Nanni Moretti faceva il Caimano significava prendersi carico personale di tutto questo.

 

Lo sceneggiatore scrive un’idea, poi la sua concretizzazione è problema di altri. Sembra un po’ l’incedere della sinistra, enuncia diritti e poi quando deve realizzarsi o delega altri o cambia percorso, perché “non ci sono gli attori, non si trovano i posti, la battuta non riesce bene, il film così non farebbe soldi”.

 

Se uno si rifiuta di pensare alla politica come una cosa da mettere in atto ma la pensa solo come idea che più è vergine e più non è sverginabile, più si conserva pulita, è totalmente fallimentare. Se ci si pone sempre nel punto più lontano dal potere, si attraversa la vita in maniera perfetta, le idee non vengono mai messe alla prova, saranno sempre le migliori: non cambia il mondo, ma può dare la colpa al mondo. Fare politica concreta rende più fragili e compromissori, fa ottenere risultati parziali ma quella è l’unica cosa vera e determinante. Lo dimostra il fatto che noi di sinistra siamo sempre delusi da come governano quelli che abbiamo amato, ci sembra sempre che abbiano fatto pochissimo. E non è vero. Il problema è che mettere le idee al servizio della politica significa renderle parziali, realizzarle attraverso le possibilità che si hanno. La sinistra ha sempre vissuto la sua esistenza nel tentativo di sottrarsi alle responsabilità e quando è venuto il momento ha preso le distanze, pronta a dire “questi non c’entrano con noi, noi siamo un’altra cosa”. C’è un modo di rimanere fantastici e puri, poter dire “io sì che avrei cambiato le cose”. La sinistra italiana tenta di dimezzarsi continuamente per continuare a dire cose che hanno l’obiettivo di non essere messe in atto. Il suo spavento è questo: se mettiamo le nostre idee nel paniere della realizzazione, non saranno così come erano prima e questa cosa è inaccettabile.

Essere un Paese riformista significa avere grandi ideali e filtrarli attraverso le possibilità.

Fino al delitto Moro si è tentato di governare, Berlinguer diceva che per cambiare il Paese bisognava mettere in atto le proprie idee e per farlo era necessario farlo con l’opposizione, quindi farlo parzialmente. Con il delitto Moro si è affermata l’idea della diversità, diffusa poi in modo frustrato, ma questa era l’idea che tutti avevano, quando in piazza piangevano la morte di Berlinguer. Si è iniziato a pensare che essere diversi, non essere come gli altri e non mischiarsi al resto del Paese fosse essere di sinistra. Come diceva Pasolini, “un piccolo Paese in un grande Paese”, ma voleva intendere anche che era un Paese recintato. E in questa recinzione si continua a restare e chi prova a romperla non ne fa parte.

 

Meridionale, comunista, intellettuale. Sono tre aggettivi che più dei loro opposti sono usati con una accezione totalizzante. Non sono solo una localizzazione geografica, una tendenza politica, una professione. Sono, a mio parere, un modo di vivere le passioni. Anzi, un modo appassionato di vivere.

Meridionale, comunista e intellettuale sono, se ci aggiungo maschio, le questioni di cui mi occupo quando scrivo. Non sono caratteristiche che posso fermare, cristallizzare e giudicare, sono il mio moto perpetuo e il mio tormento. Sono le cose in cui sto, i miei vestiti, neppure posso dire che ci sto bene o male.

 

P: Rispetto alle cose che hai scritto e sceneggiato intravedi un disegno, qualcosa che, alla fine, deve lasciare agli spettatori o lettori un’idea, un’immagine?

Spero di non averlo neppure tra trent’anni. Una delle cose che mi fa più paura è essere consapevole di essere qualcosa. Nel momento in cui si sa di star rappresentando qualcosa, star andando verso qualcosa, un po’ si muore.

È il grande mistero di ogni campo artistico: c’è per molti un momento in cui si fanno cose brutte e ci si chiede perché. La risposta che mi do io è che, quando si riparte dal via, come al monopoli, ci si gioca tutto. Se non si riparte dal via perché ci si è resi conto di quello che si fa o che si sa fare, si decide di ripeterlo e quindi non lo si fa più in maniera naturale, ci si dice “io sono quella cosa là”.

L’impressione, da lettore, è che spesso si vedono scrittori, che, appena raggiungono una consapevolezza, che non dovrebbero raggiungere, iniziano a scrivere quello che da loro ci si aspetta.

Chi fa un lavoro creativo, che di per sé è una incognita, corre questi rischi.

Io la mattina qui non faccio una cosa tanto diversa da quella che facevo a sedici anni a Caserta, quando non pensavo ci fosse la minima possibilità di fare lo scrittore. Cioè stare dentro una cosa che mi piace tantissimo, che impiego tempo ad attraversare: la differenza è che ora sono più legittimato, a prescindere da riconoscimenti di ogni tipo. A sedici anni temevo potesse entrare qualcuno e dirmi “che stai a fa’, o esci o ti metti a studiare”.

Puoi fare la cosa più fica del mondo, sei il più fortunato del mondo per poterla fare: è fare quella cosa, e non il risultato, il vero valore.

Ovviamente questo ha la stessa possibilità di produrre una cagata nei prossimi mesi uguale a quella di coloro che dicono “sono diventato un maestro”. Non ci si può salvare perché non te ne puoi rendere conto. Se io scrivo un film e poi voi lo andate a vedere, abbiamo due giudizi diversi. Quando io vado al montaggio, non vedo un’opera d’arte: vedo la corrispondenza tra quello che volevamo fare e quello che abbiamo fatto. Il giudizio di chi è in sala è diverso: perché hanno pensato a ‘sta cosa? O l’hanno pensata così fin dall’inizio o così è diventata: o questo volevano fare, cioè una stronzata, o così è andata.

 

Ecco, così per questa intervista. Potrete pensare “che è ‘sta cosa? L’hanno pensata così fin dall’inizio, cioè una stronzata, o così è andata?”, ma noi, mentre la facevamo, pensavamo fosse in quel pomeriggio la cosa più fica al mondo, per cui eravamo i più fortunati al mondo. 

Francesco Piccolo ci suggerirebbe essere il nostro momento di trascurabile felicità.

 

di Sabrina Cicala e Pietro Maria Sabella, all rights reserved

 

La cosa più fica al mondo. Un pomeriggio con Francesco Piccolo ultima modifica: 2018-01-05T09:24:00+00:00 da Redazione

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