FLUID JOURNEY: UN VIAGGIO TRA LUOGHI IN DIVENIRE

di Maddalena Crovella

FLUID JOURNEY: UN VIAGGIO TRA LUOGHI IN DIVENIRE

di Maddalena Crovella

FLUID JOURNEY: UN VIAGGIO TRA LUOGHI IN DIVENIRE

di Maddalena Crovella
2 minuti di lettura

Dal 2 marzo al 13 maggio, gli spazi del Pastificio Cerere ospiteranno Fluid Journey, una mostra che apre le frontiere e propone un itinerario multiculturale in cui emerge la mutevolezza del concetto di spazio. Il progetto, a cura di Silvia Litardi, si propone di indagare le sfumature di significato assunte dalla dimensione fisica, in relazione al punto di vista dell’artista e alla negoziazione tra culture diverse.

fluid journeyL’idea degli artisti Younes Baba-Ali, Julian D’Angiolillo, Maj Hasager, Ibrahim Mahama, Anna Raimondo è di indossare i panni di uno straniero che nell’incontro con una cultura autoctona, diversa dalla propria, attiva uno sguardo trans-locale e individua punti di contatto e lontananza con la realtà osservata. In questo processo di contingenza tra mondi lontani, le sfumature di significato assumono una grande importanza e si sovrappongono tra loro producendo un senso di straniamento.
Fluid Journey è il tentativo di racchiudere in una cornice concettuale il lavoro di un gruppo di artisti che, con il loro operato, si comportano come spazio-analisti. Al centro dell’esposizione sembra dominare, infatti, la teoria socio-spaziale di Henri Lefebvre secondo cui diviene fondamentale conferire “priorità allo spazio come un punto di vista interpretativo sul mondo” in quanto campo di forze dove ogni componente agisce e partecipa a determinare le caratteristiche di un’identità locale.
La diversità, centro nevralgico del progetto, percorre l’esposizione sia nel significato complessivo che nella forma. Fluid Journey, infatti, è fluid journeyanche un viaggio trans-mediale che apre uno spaccato sulla civiltà servendosi di fotografie, collage, installazioni e videoproiezioni. Un modo alternativo di percorrere strade e persone.

Assistiamo alla costruzione di “Antropolis” nella Repubblica Argentina, attraversiamo l’EUR inseguendo le storie della comunità filippina di Roma, acquisiamo coscienza del non-detto su una tragedia geopolitica che si consuma in Etiopia, ai danni delle comunità locali. Un sacco di juta, simbolo delle economie post-coloniali, attualizza la condizione delle popolazioni sulla costa occidentale del continente africano e la voce di Anna Raimondo, perpetuata goccia dopo goccia, ripete come un mantra: “Mediterraneo, Mediterraneo, Mediterraneo…” fino a con-fondersi con l’acqua del mare che bagna tutti i confini.

La cultura occidentale e quella orientale si combinano in un insieme eterogeneo di immagini e suoni dove ogni identità osserva l’altra, influenzandola spesso inconsciamente. La natura del confronto porta alla riflessione sul duplice effetto causato dalla compresenza di più culture nello stesso spazio: se da un lato la portata, spesso devastante, dei modelli culturali rivoluziona le radici e le tradizioni di un popolo, dall’altro l’arricchisce di elementi nuovi e utili che non erano mai stati considerati.
I luoghi attraversati assumono così le caratteristiche di “ethnoscapes” dove la località ridefinisce le matrici della composizione culturale o, più semplicemente, il dato paesaggistico. La mostra stessa, come suggerito dal titolo, è un viaggio fluido tra opere che ridisegnano una possibile cartografia del mondo, per alcuni aspetti incompleta e mutevole dove ogni identità, anche la nostra, è soggetta al continuo divenire.

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