Felicità e disuguaglianze – Amartya Sen al Festival delle Scienze di Roma

di Redazione The Freak

Felicità e disuguaglianze – Amartya Sen al Festival delle Scienze di Roma

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Felicità e disuguaglianze – Amartya Sen al Festival delle Scienze di Roma

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di Marina Solimine All rights reserved

“La felicità è come una farfalla: se la insegui, non riesci mai a prenderla; ma se ti metti tranquillo, può anche posarsi su di te”: con queste parole di Nathaniel Hawthorne viene illustrato il tema del Festival delle Scienze 2013 dell’Auditorium Parco della Musica di Roma (17 – 20 gennaio), giunto ormai alla sua ottava edizione: la felicità, appunto.

Tutti sembrano voler affrontare, con una varietà di approcci, l’impegnativo viaggio della ricerca della felicità. Una ricerca condotta a livello prettamente scientifico – andando dalle neuroscienze alla chimica –, ma anche religioso, psicologico, antropologico, sociologico, economico, letterario, filosofico e così via.

Il Festival delle Scienze di quest’anno ha come scopo proprio quello di indagare lo studio ed il raggiungimento della felicità secondo diverse ottiche, spesso apparentemente distanti fra loro, mettendo in luce il carattere individuale ed al contempo sociale – per non dire pubblico – di questo misterioso quanto affascinante fenomeno che è la felicità.

Tutto ciò è stato fatto attraverso dibattiti, incontri, caffè scientifici, lectio magistralis, mostre, spettacoli etc. cui hanno partecipato illustri filosofi, scrittori, scienziati, storici ed intellettuali del panorama italiano ed internazionale. Per citarne alcuni: Mark Williamson, direttore di Action for Happiness, e Sonam Phuntsho del Centre for Bhutan Studies, hanno inaugurato il Festival, tentando di spiegare in che modo sia possibile misurare la felicità.

Continuando su questa linea, John Helliwell ha illustrato la ‘geografia della felicità’, grazie al suo World Happiness Report (curato insieme a Richard Layard e a Jeffrey Sachs per l’ONU), in cui vengono messi a confronto i dati sulla felicità e le sue cause in 150 paesi. Darrin McMahon, invece, si è occupato dell’aspetto storico del tema del Festival.

Per quanto riguarda, poi, l’analisi socio-politica della felicità, Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro, hanno chiarito i legami fra questa e la democrazia. È stato inoltre analizzato il piacere, quale fonte di felicità, a partire dall’aspetto chimico e cognitivo – analizzando anche l’effetto placebo – , passando per quello psicologico e comportamentale, fino ad arrivare al collegamento con la sessualità e l’arte culinaria, grazie ad esperti come David Linden, Paul Bloom, Shimon Edelman, Daniel Nettle, Davide Coero Borga, Carmelo Chiaramonte ed altri.

Per la conclusione del Festival, si è pensato di discutere, insieme a Juliet Schor e Lauren Anderson, della filosofia del consumo e della sua eventuale capacità di soddisfarci. Non poteva, infine, mancare un momento di divertimento all’interno di quest’evento che si era proposto di trattare un tema così importante e profondo come la felicità: la blogger Sora Cesira, infatti, si è esibita in uno spiritoso spettacolo dal vivo.

Ospite d’eccezione dell’ottava edizione del Festival è stato Amartya Sen, che la sera del 18 gennaio, ha conquistato il pubblico dell’Auditorium con il suo intervento, incentrato sul concetto di felicità come indicatore economico, sintomatico della qualità di vita di un individuo e di un popolo.

Il premio Nobel 1998 per l’Economia ha subito suscitato ammirazione e simpatia nel pubblico, chiedendo che venisse illuminata tutta la sala, in modo tale da poter vedere i volti dei presenti; a Luigino Bruni – che aveva il compito di introdurlo e di moderare il dibattito finale – ha chiesto: “Non chiamatemi Dottor Sen, va un po’ meglio Professor Sen, ma ancora meglio è Amartya Sen”.

Tra una battuta e l’altra (compresa l’autoironia sui movimenti delle gambe per aiutare la circolazione durante il discorso, tenuto interamente in piedi), il quasi ottantenne Sen (che nella classifica degli intellettuali più influenti al mondo del Guardian figura al secondo posto), ha dato piena dimostrazione del detto: “Un economista che è solo un economista è un cattivo economista”.

Egli, infatti, ha allargato le frontiere dell’economia, inserendo in questa disciplina concetti e domande che fino ad allora ne erano esclusi ed ai quali, invece, egli ha dato un contributo fondamentale: i diritti delle minoranze, le disuguaglianze, la welfare economics, la teoria dell’uguaglianza e della libertà, le capabilities, e – last but not least – la nozione di well-being. Con la sua analisi di questo concetto e la teoria dei funzionamenti, il Premio Nobel si allontana da quelle teorie che privilegiavano gli aspetti soggettivi del benessere economico (inteso come felicità data dall’appagamento dei desideri), come ad esempio l’utilitarismo di Bentham, per giungere ad un’analisi delle dimensioni oggettive e ‘fattuali’ del benessere e della felicità, che appaiono molto più vicine alle idee di Aristotele e di John Stuart Mill, ad esempio.

Aprendo il suo intervento con una citazione dantesca (Purgatorio, Canto XII, vv. 95 -96),

o gente umana, per volar su nata,

perché

a poco vento così cadi?

al fine di evidenziare il contrasto fra le grandi cose che gli uomini possono realizzare e la misera vita cui alcuni esseri umani sono costretti, Sen ha sottolineato come la vulnerabilità e la felicità del genere umano dipendano dalla natura della società nella quale si vive.

L’economista indiano ha voluto – sin da subito – dare un taglio assai concreto alla sua conferenza, rivolgendo la sua attenzione alla recente crisi europea, causa di infelicità e miseria; appare ovvio, agli occhi del Premio Nobel, quanto siano importanti le istituzioni finanziare, i mercati e le autorità statali e regionali in questo “disastro” che sta attanagliando l’Europa e che fa risaltare la rilevanza del ruolo della felicità nella vita sociale e non soltanto in quella dei singoli.

A tal proposito, Sen ha suggerito dei titoli che sarebbero stati forse più adatti al suo intervento: “Felicità e istituzioni sociali” o, meglio, “Infelicità ed istituzioni europee”.

La crisi economica è un fenomeno che divide molto le persone e, com’è accaduto recentemente in Europa, può generare indignazione (qualcosa che può essere condiviso – dice Sen – al contrario della miseria), che è infelicità in senso lato.

Ciò è dovuto, nella sua ottica, al fatto che i piani di salvataggio sono stati mal congeniati e che tutti – o quasi – si sono arresi all’idea che all’austerity fosse l’unica soluzione possibile; lì dove non c’è stato un sostegno concreto a queste politiche, l’opposizione è stata però molto blanda (si guardi al Partito Laburista inglese), sebbene la maggior parte degli esponenti di destra e di sinistra si siano dichiarati – il più delle volte – contrari all’austerity.

Nel corso del dibattito sviluppatosi successivamente alla conferenza, è stato innanzitutto ricordato da Luigino Bruni che in Italia l’economia nasce nel Settecento come scienza della felicità pubblica, cosa che forse è stata recentemente dimenticata.

A chi ha chiesto al Premio Nobel cosa pensasse degli indicatori della felicità, è stato risposto che è assai complesso cercare di trasformare una realtà in un numero, poiché nessun indicatore può catturare il benessere di una persona; sebbene imperfetti, però, questi indicatori possono essere utili: si pensi ai criteri utilizzati per calcolare lo HDI (Human Development Index pubblicato dall’UNDP -United Nations Development Programme), strumento che permette di descrivere una realtà che vada al di là della ‘fotografia’ fornitaci dal PIL.

Interessanti, poi, sono state le risposte di Amartya Sen a quanti gli chiedevano un commento, un’analisi della presente situazione europea ed italiana: per l’economista è evidente il fallimento del ragionamento pubblico e l’indebolimento della democrazia causato dal potere decisionale delle agenzie di rating, dei mercati, delle banche etc..

Rifacendosi a quanto già detto a proposito dell’austerity, poi, il Premio Nobel ha sottolineato anche come l’affidarsi a questo tipo di politiche derivi da un ragionamento semplicistico che porta a credere che questo sia l’unico modo per ridurre il deficit di un Paese, mentre è ovvio che i tagli portano ad una diminuzione dei consumi e, quindi, della crescita, il che non può certo aiutare a ridurre il deficit.

Per Amartya Sen la soluzione a questa crisi europea ed italiana si traduce in un cambiamento delle politiche europee ed in un ripensamento dell’economia, per aiutare non solo paesi come la Grecia, la Spagna, l’Italia, il Portogallo, ma l’Europa tutta, poiché – a suo modo di vedere – nessuno Stato può farcela da solo né è in grado di cambiare la situazione autonomamente. L’illustre economista ha concluso il dibattito affermando che si aspetterebbe dal Paese di Gramsci una maggiore capacità di analisi critica.

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