FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIRE VICINI E CONOSCENTI

di Redazione The Freak

FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIRE VICINI E CONOSCENTI

di Redazione The Freak

FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI MA PER SEGUIRE VICINI E CONOSCENTI

di Redazione The Freak
4 minuti di lettura

La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia[1].

Nell’eterna Roma occupata da Kappler metà dei 747 ebrei poi deportati furono venduti dagli italiani brava gente. La Repubblica Sociale italiana, tra il 13 e il 30 novembre 1943, proclamò tutti gli ebrei «stranieri» e «nemici» e ne ordinò l’immediata incarcerazione. Fu grazie alla collaborazione spontanea di migliaia di comuni cittadini che vennero arrestati numerosi ebrei; la polizia tedesca sfruttò i collaboratori italiani che agivano spesso o perché pagati (pare che per ogni ebreo denunciato si percepissero ben 5.000 lire, circa un quarto dello stipendio di un operaio) oppure perché spinti dalla paura. La subdola leva della paura e la diffidenza portarono migliaia di cittadini a tradire i vicini di casa, gli amici, i colleghi; gli ebrei spaventavano perché venivano indicati dal regime come nemici della società, colpevoli di indebolire la salute della razza italica.

La paura, non l’odio; non siamo cattivi, siamo solo spaventati e banali. Gli italiani non odiavano gli ebrei, molto spesso li temevano perché questo erano istruiti a fare.

Come Eichmann, una persona normale non abituata a pensare con la propria testa; lui eseguiva, era un burocrate, un funzionario, aveva una coscienza che non usava mai. Spiegò di non aver mai odiato gli ebrei ma di avere la virtù dell’obbedienza e allora obbediva e assicurava la puntualità dei treni della morte.

Come Don Abbondio, così ingenuo e puerile nel suo non schierarsi, incurante del dolore che provocava agli altri, così patetico nella sua aspirazione a una vita senza pericoli.

Come i carcerieri nell’esperimento di Stanford, scelti da Zimbardo tra gli studenti più equilibrati, maturi e privi di un passato criminale ma che divennero, nonostante questa accurata selezione, naturalmente violenti, sadici e vessatori nei confronti dei prigionieri.

È la banalità delle scelte, la superficialità del pensiero ad accomunare queste figure. Non la cattiveria della gente, non un odio consapevole o un istinto di vendetta ma semplicemente la facilità di scegliere la cosa più semplice, la salvezza più vicina. In questi mesi di lockdown siamo stati a casa, chiusi e insofferenti nelle nostre stanze più o meno accoglienti ma siamo stati connessi; Facebook e gli altri social network sono stati il nostro palazzo di cristallo, una vetrina di vizi e virtù, luogo dove mostrare i nostri aspetti migliori e contemporaneamente gridare la nostra indignazione. Oramai superata la fase 1 della speranza, la fase 2 ci ha scoperti peggiori, più arrabbiati, furiosi, stanchi e suscettibili. Un occhio a casa nostra e un occhio a sbirciare nelle case altrui come giustizieri di una qualche legge nata e promulgata nella nostra testa. Appena ci è stato concesso di riappropriarci dei nostri spazi, ci siamo ripresi le nostre categorie e ci siamo schierati, ancora una volta, dalla parte del bene, con grande presunzione: spie dilettanti, scopritrici dei comportamenti eterodossi altrui, agenti della psicopolizia. Prima i runners poi chi non portava la mascherina, chi dimenticava i guanti, chi sorrideva e chi ballava in strada. Senza usare il cervello. Un misto di ostilità, disagio e paura c’era per le strade delle città durante i primi giorni di quasi libera uscita. Ma come siamo arrivati ad una società così grottesca, dove il vicino spia il vicino per segnalare alla autorità il minimo segnale di eterodossia? E questa balorda idea degli assistenti civici: dare a qualcuno anche solo l’idea e la percezione di poter soverchiare gli altri, di poter dividere i gruppi, segnalare vicini di casa, amici, colleghi di lavoro e concittadini che non rispettano le prescrizioni.

 Dovremmo allenarci a riflettere sulle conseguenze di quello che facciamo.

Focault ci aveva già messo in guardia da sorveglianza, classificazioni, esami, registrazioni; da quella cosa nata come sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, sviluppata nel corso dei secoli negli ospedali, nell’esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina.  Risuonano fortissimo le sue parole, cosi tremendamente lungimiranti su come istaurare una società del controllo: «Evitare le distribuzioni a gruppi; scomporre le strutture collettive; analizzare le pluralità confuse, massive o sfuggenti. Si tratta di stabilire le presenze e le assenze, di sapere dove e come ritrovare gli individui, di instaurare le comunicazioni utili, d’interrompere le altre, di potere in ogni istante sorvegliare la condotta di ciascuno, apprezzarla, sanzionarla, misurare le qualità od i meriti»[2].

E noi, stiamo diventato i primi aguzzini di noi stessi.

«Ci sono cose ben più gravi degli ebrei di cui preoccuparsi», Jojo, «Lì da qualche parte ci sono i russi. Loro sono i peggiori di tutti»[3]. Poi, i neri e pure i gialli. Quelli grassi, i brutti, i giovani, i vecchi, i polacchi, gli albanesi, il carcerato, lo spacciatore. I piemontesi, gli studenti, i napoletani, i runners, il vicino che canta dal balcone, il giovane che balla in strada…

Non si odia per odiare ma si odia per difendersi, l’odio diventa obbediente, ingenuo, naturale, banale e legittimo; è la tua pellaccia per la mia.

La peste si spegnerà, ma l’infezione?

di Alessandro e Caterina Scialla, all rights reserved


[1] Primo Levi, dalla prefazione a Léon Poliakov, Auschwitz, Veutro, Roma, 1968 raccolta nel libro L’asimmetria e la vita, Einaudi, 2002.

[2] Sorvegliare e punire, Michel Foucault, 1975.

[3] Jojo Rabbit, diretto da Taika Waititi, 2019.

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