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Più che alle proprietà calmanti del Cucciolone Algida, io ho sempre creduto al fatto che non siano i pensieri normali a dire davvero qualcosa.

Ma siano le ossessioni a raccontare precisamente chi siamo, a descrivere puntualmente che siamo fatti della stessa sostanza delle nostre fisse.

O delle nostre ossessioni.

Insomma, più di ogni altra cosa, più di ogni altra specificità, sono le nostre ossessioni a parlare per noi, sono loro a dare davvero corpo a ciò che di più privato e inconfessato celiamo dentro, al rassicurante cospetto di una parvenza di normalità.

“No, figuriamoci, io non controllerei mai se ho chiuso il gas per 12 volte”.

Sì, ma per 12 volte hai controllato che la punteggiatura usata in quell’sms fosse proprio quella e non un’altra, che significasse proprio quello e non un’altra cosa.

Controllare che il gas sia chiuso per 12 volte, no, ma chiedere a 12 persone diverse un’opinione sull’emoticon usata, quello sì.

“Essere completamente onesti con se stessi è un buon esercizio”, diceva Freud. Non Nek.

E sì, essere onesti è difficile almeno quanto mangiare spaghetti con una molletta per i panni.

E le ossessioni sono sul retro della nostra carta d’identità, vere storie silenziose che abitano la nostra scatola cranica e che, a dirla tutta, sono le nostre migliori compagne da sempre, quelle forse anche più vere.

 

Tutte le cose hanno una loro storia. Dico le cose, non le persone.

L’ossessione per la storia delle cose. Ecco la mia. Di ossessione dico.

E’ una sorta di ossessione quella per la storia di una cosa.

Stasera infilo l’ultimo paio di lenti a contatto della confezione da 30: Acuvue Moist One Day per astigmatici.

Penso “domani devo ricomprarle”.

E, manco a finire il pensiero, ecco che torna il ronzio dell’ossessione: un ticchettìo sonoro, costante, onnipresente, una goccia cinese nelle orecchie, un ospite consueto e invadente nei pensieri.

L’ossessione reclama in questo modo il suo diritto ad esistere e te lo richiede, si ripresenta alla tua porta come se fosse la prima volta.

Anzi no, non te lo chiede, suona e prepotentemente forza la serratura.

“E’ inutile sbirciare dallo spioncino, sono sempre io e sono tornata. Apri, non fare finta. Bene, ciao Cara, dimmi, quindi, quale sarà la storia del prossimo pacco di lenti a contatto? E quale è stata la storia del pacco precedente?”

L’ossessione che non bussa sempre due volte ha un nome e, nel mio caso, si chiama “ossessione per la storia delle cose.”

E’ un’ossessione vera e propria, allenata nel corso degli anni, rinvigorita dalla vita e dagli oggetti che passano da questa parte di mondo, nutrita dalla ciclicità del consumismo e dal ritmo che scandisce tutti gli inizi e tutte le fini.

Qualsiasi oggetto soggiorni in questa vita, la mia ossessione lo declina secondo questo interrogativo: che cosa vedrà, cosa vivrà, e a cosa assisterà questa tal cosa di mia proprietà?

Mi lavo le mani e penso “in che giorno ho cambiato questa saponetta? Quante e quali mani ha visto lavarsi?”

Mi infilo le scarpe e mentre i lacci si intrecciano, si intrecciano anche le domande sul prima e sul dopo: “dove sono state queste scarpe? Quali marciapiedi hanno incontrato? Quante fragilità ha dovuto sostenere?”

Dal parrucchiere guardo i capelli cadere vicino alla poltrona “chi li ha toccati quei capelli? Dove stavo quando mi cresceva quel preciso centimetro della cute? Che giorno era quando sono venuta qui l’ultima volta?”

Vendo la mia macchina e mi chiedo se sia possibile piegare un dispiacere all’attaccamento per la materialità. E sì, con un realismo autentico, ti trovi a fare l’inventario dei luoghi visitati, delle gambe entrate lì dentro, delle strade percorse, delle piogge incontrate, dei venti entrati, della musica sospirata.

E’ sempre così, una specie di eredità su ogni cosa, una specie di saluto perpetuo, una sorta di elenco costante a ciò che è accaduto, a ciò che accade e a ciò che accadrà insieme e attraverso quelle cose.

 

Stasera è il turno dell’ultimo paio di lenti a contatto della confezione da 30.

Oggi hanno visto il lavoro, hanno visto la città oltre il parabrezza del motorino, hanno visto la sera e poi la notte, hanno salutato amici che non si vedono spesso, hanno letto un menù, si sono oscurate al buio di una strada sconosciuta, hanno letto sms importanti ed sms insignificanti, hanno guardato le bocche della gente, hanno fissato gli anelli con cui mi distraggo quando sono nervosa.

Stasera l’ultimo paio di lenti a contatto della confezione da 30 ha visto Giò, che domani parte per una grande città del Nord.

Hanno visto Giò, hanno aiutato la coordinazione motoria ad appoggiare il mio mento sulla sua giacca, lo hanno stretto e hanno sentito dirgli “Torna presto, Giò, torna presto.”

La condivisione dei gruppi scolastici, le elezioni del collettivo volevano che si scherzasse sempre sul capitalismo e il neoliberismo e stasera quel discorso è tornato.

E’ tornato quando abbiamo detto che il lavoro e le possibilità di un mondo migliore e di un agio mediamente dignitoso ci avrebbero portato via anche te, l’ennesimo affetto lontano.

Che non è lontano, sì lo sappiamo. Che non finisce con la tua partenza, sì lo sappiamo. Che non si spegne con il tuo trasferimento, sì ok.

Però.

Però distante è distante. Però il corpo è il corpo e la continuità è la continuità.

E allora io me lo permetto di essere abbastanza incazzata col fatto che tu te ne vai. Me lo sento che stasera, mentre stiamo in piazzetta a riproporre la numero 104 della stessa sera vissuta tante e tante volte, stiamo in realtà facendo finta sia come sempre, che sia solo un finto esercizio di conservazione della memoria per cacciare via il fantasma di questo saluto, per far tacere il baccano di questo disturbante quanto aspro arrivederci.

Stasera ho tolto dagli occhi il mio ultimo paio di lenti a contatto. E mentre la civiltà mi imponeva di gettare il cartone della confezione nella differenziata, pensavo alle cose che si portava dietro quella confezione, alle cose viste che c’erano in quella confezione.

Un incidente in motorino, uno starnuto, moltissime persone, l’aria fredda degli inverni, il vapore delle cose cucinate, le minuzie dei punti da cucito, l’appannamento delle lacrime, le luci del Capodanno, le albe della felicità, i film solitari, i film indimenticati, le copertine dei giornali, i cartelloni elettorali, i treni, le altre lenti delle persone, gli altri occhi della gente.

 

E adesso le mie lenti riguardano questa nostra ultima foto di stasera, vedono battere le dita sulla tastiera, vedono spegnere il pc e abbassare lo schermo.

L’ultima cosa che vede questo paio di lenti è la nostra foto di gruppo.

 

Le tracce di alcune sere e di alcuni amici le ritrovi nelle foto, quelle che non sono in posa e quelle che non vengono bene manco fossi Steve McCurry e manco a pagarle oro.

Sono quelle in cui uno è bello comunque, anche se tutto è sfocato e tutto è imperfetto.

E questa nostra foto, questa di stasera prima di salutarti, è mossa.

E’ mossa come le risa che non siamo riusciti a contenere al prezzo di un dispiacere troppo forte da manifestare.

Lo foto è mossa come è mossa la vita che prosegue e cammina.

La foto è mossa come quello che accade, come quello che è in continua trasformazione e non puoi fermarlo nel preciso istante di come è ora.

Ma una foto è una foto e, in quanto tale, è anche eterna.

E allora in una foto mossa ci sono entrambi i nostri tempi, Giò.

Uno, il tempo del sempre e dell’ogni volta: quello dell’uguale che rimane invariato.

E il secondo, il tempo che prosegue e avanza: quello in movimento, delle metamorfosi e di ciò che non è mai uguale a sè stesso.

E’ ferma ma si muove, la foto.

 

Getti una confezione e temi che quel tutto rimanga lì dentro. Temi che nella differenziata cada anche il resto. Temi che nel cassonetto si perdano anche i resti di anni di ricordi.

“Domani devo ricomprare le lenti a contatto e dare loro una nuova storia”. Eccola, l’ossessione.

 

E io non lo so cosa vedrà la prossima nuova confezione, Giò.

Ma tu sei in partenza e noi ti salutiamo così.

Ti salutiamo pensando che la prossima confezione di lenti da 30 possa rivederti.

E’ l’inganno finalizzato a sedare il male dei saluti, è la morfina di certi spasmi affettivi.

Siamo sicuri di rivederti, Giò, ci diamo appuntamento tra qualche mese.

Ci diamo appuntamento questa sera, davanti a queste lenti, davanti a questi abbracci.

Ci diamo appuntamento adesso e per il resto della vita.

Perchè alla fine, Giò tu lo sai, io ho l’ossessione per la storia delle cose.

Ho l’ossessione per ciò che mi pone a contatto col fatto che al mondo esiste una fine per tutto.

Una fine delle cose.

E io nella fine non voglio entrarci.

Io non voglio pensare che per certi affetti ci sia una fine.

Perchè alla fine, Giò, il Nord ti ruba a noi, ma non ti ruba ai nostri ricordi.

Perchè se il Nord è un luogo geografico ed ha una fine, i nostri ricordi non hanno un limite e sono immortali.

E io, Giò, di fronte alla fine ho bisogno di pensare che esista sempre un dopo.

Ci vediamo alla prossima confezione di lenti a contatto, Giò.

 

di Cara Futura Rigby, all rights reserved

 

Siamo fatti della stessa sostanza delle nostre ossessioni ultima modifica: 2017-06-27T14:15:15+00:00 da Cara Futura Rigby
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