EUROPA: INNAMORATO SCONCLUSIONATO CHE NON RICONOSCE SÉ STESSO DOPO MAELBEEK

di Pietro Maria Sabella

EUROPA: INNAMORATO SCONCLUSIONATO CHE NON RICONOSCE SÉ STESSO DOPO MAELBEEK

di Pietro Maria Sabella

EUROPA: INNAMORATO SCONCLUSIONATO CHE NON RICONOSCE SÉ STESSO DOPO MAELBEEK

di Pietro Maria Sabella
5 minuti di lettura

Se in questo momento penso all’Europa, ho in mente un quasi finto innamorato che non sa scegliere tra la bionda incontrata in un locale di Giovedì sera o la mora con la quale ha già trascorso un paio di mesi insieme ma che non lo rende felice come vorrebbe.

Penso all’Europa così, come ad uomo più che ad una donna, forse per necessità di genere.

E vedo questo continente indebolito da uno stile di vita assonnacchiato, pigro, poggiato sulle rive di un Acheronte con le sembianze del mare mediterraneo invaso, – come direbbe taluno – da assassini invasori pronti a sostituire la mezza luna ad una croce che abbiamo dimenticato, o come direi io, da fratelli che non sappiamo più riconoscere.

In fondo, se la nostra capacità di confrontarci con un atto terroristico, (il terzo in Europa nel giro di alcuni mesi) non passa neanche più in maniera significativa per cenni di solidarietà reali o digitati su fb o altrove per la vergogna di mostrarsi o semplicemente perché “che cavolo ho già messo la Tour Eiffel versione Hipster, dopo la bandiera francese che mi faceva brutto, perchè mai adesso dovrei mettere quella belga che è pure in parte nera e non mi si vede per nulla?”, come pensiamo di potere reagire in modo pacifico ad un fenomeno che pian piano ci sta travolgendo?.

Non desideravo banalizzare in questo modo, ma intendevo porre l’attenzione sulla nostra distrazione di massa, sulla nostra ormai cieca abitudine di svegliarci per pochi secondi dopo una bomba buttata in un luogo qualunque, puntare il dito a vanvera contro Daesh, poi contro la Merkel, poi contro Boko Haram – che neanche sappiamo se sia un gelato o il nuovo difensore dell’Inter – poi contro Renzie, le pensioni della Fornero e infine contro il primo giovane dalla pelle scura che ci passa affianco sul bus.

Siamo abituati ad annegare in un miscuglio di relativismo accecato che non sta facendo più di questa Europa il continente dei diritti, dei valori della democrazia – per diamine – anche di quelli cristiani, ma il continente di una libertà vuota, vanitosa, che somiglia più ad un lassismo volontario che ad una scelta ideologica.

E le reazioni di questo tipo non sono tipiche soltanto dei cittadini comuni ma delle istitutizioni europee e nazionali, tese più ad eliminare le passività delle banche che a fornire politiche di integrazione e di sviluppo solide.

Arrivano mille profughi in Italia e chiudiamo Schengen; ne arrivano altri mille in Grecia e chiudiamo Schengen; Bataclan e Schengen, Charlie Hebdo e Schengen; “un, due, tre stella” e Schengen.

Poi però sfilano tutti a braccetto per le vie di Parigi ed allora ti domandi cosa sia questa Europa, soprattutto dove sia, visto che neanche un attentato terroristico vicino Palazzo Berlayomont, sede della Commissione Europea, ci ha svegliato, ci ha fatto sentire vivi davvero ed uniti.

Perché dopo ogni morte bisogna cercare la vita, non altra morte.

Il cuore vero del problema, dunque, non viene dalle terre dimenticate della Siria, o dalle dune della Tripolitania, non ha il velo o la parlata araba, ma viene da qui: da Bruxelles, da Roma, da Parigi, da Madrid e da Berlino; è parte di noi stessi solo che desideriamo non vederlo fino in fondo.

E proprio come un innamorato sconclusionato che non sa riconoscere sé stesso, la propria identità e i propri sentimenti – mi domando – come pensa questi di potere dialogare ed affrontare l’altro o l’altra, di potere dare il meglio di sé per scegliere e condividere una vita con qualcuno che possa averne bisogno.

Sì, perchè in Siria, in Libia, in Giordania hanno bisogno e noi siamo ancora intrappolati nellla ricerca della nostra identità, invasati dalla paura e dalla risposta bombereccia.

Identificarsi non è irrigidirsi o, ancora peggio, rifiutare; ma è invero, il primo passo per accogliere, farsi riconoscere ed accettare.

Questa Europa non si identifica, non si chiama, non si accetta, ma finisce per accettare che si possa creare un lager di ultima generazione in Macedonia, che si possa innalzare un muro in Ungheria per dare un altro po’ di lavoro a Bansky, che si possa lasciare che le politiche migratorie vengano gestite dai due Paesi ritenuti “fetentoni” per antonomasia  da Berlino: Italia e Grecia, che prendono questi uomini e donne, li salvano, li nutrono, li smistano fino alla Danimarca dove poi arriva papà bullo che gli prende i soldi per alimentare il welfare.

Perdiamo così tanto tempo a giocare ad Indovina chi con gli immigrati e i terroristi, mischiandoli ingiustamente, da avere dimenticato chi siamo, come dovremmo essere e soprattutto dove dovremmo andare.

Il terrorismo non si sconfigge con un raid aereo sulle macerie delle macerie già macerate da una guerra civile che in Siria dura dal 2011; non si sconfigge andando a proteggere le basi delle aziende petrolifere o energetiche europee in giro per il medio oriente già vessato, ma con la prevenzione su un territorio che si autoriconosca, che sappia affermarsi e guardarsi in faccia senza ipocrisie.

Si sconfigge spezzando le barriere, spezzando i pregiudizi, sancendo lo stato di diritto, eliminando corruzione e malaffare (mi viene da ridere quando leggo in giro che Daesh teme solo la mafia), adottando politiche migratorie unitarie, predicando e attuando il laicismo (che non vuol dire assenza di religione, ma libertà e pluralità di culti) dando l’esempio, insomma.

Iniziando a sentirci europei davvero, a non farci rintontire da politici affetti dalla malattia del protagonismo che, in preda all’ebrezza della demagogia, stanno facendo a pezzi anche il buono che c’era di queste istitutizioni europee.

Dobbiamo sconfiggere la paura con l’integrazione che non va confusa con il relativismo, ma con il riconoscimento di un contratto sociale da parte di tutti fondato sulla legge e sulla Costituzione.

Dobbiamo ricominciare a dare l’esempio, ad essere meno ipocriti, partendo dalle nostre vite per arrivare alle più alte istituzioni.

Perché se questa Europa perderà il vizio meraviglioso di dare l’esempio ma deciderà di rispondere con lo spirito Hammurabico dell’occhio per occhio e dente per dente, non perderà anche questa guerra mondiale, ma finirà per perdere sé stessa e poi non potremo più puntare il dito verso alcun nemico.

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