Esclusivo. I commenti in diretta dalla Croisette di Cannes 2014 e i pronostici di Anton Giulio Onofri

di Redazione The Freak

Esclusivo. I commenti in diretta dalla Croisette di Cannes 2014 e i pronostici di Anton Giulio Onofri

di Redazione The Freak

Esclusivo. I commenti in diretta dalla Croisette di Cannes 2014 e i pronostici di Anton Giulio Onofri

di Redazione The Freak
14 minuti di lettura

Quest’anno la locandina ufficiale del Festival di Cannes parla italiano, con un omaggio a Marcello Mastroianni e noi di The Freak abbiamo l’onore di ricevere in diretta gli aggiornamenti sui film in Concorso, grazie ad Anton Giulio Onofri, critico, autore e regista di programmi televisivi e film documentari su arte, musica, cinema e libri. Lo splendore e la scimmia è il suo primo romanzo. Un professionista. Un amico di The Freak.

Di seguito i titoli dei film e le considerazioni personali di Anton Giulio Onofri.

MR TURNER, di Mike Leigh. Biopic per la televisione (che nel Regno Unito vuol dire spesso meraviglia) di splendore assoluto sulla vita di William Turner, l’artista che rivoluzionò la pittura inglese la cui eredità fu colta invece dagli impressionisti francesi. Il film inizia col passo cadenzato e solenne di un romanzo dell’800, per sfaldare via via ritmo e consequenzialità del racconto così come la pittura di Turner si scioglie e si pulviscolizza con l’avanzare della fuliggine e dei vapori della modernità industriale. Rispetto ai tradizionali e pur rispettabili biopic inglesi, l’occhio più autoriale di Leigh preferisce frugare negli aspetti più sgradevoli di un personaggio con seri problemi di immagine (Turner, uomo di respingente bruttezza è qui magistralmente interpretato da Timothy Spall) e usa il cinema non tanto per ricostruire soggetti e paesaggi delle tele, quanto il risultato di un gesto pittorico rivoluzionario ed eccentrico, assetato della luce naturale che inonda e acceca la vista, come a smussare, con l’eccesso di esposizione, la fisicità dei volumi e dei solidi immersi negli elementi. Clamorosa la ricostruzione degli ambienti e delle esposizioni accademiche, che offrono lo spunto per numerosi cammei straordinari, come quello di Joshua McGuire nel ruolo del giovane e già spocchiosissimo John Ruskin. Gli episodi dei dettagli pittorici dell’elefante di Annibale e della boa rossa sulla cresta dell’onda inaugurano trionfalmente la galleria, che spero nutrita, delle visioni indimenticabili di questo mio Festival di Cannes 2014.

GRACE DE MONACO, di Olivier Dahan. Ecco, questo è il tipico film sul quale tutti spareranno e sputeranno. Ieri all’inaugurazione del Festival qualcuno ha anche fischiato. Invece è un prodotto popolare fatto con grazia, e ti regala per 100 minuti la donna più bella del mondo, che ti guarda fisso negli occhi mentre ascolta O mio babbino caro cantata da Maria Callas, o la Valse Triste di Sibelius. Viva.

ALBERI, di Michelangelo Frammartino. Recuperato finalmente (al marché) il terzo capolavoro del più grande regista italiano under 45. E se dico capolavoro, dico CAPOLAVORO.

TIMBUKTU, di Abderrahmane Sissako. Applauditissimo alla proiezione di gala, è in realtà un film anche nobile (denuncia con gentilezza il fanatismo religioso dei jihadisti islamici) ma parla la propria lingua madre con eccessivo accento francese (cioè di chi ha messo i soldi), finendo con il somigliare a una confezione dall’anima ‘international’ priva di genuinità e di carattere. Infestato pure da pessime musiche ‘ethnó’, come dicono da queste parti.

CAPTIVES (o THE CAPTIVE), di Atom Egoyan. Sostanziale delusione per un film dall’eccellentissima regia, che snocciola con perizia intrigante indizi e suggestioni per l’intera durata della narrazione, ma che si lascia prendere da una storia ‘tosta’ (argomento: pedofili…) e non riesce a evitare saltuari e dannosi deragliamenti di tono. C’è chi addirittura si chiede quanto fosse opportuno il suo inserimento nel Concorso. Io no, perché da Egoyan e dalle sue situazioni scomode illustrate in maniera altrettanto non convenzionale mi lascio sempre irretire. Ma non posso negare la delusione.

AMOUR FOU, di Jessica Hausner. Eh sì, amour fou, o comunque COLPO DI FULMINE per la nuova meravigliosa perla della regista di ‘Lourdes’. L’antefatto del suicidio di Heinrich von Kleist illustrato con il nitore pastellato di un Biedermeier cinematografico memore del Kaspar Hauser di Herzog, qui più adamantino grazie al fulgore del digitale. I nomi che al termine della proiezione nella sezione Un certain regard vengono in mente per associazione di metodi e stili sono quelli, credetemi, di Rohmer, Ruiz, De Oliveira… Visione taumaturgica. MAI An die ferne Geliebte di Beethoven, qui cantato dalla vocina di una ragazzina che si accompagna al piano da sé, mi aveva così segato il cuore in quattro ventricoli, per poi disporli con cura chirurgica in un congelatore, al sicuro dalle tragiche conseguenze dell’infausto incontro di Arte, Amore e Borghesia, per quanto illuminata.

EAU ARGENTÉE, SYRIE AUTO-PORTRAIT, di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan. Questo genere di operazioni mi lascia sempre un po’ freddino: montare, sonorizzare, musicare, rallentare, strobare, frizzare, decolorare immagini ‘reali’ rischia sempre di estetizzare qualcosa che non ne avrebbe bisogno, finendo col produrre in chi guarda un’assuefazione che tutto smorza. Immagini della rivoluzione siriana girate da mille telefonini dei manifestanti, molti dei quali hanno perso la vita in modo atroce, inviate via computer da Wiam a Ossama, che invitato casualmente a Cannes nel 2011, ha intuito il pericolo e ha preferito non tornare a casa. Resta dunque da immaginare cosa avrebbe potuto essere questo immane ‘selfie’ siriano, senza le fastidiose, cahieristiche speculazioni intellettuali sul cinema pronunciate fuori campo dall’autore (elemento irritante anche ne L’image manquante di Rithy Panh, vincitore di Un certain regard lo scorso anno) e la confezione estetica di uno sguardo troppo ‘innamorato’ di un orrore che mostrato nudo e crudo sarebbe stata una testimonianza molto più efficace della tragedia. Toccante comunque il pianto della Bedirxan che proprio alla proiezione qui a Cannes ha potuto di nuovo incontrare Ossama Mohammed dopo tre anni di forzata separazione.

WINTER SLEEP, di Nuri Bilge Ceylan. NIENTE giustifica le tre ore e quindici più verbose e letali della mia vita recente. NESSUNO si provi a difenderlo con mezza parola, o mi metto a MORDERE. Quando penso che potevo dormire nel mio letto, invece di combattere il sonno accomodato in sala.

NATIONAL GALLERY, di Frederick Wiseman. ‘Uno dei più bei musei del mondo’, dice Wiseman, e il mio preferito ever. Due ore e cinquantatre minuti dentro, dietro, sopra, sotto i dipinti custoditi nel museo londinese, e tutto quel che succede davanti ai loro occhi, di giorno, di notte, a galleria aperta o chiusa. Ma soprattutto il ritratto di una CIVILTÀ che ama, studia, rispetta, conserva l’arte e sa trarne motivo di gioia, cultura, lavoro, e dunque il senso della vita. Grazie.

LA CHAMBRE BLEUE, di Mathieu Amalric. Un giallo che duri 76 minuti dovrebbe volare e incalzare, specialmente quando il modello è Chabrol. Ma questo Simenon in versione Amalric traballa fra l’exercice à-la-manière-de e un noiosetto sceneggiato tv. Né gli si perdonano alcune pesantezze, enfatizzate dal Bach/Busoni eseguito con tocco pedestre da Itamar Golan. Bocciato.

THE HOMESMAN, di Tommy Lee Jones. Non riesco a scriverne subito, causa lo stato di ESALTAZIONE con cui sono uscito dalla proiezione. Riuscirò a farfugliare solo che dopo Le tre sepolture, TLJ racconta stavolta di tre donne pazze, e della follia violenta e bestiale alle radici degli Stati Uniti d’America. Scomodo, disturbante, idiosincratico, già maledetto e cult. Amen.

SAINT LAURENT, di Bertrand Bonello. SPLENDIDO film, livido, glaciale, eppure intenso e struggente, seriamente candidato alla palma per la regia. Non ho visto il film di Jalil Lespert, di cui si parla maluccio, e non posso fare un confronto che temo impietoso. Qui tutto è magistrale, incluso il tocco cinéphile di affidare il cameo di YSL anziano ad Helmut Berger, che rivede se stesso da giovane nel vhs de La Caduta degli Dèi. Tonfo al cuore la citazione ophulsiana di Madame De…, visto da Yves ragazzino, e forse imprinting della sua futura fragilità sentimentale. …Infine: bentornato zoom!

RELATOS SALVAJES, di Damian Szifron. Sorprendentemente in concorso, è comunque una miscela esplosiva di invenzione e intrattenimento che scatena risate irresistibili dal primo all’ultimo episodio realizzata in Argentina ma prodotta dagli spagnolissimi Pedro e Agustin Almodovar. Tenuta perfetta, toni e regia azzeccatissimi. Tanto per capirci, una di quelle cose che in Italia, dove prima della lobotomizzazione berlusconiana eravamo capaci di cose come I MOSTRI, siamo incapaci anche solo di concepire.

FOXCATCHER, di Bennett Miller. Il concorso continua a volare alto con la nuova elegia sportiva del regista di Moneyball: un’altra true story raccontata con quel pathos morbido e inconsueto, che già da Capote lo distinse come cifra di stile sua propria. Stavolta, eccolo entrare d’autorità in zona premi con un autentico capolavoro, amaro e dolente, sul lato oscuro del sogno americano (argomento centrale dei film USA visti finora qui a Cannes), che nelle ultimissime sequenze polverizza e ridicolizza Aronofsky e il suo sopravvalutatissimo The Wrestler. I fratelli Schulz, campioni olimpici di lotta libera, sono interpretati superbamente da Channing Tatum e Mark Ruffalo, ma MONUMENTALE può definirsi la prestazione di un incredibile quanto irriconoscibile Steve Carell: se non gli daranno un premio qui, ha già in tasca sicura la nomination all’Oscar.

LE MERAVIGLIE, di Alice Rohrwacher. Mi spiace, ma getto la spugna. Non so che scrivere. Non ci ho capito NIENTE. Tutto vostro, raga.

JAUJA, di Lisandro Alonso. Scopro un cineasta già molto considerato negli ambienti di chi “ama” il cinema (e non solamente “ci va”), e alla prima botta ne esco convinto e curioso di tutto il suo resto. L’inquadratura in rigoroso 4:3 è (quasi) sempre divisa in due tra terra e mare, e l’orizzonte lontano invita lo sguardo a tuffarsi in mondi e paesaggi composti con grande eleganza e perfezione formale. Ovviamente non c’è solo questo. E’ anzi un cinema-mondo, che abbraccia l’intero pianeta, regalando la magia possibile solo sullo schermo cinematografico di compiere un salto nel tempo e nello spazio con un semplice cut o una dissolvenza incrociata, nell’illusorio tentativo di scoprire il segreto della vita, cos’è che la fa funzionare e andare avanti. E poi, a sorpresa, come protagonista mi sono ritrovato l’amato VIGGO, qui autore anche dell’avvolgente colonna sonora.deux-jours-une-nuit-2

DEUX JOURS, UNE NUIT, di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Ci sono film che ti piacciono perché sono belli, altri perché sono bellissimi, altri ancora perché sono come li faresti tu, e altri perché non saresti mai in grado di farli. Poi però ci sono film che non pretendono di imitare la vita reale coi goffi e imbarazzanti risultati della pur premiatissima Vie d’Adèle di Kechiche, ma che davvero, della vita reale, hanno il potere magico di catturare l’essenza nel corso stesso del suo divenire, con un occhio in grado di fermarsi a spiare un volto, un sorriso, uno sbotto di pianto o un momento di debolezza intima e inconfessata, senza dare l’impressione che sia tutta una ‘mise-en-scène’. Eccone uno, che arriva a squarciare il concorso con la sua emozionalità a fior di pelle, eppure tanto magistralmente dominata, sussurrata, e a dare una lezione sublime di umanità e compassione. E finalmente, come sullo schermo non accadeva da anni – nonostante i pulloverini e i tweed di Ken Loach – un film genuinamente, autenticamente, nobilissimamente DI SINISTRA. Per tutti questi motivi, voilà, Mesdames et Messieurs, la mia PALMA D’ORO ASSOLUTA di questa edizione del Festival di Cannes. Cotillard struccata, in canotta lilla e ingobbita dagli affanni, miglior prestazione femminile SENZA OMBRA DI DUBBIO. Grazie di esistere, fratellini carissimi.maps-to-the-stars-2014-david-cronenberg-02

MAPS TO THE STARS, di David Cronenberg. A commento del film più straordinario visto al Festival quest’anno, non scrivo parole inutili, ma metto questo scatto del palco del ‘photo-call’ che ho preso immediatamente all’uscita della proiezione: con un po’ di intuito potrete capire quanto e come ci azzecca alla perfezione. Il film esce in Italia DOMANI. Non date retta alle stronzate che avete letto sui giornali, e CORRETE A VEDERLO. È, sì, un ordine.

QUEEN AND COUNTRY, di John Boorman. Che tenerezza, questa commedia militare dai toni un po’ sopra le righe, ma squisitamente old fashioned, il cui senso è contenuto nell’ultimissima splendida inquadratura, che ti strappa l’applauso per quanto spudorato amore per il cinema contiene. E al termine della proiezione, grande, affettuosa festa del pubblico per il gran Boorman e i suoi giovani attori.

THE SEARCH, di Michel Hazanavicius. Difficile era prevedere cosa avrebbe combinato dopo ‘The Artist’ il più abile e intelligente ricreatore di sguardi cinematografici di epoche più o meno lontane dall’attualità, che a sorpresa si inserisce nel concorso con un magnifico lavoro di regia al servizio, stavolta, di un argomento serissimo come il conflitto russo-ceceno del 1999. Per chi si occupa di regia, il film è una festa per gli occhi, e basterebbe la sequenza iniziale per giustificare l’entusiasmo di chi i film li vede con occhi più esperti. Molti però hanno storto il naso su altri aspetti del film, in effetti un po’ meno curati, come ad esempio la sceneggiatura, e una storiona sostenuta da un’eccessiva ambizione. Ma io sono uscito contento, perché Hazanavicius il cinema ce l’ha nel sangue, lo sa fare, e mi incanta.

JIMMY’S HALL, di Ken Loach. Fin dai titoli, la sagra del già visto e del chissenefrega. Si sa, Ken non è mai stato la mia cup of tea, ma stavolta è anche molto al di sotto dei suoi già prevedibili standard. Schematico e manicheo come un comizio, non riscatta nemmeno col cinema la piattezza del racconto. Indifendibile, voglio sperare, anche dai fan più devoti. Il peggiore del concorso, senza alcun dubbio.

ADIEU AU LANGAGE, di Jean-Luc Godard. Prima o poi sarebbe dovuto arrivare, ed eccolo, il mio primo fuori-classifica di quest’anno. Quando il CINEMA (tutto maiuscolo) ti lascia di STUCCO. Il 3-D più INDISPENSABILE della Storia del Cinema. PALMA D’ORO, o inventategliene una apposta, per cortesia, ma non lasciatelo andar via a mani vuote!

STILL THE WATER, di Naomi Kawase. Poveri giapponesi. Ridotti come noi italiani, figli di un cinema che fu gigantesco, ridotti a quegli attuali due o tre “autori” che riescono a farci sognare, senza tuttavia riuscire più a darci l’illusione di avere, vitale e pulsante come altrove, una “scuola nazionale” di autori e registi degni di Ozu, Mizoguchi, Kurosawa, Kinoshita, Oshima, etc. Questa, che è stata tra le visioni più faticose di tutto il Festival (parlo per me, perché tanti non sono d’accordo), è la solita lista della spesa nippo, fatta di adolescenti tristi e/o turbati, caprette sgozzate, animismo d’accatto, mamme morte, sesso en plein air, e ovviamente un’aria tapina da post-tsunami anche comprensibile, ma che non giustifica, NON GIUSTIFICA la macchina da presa con l’anca sbilenca che non smette mai tremare: se ti pesa in mano, cavolo, USA IL CAVALLETTO e abbi pietà di noi costretti a un delirium di due ore abbondanti. Ciao Naomi; la prossima volta NON MI AVRAI.

(CLOUDS OF) SILS MARIA, di Olivier Assayas. Si vede che non aveva molta voglia di vincerla, la palme d’or, il grande Assayas, che ha portato al Festival un film in cui tira un’aria d’altri tempi, molto scritto (da lui stesso), e d’impianto quasi teatrale nonostante l’ambientazione in un’Engadina straniante e sorniona. Ma di questa attrice (Binoche) che duetta con la sua assistente (Kirsten Stewart) sul fatto se accettare o meno di interpretare sulle scene il ruolo più maturo di un play in cui vent’anni fa recitava nel ruolo più giovane, stavolta affidato a un’ambiziosa stellina hollywoodiana (Clohe Grace Moretz) che viene dai blockbuster, non sai mai fino alla fine quanto e se te ne frega. Non brutto, anzi. Però…

MOMMY, di Xavier Dolan. Lo dico subito, e con dolore: delusione. Alla quinta prova dopo lo splendido e chabrolesco Tom à la ferme, il giovanissimo prodige canadese orchestra con troppi fortissimo una vicenda meno interessante di quelle raccontate nei film precedenti, abusando del proprio indubbio e bollente talento, senza però evolversi, anzi fastidiosamente tornando indietro, ed esagerando con musica e slow motion. Attori superlativi (potrebbe scapparci un premietto al femminile), ma nel complesso, molto rumore, se non per nulla, per poco. Gran peccato…

THE TRIBE, di Miroslav Slaboshpytskiy. Vincitore della Semaine de la Critique. Cinema senza bisogno di sottotitoli, storiaccia ukraina dark di una comunità di sordomuti che si autogestisce come un’organizzazione mafiosa, cinica e violenta. C’è qualcosa di finto che disturba e alla lunga annoia, ma la regia è rigorosa, e usa magnificamente la steady, come da tempo non.

WHITE GOD, di Karel Mondruczo. Vincitore della sezione Un certain regard (ammetto, ne ho visti pochi), c’è da supporre che si abbia voluto inviare un segnale forte e chiaro all’Ungheria e alla sua drammatica emergenza democratica, perché laggiù devono stare messi veramente male. Lo si legge nelle cronache, ma lo si evince anche da questo film di serie Z (alla serie B non può aspirare per via di una shakey-cam INSOPPORTABILE che ne rende la visione, come dicono qui a Cannes, estremamente “pénible”), che tuttavia si riscatta nel finale con una bella apocalisse scongiurata da Franz Liszt, e dalla sua più famosa Rapsodia Ungherese, con cui una studentessa di tromba al conservatorio ammansisce una muta di cani inferociti che seminano panico e morte in città. Impossibile ignorare il riferimento al fulleriano “White Dog”, e via così cinefilando, ma francamente il massimo premio mi suona MOLTO esagerato.download (1)

I miei personalissimi premi a questo Festival di Cannes:

Palma d’oro al miglior film MAPS TO THE STARS (David Cronenberg)
Grand Prix Speciale della Giuria MOMMY (Xavier Dolan)
Prix d’interprétation féminine MARION COTILLARD (Deux jours, une nuit)
Prix d’interprétation masculine STEVE CARELL (Foxcatcher)
Il Prix de la mise en scène BERTRAND BONELLO (Saint Laurent)
Il Prix du scénario DEUX JOURS, UNE NUIT (Jean-Pierre e Luc Dardenne)
Il Premio della giuria ADIEU AU LANGAGE (Jean-Luc Godard)
Ma ovviamente non ne avrò azzeccato nemmeno uno. Faranno man bassa le porcate di Ceylan, Kawase e Sissako.

Anton Giulio Onofri.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Articoli Correlati