Elezioni USA. A quaranta giorni dal voto.

di Redazione The Freak

Elezioni USA. A quaranta giorni dal voto.

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Elezioni USA. A quaranta giorni dal voto.

di Redazione The Freak
3 minuti di lettura

ESCLUISVO: “Behind the scenes” è una nuova rubrica di The Freak, grazie ad un corrispondente top secret che dall’America seguirà la campagna elettorale di Barack Obama. E ci racconterà i dietro le quinte, quello che i giornali non scrivono e la gente non sa.

Mi piacerebbe molto cominciare a raccontare cosa sta succedendo in questi giorni frenetici nel “quartier generale” della campagna elettorale, tra l’odore di cibo riscaldato nel micro-onde e le voci dei volontari che telefonano senza sosta. Far entrare i lettori nella concitazione delle riunioni, far loro percepire l’avvicinarsi del “GOTV” (“get out the vote” – l’atto di chi si reca alle urne).

Prima, però, vorrei spendere due parole sul come sono arrivato qua.

Il progetto si chiama “Obama Fellowship” ed ha l’obiettivo di selezionare i potenziali “community organizers”. Un “Fellow” è un leader, “amministra” i volontari che sono le risorse umane della campagna. Gli viene assegnata un’area geografica, nella quale addestra ed educa potenziali volontari fino a farli diventare “community leaders”.

La selezione per la scelta dei Fellows è una battaglia lunga un mese, nella quale vince chi sopravvive. Innanzitutto, si partecipa al “Camp Obama”, una sessione informativa sui temi della campagna elettorale e sulle responsabilità che si acquisiscono se si diventa Fellows. Immediatamente dopo, si va sul campo. Non si lavora di fino: chi crede che io sia qui a scrivere trattati sulle politiche del Presidente o a spaccare il capello in quattro sulla legislazione da lui approvata è fuori strada. Essenzialmente, i “Fellow-candidates” vanno per strada a reclutare volontari, fanno centinaia di telefonate, bussano alle porte e inseriscono milioni di dati in un enorme database.

La campagna elettorale di Barack Obama è una sintesi straordinaria di nuove tecnologie e “vecchio” modo di far politica. Ai metodi tradizionali di cui sopra, si aggiunge una specie di social network nel quale si può interagire con altri volontari; se si ha un ruolo “manageriale” (come quello che ho io), lo si può utilizzare per assegnare ruoli e gestire gli eventi organizzati nella comunità di riferimento. È fondamentale per conoscere in tempo reale i temi della campagna, le dichiarazioni del presidente, le opinioni degli altri volontari in giro per il paese.

La gerarchia della campagna è ben delineata: Jim Messina è il “Campaign manager”, colui che gestisce questo immenso esercito da Chicago e coordina gli “State Directors”. A seconda dell’importanza strategica dello Stato, lo State Director può contare su un certo numero di Regional Field Directors (responsabili di una contea o di una regione). Sotto di loro, ci sono i Field Organizers e i Senior Fellows, in genere responsabili di un’area circoscritta (una parte di una contea, due o tre quartieri, un’area geografica predeterminata).

Fellow” è solo il livello d’ingresso in una complicata gerarchia dove ci sono promozioni e licenziamenti, nella quale ciascuno è responsabile del lavoro proprio e di quello delle persone che lavorano per lui. La competizione per i posti di comando è feroce, ma la meritocrazia è totale. Si giudica il lavoro sulla base dei risultati ottenuti, sulla velocità con la quale si ottengono e sulla capacità di sostenere la pressione.

L’OFA (“Obama for America”) è un’incubatrice di futuri politici, ma anche un severo test per chi vuole intraprendere una carriera manageriale: non c’è lavoro più difficile che convincere persone non pagate a svolgere una funzione che richiede impegno, concentrazione, dedizione e responsabilità. Il motto dell’organizzazione è indicativo: “I volontari entrano nella campagna elettorale per via del Presidente, ma ci rimangono per merito vostro”.

Se qualcuno pensa che questa sia una esagerazione, si riguardi i video di Romney che hanno fatto il giro del mondo. Dietro le sue ultime gaffes c’è la differenza con Obama: mancanza di organizzazione dei Repubblicani, oltre scarsa esperienza politica del candidato stesso. Con un’economia traballante ed una montagna di soldi affluiti nel suo campo, l’ex governatore del Massachusets avrebbe dovuto avere vita facile nel conquistare la Casa Bianca. La forbice che si vede nei sondaggi è determinata dal fatto che il Presidente è un politico e un organizzatore formidabile ed ha a sua disposizione una quantità di materia celebrale incredibile.

Detto agli italiani, sembra di parlare dalla luna, ma il concetto è molto chiaro: la chiave della possibile vittoria democratica siamo proprio noi…

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Una risposta

  1. Mi sembra di rileggere alcune righe della Democrazia in America di Tocqueville. Da un lato la partecipazione civile alla campagna elettorale è encomiabile, dall’altro lato c’è forse qualche inconveniente dettato dalla “costruzione” della personalità e della stessa campagna elettorale. La persona del candidato è conosciuta solo attraverso una telecamera e solo come programmato nel copione fissato prima della ripresa. L’Italia non ha una buona politica, anzi non ha proprio dialogo politico (la banalità dei dibattiti è spesso disarmante). Senz’altro ci vorrebbe una punto di equilibrio fra dialogo con gli elettori e “umanità” della campagna elettorale.

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